Intervista a Federico Cesari: “Perché abbattere i muri nei confronti del dolore che circonda tutti noi”.

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L'attore Federico Cesari, volto della Generazione Z, ha analizzato due parole: totem e tabù; spiegando come si fa a superare gli ostacoli della vita quotidiana guardando al NOI invece che all'IO.
Federico Cesari in un fotogramma della serie Netflix "Skam Italia".
Federico Cesari in un fotogramma della serie Netflix "Skam Italia".

Federico Cesari: attore, volto della Gen Z e laureato in medicina

Federico Cesari è uno dei volti della Generazione Z: classe 1997, è Martino Rametta nella serie Netflix di successo Skam Italia e Daniele Cenni, il protagonista di Tutto chiede salvezza, serie tv ispirata all’omonimo romanzo di Daniele Mencarelli. Ciò che Daniele, Martino e Federico hanno in comune è la profonda attenzione per il prossimo, e la volontà di portare alla luce le delicate sfumature dell’esperienza umana. Laureatosi in medicina nel 2023 e protagonista della recente trasposizione teatrale di Magnifica presenza di Ferzan Ozpetek, per Il Bullone si racconta, oltre i tabù e le fragilità.

Federico Cesari, (Roma, 1997). Attore, recita nelle serie tv di successo Skam Italia e Tutto chiede salvezza. Nel 2023 si è laureato in medicina a Roma. Illustrazione di Chiara Bosna.

«Tutto chiede salvezza» è la frase che sintetizza contemporaneamente la difficoltà di stare al mondo e il desiderio di sopravvivere, e in Tutto chiede salvezza racconti la storia di Daniele. Come ti sei preparato per questo ruolo, e come è cambiata la tua concezione della malattia mentale, e della sua cura?

«La preparazione per Tutto chiede salvezza è stata perlopiù psicologica: il personaggio di Daniele ha un superpotere, ossia una spiccata sensibilità verso il prossimo. La sua empatia verso gli altri diventa quasi un limite nella vita di tutti i giorni, crea in lui un dolore insopportabile. Quello che ho dovuto fare per preparare il personaggio è stato cercare di abbattere i muri nei confronti del dolore che ci circonda, un’operazione abbastanza in controtendenza rispetto alla società contemporanea, in cui si tende ad innalzare muri nei confronti dell’altro, a espellere l’altro e la sofferenza che può portare nelle nostre vite, e concentrarsi esclusivamente su noi stessi, sul nostro percorso e sulle nostre ambizioni. Ho cercato di eliminare quel rapporto di lontananza verso l’altro, e di riaccorciare le misure del dolore e della sofferenza, qualunque sia la sua origine e far riaffiorare le emozioni che vengono definite negative, ma che negative non sono, sono semplicemente parte della nostra esperienza umana. Inizialmente mi sembrava un lavoro insormontabile, ma poi ho imparato qualcosa su me stesso e ho preso consapevolezza della mia visione egocentrica ed egoriferita delle cose, perché non pensavo potesse esistere una persona incapace di schermarsi dal dolore come Daniele: la rivelazione è stata conoscere Daniele Mencarelli, una persona sensibile, in grado di far trasparire tutte le sue emozioni, anche parlando della sua quotidianità».

Parlando di tabù, in Skam Italia sei Martino Rametta, uno studente che nel corso della serie affronta la scoperta della sua sessualità. Qual è stato l’impatto che, secondo te, la storia di Martino ha avuto, e perché è importante la rappresentazione di temi tabù come la sessualità?

«La storia di Martino è stata estremamente importante, mi ha permesso di conoscere una storia lontana da me. Con Skam sono approdato in un universo che non conoscevo per esperienza diretta, sono entrato all’interno del vissuto di una persona parte della comunità LGBT. In questo periodo storico abbiamo meno tabù rispetto al passato, ma essi esistono ancora, in misura maggiore o minore rispetto alle circostanze. La storia di Martino è relativamente fortunata, ma in Italia dobbiamo ancora dire che quelle come Martino sono storie fortunate, perché purtroppo ne esistono altre, reali e presenti, di estrema sofferenza. Questo è stato il vero impatto di Skam: il racconto di un coming out e della scoperta di una sessualità che riceve un’accoglienza quasi immediata da parte dell’altro, senza screditare storie di sofferenza. Skam rappresenta una possibilità esistente e concreta e ha dato la possibilità a tante persone di intraprendere lo stesso percorso di consapevolezza e coming out, come Martino. Uno dei regali più belli che ho ricevuto da questa serie è stata la testimonianza di come tante persone, grazie al racconto della sua storia, abbiano poi avuto il coraggio di fare grandi passi nella loro vita, e questo è il regalo più grande che un attore possa ricevere».

In Magnifica presenza, spettacolo teatrale tratto dall’omonimo film di Ferzan Ozpetek, la tag-line del film era: «Sembra che lui non sia solo». Che rapporto hai con la solitudine? Anche la carriera attoriale può aiutare a costellare il proprio vissuto di «magnifiche presenze»?

«In Magnifica presenza il rapporto con la solitudine è molto importante, e la solitudine è una realtà presente nella vita di un attore: ogni carriera è singolare e unica, e quindi ogni percorso è a sé, è un lavoro individualistico. Lavorare in una compagnia è quello che si avvicina di più a un lavoro collettivo, ma finita quell’esperienza si torna all’individualità e all’individualismo, che è una delle cose che soffro di più. Ho voluto intraprendere gli studi universitari perché volevo continuare a fare un percorso collettivo. Non ho mai avuto un buon rapporto con la solitudine, ma sto imparando a conviverci, e ad accettare ed apprezzare i momenti vuoti, per comprendere e guardarmi dentro, e a volte anche a scontrarmi con me stesso».

Oltre a essere un attore, l’anno scorso ti sei laureato in Medicina. Quali pensi siano, se ci sono, i punti di convergenza tra queste due professioni?

«I punti di convergenza, a mio parere, sono la ricerca di un contatto e di condivisione umana con il prossimo. Come medici spesso si condivide con il paziente un percorso importante, come l’incontro con la malattia, e questa è la croce ma anche la forza del rapporto medico-paziente, ossia l’empatia e la forza che si può ricevere nello scambio interpersonale. Ho ricercato la stessa cosa all’interno del mondo della recitazione, perché essa comporta l’interfacciarsi con l’altro, con l’ascolto, con l’accettazione di un personaggio, ma anche delle storie che si incontrano nel variegato mondo di un set cinematografico».

Questo mese, al tema dei tabù abbiamo accostato il tema dei totem, intesi come «entità naturali e soprannaturali ai quali ci si sente legati per tutta la vita». Le parole-totem del Bullone sono «Pensare. Fare. Fare pensare»: quali sono le tue?

«Per me, le parole-totem che mi guidano, sono Altro e Noi».

– Federico Cesari

«Per me, le parole-totem che mi guidano, sono Altro e Noi».

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