di Giorgia Beltramini, B.Liver
La meravigliosa complessità dell’essere umano: così i B.liver incontrano gli ospiti della Casa di Reclusione di Milano – Opera
Mi credereste se vi dicessi che riportando l’attenzione alla fragile e condivisa natura umana, è possibile sentirsi uniti, normali e liberi nel luogo in cui frammentazione, pregiudizi e restrizioni regnano sovrani? Come afferma il dottor Roberto Bezzi, «avere un’identità schiacciata verso un ruolo monolitico è una condizione comune alle persone portatrici di un disagio, tra le quali troviamo sia coloro che hanno commesso un reato, sia coloro che hanno un vissuto di malattia alle spalle. Sempre più spesso si assiste a una visione semplificante e riduttiva dell’essere umano che, ricondotto a una sua particolarità, anomalia, o azione, si identifica con questi aspetti perdendo di vista la meravigliosa complessità individuale».
È proprio il vissuto di cui siamo portatori in quanto esseri umani che, se accolto e condiviso, permette di entrare in sintonia con l’altro in uno spazio relazionale in cui ripensare il concetto di normalità.
Questo tacito presupposto ha permesso a noi B.Liver di incontrare gli ospiti della Casa di Reclusione di Milano – Opera e, attraverso esperienze di dialogo e confronto, dare vita a improbabili legami di amicizia che confermano come, in fondo, siamo tutti molto più simili di quanto pensiamo.

Un gomitolo di lana per condividere pensieri ed emozioni
La prima attività, basata sull’ascolto di storie di malattia, è stata sia metaforica che reale: l’utilizzo di un gomitolo di lana colorata ha permesso di creare un ponte tra le parti, una rete omogenea fra i presenti che, sentendosi richiamati dalle parole della narrazione, hanno scelto di condividere pensieri ed emozioni. Abbiamo affrontato temi importanti che ci hanno permesso di osservare come l’incontro con l’altro avvenga su più piani – quello visibile e tangibile della corporeità e quello invisibile e immateriale del bagaglio esperienziale – e che ognuno di noi interpreta il vissuto altrui a partire dal proprio, non da una scala assoluta di sofferenza.
una particolare riunione di redazione
La facilità con cui è stato rotto il ghiaccio è indice del desiderio di ascoltare e di sentirsi ascoltati che, accompagnato da un’atmosfera empatica – ma anche simpatica (termine inteso sia nel suo significato etimologico sia in quello comune) – ha permesso lo svolgimento di una riunione di redazione ricca di spunti di riflessione. Con le domande sulla pace (Cos’è la pace? È possibile fare la pace? Se sì, come?) abbiamo raggiunto l’apice del dibattito e, sempre in una postura di ascolto e rispetto reciproci, abbiamo fatto dialogare i differenti punti di vista.
Alcuni sostenevano che all’interno della vita di ciascuno di noi sono necessarie tanto la pace quanto il conflitto; altri proponevano di sostituire questo termine con la parola «confronto»; altri ancora, proponevano di concentrarsi sullo spazio che separa guerra e pace; infine c’era chi, in silenzio, parlava con gli occhi. Se è vero che esistono diversi modi per entrare in relazione con l’altro, se è vero che ne esistono altrettanti per raccontare e raccontarsi, allora esistono infiniti modi per aprire le porte del carcere, se si è disposti a farlo.
Abbattere i muri di pregiudizio sul carcere
A distanza di settimane, le voci di quelle persone risuonano vivide in me e ancora oggi mi interrogo su come sia stato possibile abbattere i muri del pregiudizio a favore di quell’epochè (in filosofia, la sospensione dell’assenso e, più in generale, del giudizio) ricorrente nei testi pedagogici universitari. Dove abbiamo trovato la forza di paragonare storie di vita apparentemente così diverse? Nell’immaginario comune, pensare che un percorso terapeutico in comunità abbia delle similitudini con la detenzione, è follia a tal punto da non legittimarne la condivisione; nella Casa di Reclusione di Milano-Opera, invece, queste riflessioni hanno trovato spazio.

Il carcere come luogo di libertà: un posto che apre e che unisce
È tanto assurdo e paradossale quanto rischioso e affascinante, pensare al carcere in termini di libertà: da luogo «che chiude» a luogo «che apre»; da luogo «che isola» a luogo «che unisce». Com’è possibile? Solo partendo dal presupposto che i luoghi sono fatti di persone, a loro volta portatrici di ambivalenza, troveremo una risposta alla nostra domanda: il carcere, evidenziando gli aspetti negativi della natura umana e trascurando quelli positivi, trasforma questa ambivalenza in separazione, dimensione in cui la «o» regna sovrana e si manifesta con i concetti di «tutto o niente», «bianco o nero», «dentro o fuori».
Sovvertire l’ordine delle cose
Se smettessimo di ragionare secondo una logica dicotomica che vede un «noi» in contrapposizione a un «loro» e iniziassimo a pensare in termini dialettici («noi-con-loro»), se sovvertissimo l’ordine delle cose sostituendo il regime della «o» a favore di una «e» meno rigida e più democratica, daremmo vita a spazi fisici e relazionali più fertili e meno giudicanti, in cui fare esperienza della bellezza di quello stare nel mezzo tipico dell’essere umano.
Valorizziamolo, dunque, questo aspetto, riconosciamo importanza al doppio e approcciamoci ad esso con uno sguardo di cura che non implica l’assenza di pensiero critico quanto, piuttosto, il riconoscere che essendo essa una caratteristica sia intrapersonale (comune a tutte le fasi di vita dell’individuo) che interpersonale (appartenente ad ognuno di noi) può contribuire ad alimentare la meraviglia di essere simili e ad alleviare la sofferenza che spesso accompagna una percezione negativa della solitudine.
– Giorgia Beltramini –
“Infine c’era chi, in silenzio, parlava con gli occhi. Se è vero che esistono diversi modi per entrare in relazione con l’altro, se è vero che ne esistono altrettanti per raccontare e raccontarsi, allora esistono infiniti modi per aprire le porte del carcere, se si è disposti a farlo.”