“Tutti i padri che ho immaginato”, intervista alla poetessa Vivian Lamarque

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Vivian Lamarque è una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana. Nata a Tesero, un piccolo comune di montagna della provincia di Trento, viene data in adozione all’età di nove mesi a una famiglia milanese. Dopo la precoce perdita del padre adottivo, scopre di avere due madri, nello stesso anno inizia a scrivere le prime poesie. Da molti anni collabora con il Corriere della Sera, ed è vincitrice del Premio Strega Poesia, con l’opera "L’amore da vecchia". L'ha intervistata per il Bullone la B.Liver Elisa.

di Elisa Tomassoli, B.Liver

Vivian Lamarque è una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana. Nata a Tesero, un piccolo comune di montagna della provincia di Trento, viene data in adozione all’età di nove mesi a una famiglia milanese. Dopo la precoce perdita del padre adottivo, scopre di avere due madri, nello stesso anno inizia a scrivere le prime poesie. Da molti anni collabora con il Corriere della Sera, ed è vincitrice del Premio Strega Poesia, con l’opera L’amore da vecchia. L'ha intervistata per il Bullone la B.Liver Elisa.
Vivian Lamarque è una poetessa, scrittrice e traduttrice italiana. Nata a Tesero, un piccolo comune di montagna della provincia di Trento, viene data in adozione all’età di nove mesi a una famiglia milanese. Cerca subito nella poesia la strada per riconciliarsi con il mondo, è vincitrice del Premio Strega Poesia.

In un’intervista lei ha raccontato che in terza elementare doveva scrivere a una persona cara, e scelse suo padre adottivo, scomparso qualche anno prima. Che cosa raccontò in quel tema, e come ha influito sulla scrittura delle sue poesie?

«Che grande privilegio poter sfogliare i quaderni di scuola di 70 anni fa, le pagine che scrivevo da bambina. Sì, in alcune descrivevo il mio perduto babbo adottivo. Lo facevo con grande amore e nostalgia, lo avevo perso all’improvviso, per incidente stradale, avevo 4 anni e lui solo 34. Mi colpisce in particolare una frase, perché tradisce il desiderio inconscio di non essere l’unica orfana della classe e dei conoscenti, scrissi infatti “Ci sono anche altri amici del mio babbo morti, ma pochissimi”. Mi riconosco molto in quel superlativo assoluto (li usavo molto nei miei primi libri, ora cerco di evitarli perché leggendoli ad alta voce mi fischia la esse!) e mi riconosco nel tragicomico di quella frase, ero già io, era già la mia penna, il mio pennino».

Parlando invece del suo padre biologico, lei ha sviluppato molte delle sue poesie attorno alla ricerca della madre biologica, mentre per quanto riguarda la figura di suo padre, racconta di un incontro doloroso. Ne ha mai scritto?

«Sì, ne ho scritto, anche se meno. In Una quieta polvere (1996) nella poesia Babbi (…quando ti ho detto / scusi mi hanno detto/ che lei è mio padre/ hai fatto un salto indietro / hai fatto un salto indietro). Nella raccolta in dialetto milanese La Gentilèssa (2009), una poesia è intitolata Famm fa’ un gir in bicicletta (“gh’oo ses an / pesi minga tant, dài papà”, nella realtà l’avevo visto per la prima e ultima volta quando avevo 26 anni). In Madre d’inverno (2016), nella poesia Targa stradale (“invece di padre naturale / hanno scritto naturalista / una svista?”). Una piazza di Trento porta il suo nome. In L’amore da vecchia nella poesia intitolata Padre Bio (sempre su questo tema. E poi ne ho scritto, indirettamente, in alcune fiabe».

Ci sono state delle figure professionali che l’hanno ispirata, che potrebbero rappresentare quasi dei «padri letterari»?

«Padri letterari infiniti, dal più grande-grandissimo di tutti (di cui il mio babbo adottivo portava addirittura il nome, Dante), ad altri grandi, medio-grandi, medi e anche minori che con alcuni loro versi possono indicarci strade, farci da padri o quasi padri. Tra i più vicini nel tempo direi Saba, Penna e Caproni. Ma i padri non mi bastano mai, ogni tanto me ne scopro o invento uno nuovo. Per non restare di nuovo senza, che resti sempre una riserva».

Nella poesia I am an orphan scrive: «I am an orphan! I am an orphan! / Ma, sorpresa, orfano lui non era affatto. / Come io non lo sono come voi non lo siete come tutti – lo siamo». Dunque, molti cercano di capire come essere genitori, nel migliore dei casi buoni genitori, ma cosa connota la «figlitudine» o l’«orfanitudine» di qualcuno? Basta avere dei genitori per non sentirsi orfani, e di conseguenza, ci si può sentire figli di qualcuno anche senza genitori?

«Ascoltando le storie delle persone (mi sono sempre interessate molto), e leggendo biografie e autobiografie, scoprii infine che non ero – come all’incirca mi sentivo da bambina – l’unica orfanella del mondo (mi colpirono molto le Stelline e i Martinitt di Milano, quando ne scoprii l’esistenza). Molti bambini, pur avendoli tutti e due i genitori, erano smarriti anche più di me, si sentivano orfani anche più di me. Gli studi psicanalitici sono pieni di pazienti con padri-non-padri e madri-non-madri. Io almeno, che di genitori a quattro anni ne avevo già persi tre (contando anche i naturali) potevo fantasticare, immaginarmeli chissà dove meravigliosi, ma per chi li ha tutti i giorni seduti di fronte a tavola, il dono di poter ricorrere all’immaginario è negato».

Nella poesia La cicatrice scrive: Che «anche lei la cicatrice / persino lei / la cicatrice / possa / un giorno / diventare / quasi / felice?» / Al Bullone le cicatrici sono preziose, sono diari e incisioni del tempo, sono cicatrici visibili o invisibili, alcune felici, altre sono memoria di grande dolore. Quindi, se posso, vorrei chiederle oggi: come sta la sua cicatrice?

«Il problema delle cicatrici è che anche dopo anni e anni e anni, improvvisamente, quando meno te l’aspetti, si riaprono, sanguinano, e tutto sembra ricominciare da capo, tutto fa male come prima. Mi pare però, di poter dire che questi “improvvisi” si stanno tra loro distanziando di più e che le ricadute siano, o quasi siano, meno dolorose, per questo auguro a me stessa e a tutti voi che addirittura “possano un giorno diventare felici / quasi felici”».

“Ma i padri non mi bastano mai, ogni tanto me ne scopro o invento uno nuovo. Per non restare di nuovo senza, che resti sempre una riserva”

– Vivian Lamarque

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