di Federica Margherita Corpina, B.Liver
La donna è mobile, cantava Verdi nel Rigoletto. Per la B.Liver Federica, è uno dei tanti aggettivi stigmatizzanti che nel corso della storia sono stati affibbiati alle donne: mutevoli, volubili, capricciose. E poi incostanti, con qualcosa da nascondere, mutevoli. Federica ci propone una lista di aggettivi e pregiudizi, per poi spiegarci che no: non siamo tutte -a. Siamo una pluralità. Una pluralità... viva.
Donne e pregiudizi: un circolo di aggettivi stigmatizzanti
No, non è il ciclo né la menopausa, non è la sindrome premestruale, il secondo figlio, la terza età, la mezza, la ruga di troppo, il chilo di meno. Fossero solo la luna storta o il piede sbagliato, d’altronde, i problemi sarebbero di più facile soluzione; se ci viene chiesto, però, di scendere la stessa mattina da entrambi i lati del letto, ecco, a quel punto la situazione si fa un po’ più complicata. E non soltanto perché almeno in uno dei due casi dobbiamo fare il giro largo per arrivare alle pantofole.
C’è un’aria, nel terzo e ultimo atto del Rigoletto di Giuseppe Verdi, che suona – canta, più propriamente, con indosso i panni del Duca di Mantova – esattamente così: «la donna è mobile / qual piuma al vento / muta d’accento / e di pensiero». Un motivetto orecchiabile, e dunque popolare, quasi dogmatico, se si pensa per un attimo a tutti gli aggettivi che, se non fosse per una mera questione di metrica, potrebbero tranquillamente rimpiazzare quel loro musicale sinonimo: volubile, lunatica, instabile, capricciosa, mutevole, incostante… Seguirò quindi per un momento il flusso di questa nutrita corrente per proporne uno un po’ più connotato, e tuttavia, oserei quasi dire vergine, in questo specifico ambito: dissociata.
Uno stigma difficile da eradicare
E se sei madre, allora non sei cosa di fare carriera; e se lavori, ma come hai lasciato i figli a casa? E se lo stipendio è esiguo, fai la mantenuta; e se prendi più di tuo marito, vabbè l’hai data a un altro; e se ti vesti bene, su chi devi fare colpo? E se ti vesti male, guarda la sciattona; il pantalone è da lesbica, la gonna da puttana; se ti gonfi sei finta, se non ti trucchi fai la finta santa; e se ti batti per i tuoi diritti, tanto sei privilegiata; se non lo fai, sostieni il patriarcato; se usi l’articolo maschile, non ti importa dei femminicidi; se dici «avvocata», dov’è finito l’italiano? Se subisci e stai zitta, eh non ci pensi alle povere altre? E se le prendi e invece parli, ma che ti avrà mai fatto? Muori, e te la sei cercata; denunci, e lo potevi fare prima; ti masturbi e sei esigente; ti fai avanti e sei un uomo; ti fai indietro e la prendi in culo (e guai a te se ti piace); mangi ed è il metabolismo; non mangi ed è normale; ti alleni ed è genetica; non ti muovi è la salute; cucini ma non stiri, non ricevi e non ringrazi; leggi, ma non esci; parli, ma che ne puoi sapere? Ti fermi e hai solo trentanove; ti fermi perché non sai più su quali piedi andare. E che scarpe metterci.
Come potremmo mai definire chi siamo?
«È tutto vero», fa invece una canzone un tantino più contemporanea, ma sicuramente dalla vita di gran lunga più breve rispetto ai celebri versi del libretto di Francesco Maria Piave. Già, è tutto vero. Ed è questo il guaio. Siamo prepotenti e remissive, competitive e compiacenti, frigide e troie, superficiali e complesse, minacciose e stupide. Mobili. O, come proponevo poc’anzi, dissociate. E certo, perché se ci dicono – e ci diciamo – di essere tutto e il contrario di tutto, come potremmo mai definire integralmente chi siamo?
Une anziché una per una: credo stia qui l’errore. Non che a istanze comuni non si debbano trovare soluzioni univoche, siano esse leggi, parole, o pene. Ma se il grido di tutte dovesse coprire la voce di qualcuna, non avremo centrato l’obiettivo. È vero: essere donna oggi comporta ancora, e purtroppo, tutta una serie di discriminazioni, stereotipi, rischi, pre- e non giudizi; c’è la questione dei corpi, dei salari, degli abusi, dei diritti, dei poteri, dei linguaggi.
Ed è cosa buona e giusta che tali nodi vengano al pettine, che vengano sciolti, che qualche capello venga pure tagliato, se necessario. Purché non si faccia la stessa piega a tutti. Tutte. Perché prendere in considerazione l’individuo soltanto per cambiarne il finale in -a non renderebbe giustizia a quella bella pluralità del femminile che di tanto ne accresce il valore.

Giulia, Irene, Francesca e tutte le altre: le donne sono una splendida pluralità
A Giulia fa piacere che le si apra lo sportello della macchina. Irene, invece, non può vedere i fiori. Francesca vorrebbe il quarto figlio. A Marzia il primo fa paura. Chiara è campionessa olimpica. Valeria sogna di sposarsi. Martina è da una botta e via. A Oriana fa male la penetrazione. Laura lo fa più volte al giorno. Cristina viene solo da sola. Margherita quando è sola guarda porno. Rebecca vuole fare l’ingegnere. Tamara odia guidare. Nadia non lascia l’ospedale. Viola non si vede bene. Paola va fiera della quinta. Giovanna si è rifatta il seno. Silvia non molla i videogiochi. Anna non sopporta cucinare. Cinzia si rilassa a stendere il bucato. Grazia ha il ciclo doloroso. A Maura non è più venuto. Federica si è convinta ad abortire. Gaia è suora da due anni. Camilla piange quando la sgridano. Daria si eccita quando la picchiano. Ornella non si fa problemi a rispondere al capo. Lucia non riesce a licenziare i dipendenti. Sofia si fa chiamare dirigente. Ilaria pretende un’architetta. E chissà Michela, Amalia, Claudia, Andrea, Teresa, Clara, Marta, Elisa, Bianca.
La donna è… viva
Ecco, è questo l’unico senso in cui vogliamo dissociarci. Che non è disunire, attenzione, e nemmeno staccare definitivamente la spina al tenore perché misogino. La donna è mobile: no, non nel senso di oggetto da arredo, una mensola su cui lasciar prendere polvere alle proprie frustrazioni o campagne elettorali, o un tavolo su cui accumulare gratitudini inespresse. Pensavo più alla scena del sacchetto di plastica in American Beauty: viva. E pensare pure che ancora oggi c’è chi la dà, la vita proprio, perché altre non vengano brutalmente annodate o riempite di sassi, chiarisce come sia ancora troppo alto, il prezzo di questa libertà.
Spoiler: non dovrebbe proprio essere in vendita.
“Perché prendere in considerazione l’individuo soltanto per cambiarne il finale in -a non renderebbe giustizia a quella bella pluralità del femminile che di tanto ne accresce il valore.”
– Federica Margherita Corpina