Intervista Impossibile a Dario Fo
Oggi a Milano è una giornata fredda, di pioggia, ma l’emozione surriscalda l’aria: sto per incontrare Dario Fo, l’autore italiano più rappresentato nel mondo.

Nel 1997 lei riceve il Premio Nobel per la Letteratura, con la motivazione che, seguendo la tradizione dei giullari medioevali, dileggia il potere restituendo la dignità agli oppressi. Oggi più che mai avviene il contrario, come si può intervenire?
«Forse dedicherei questo Nobel a chi sta veramente cercando di fare qualcosa per gli oppressi, e in questo momento particolare del mondo lo destinerei per la pace. Gli oppressi li vediamo tanto più nelle persone che devono subire le guerre, che probabilmente nessuno vuole, ma che sono state loro imposte. Quindi l’oppressione adesso è, in primis, la guerra. Sono veramente indignato e arrabbiato per quello che sta succedendo e, avendo da sempre molta simpatia per Papa Bergoglio, ecco questo Nobel lo dedicherei a Lui. Come un’ideale staffetta messa sotto il segno di una pace che a quanto pare in questo momento solo il Papa sembra volere».

Lei viene definito in maniera più semplice: «il comico in rivolta». Ci spiega perché?
«In rivolta perché la mia visione del mondo è sempre stata non convenzionale: “guardo il mondo a testa in giù, cerco di ribaltare i sensi comuni, vado al di là delle apparenze”. Di conseguenza tutto questo è il contrario dell’ordine costituito, quindi è un modo di porsi contro le apparenze che ci vogliono in realtà far vedere. Bisognerebbe lottare contro questo mondo falso, ciascuno di noi potrebbe fare qualcosa in piccolo o in grande. Io credo però, che la lotta non sia mai individuale, bisognerebbe riunirsi tra persone che hanno più o meno le stesse idee; cercare di scavalcare le differenze per trovare un’unità sempre maggiore. Non assecondare più quello che c’è oggi di sbagliato, ma cambiare le situazioni».
Alcuni cardini del suo pensiero riguardano l’infrazione al conformismo, la provocazione al potere, il gusto della sorpresa. Ritrova oggi queste idee nei nostri giovani?
«Oggi si vuole mostrare probabilmente qualcosa che non è sempre quello che in realtà è; si va per stereotipi dicendo che i giovani sono spesso seduti, opachi, convenzionali. Invece, proprio in questi giorni, quello che succede nelle Università in Italia, negli Stati Uniti e in altri posti del mondo, tutte queste rivolte contro i massacri che avvengono in Palestina, ci mostrano un’immagine dei giovani diametralmente opposta a quella che i media suggeriscono. Penso che i nostri giovani siano molto vivi, consapevoli, pronti a lottare, persino a subire bastonate e arresti».

Il suo teatro è sempre stato politico, con l’esigenza di ricollegarci fino in fondo alla cultura popolare. Ci illustra meglio?
«Il mio è stato un teatro anche di “risarcimento”, perché raccontare storie che attingono alla cultura popolare è stato quasi voler ripagare generazioni di persone defraudate di quella cultura. Rispetto alla cultura ufficiale, quella imperante, ne ho voluto descrivere un’altra nascosta, non valorizzata dai libri di storia, dalle antologie o dalla letteratura. Una cultura fortissima che è esistita ed esiste, diciamo, nelle classi meno fortunate, ma comunque capaci di avere delle straordinarie intuizioni sulla capacità di raccontare la storia e la vita da un diverso punto di vista. La forza di questa cultura è anche il suo rivolgere uno sguardo insolito e spesso irriverente. Tutta la mia opera è basata sulla satira, sulla comicità e sul riso come arma veramente contundente, perché la risata è liberatoria, feroce e smaschera il potere a volte più che l’invettiva. Come ho sempre detto: un popolo che non è capace di satira è un popolo morto».
La storia tra lei e sua moglie, Franca Rame, è stata una tra le più belle storie d’amore del Novecento italiano. Come si fa a non «perdersi» mai?
«Credo che ci abbia aiutato molto anche il percorso lavorativo che abbiamo fatto insieme. Al di là del nostro grande amore, l’impegno, la politica, la passione di scrivere e di recitare ci hanno tenuti insieme nonostante i tanti ribaltoni. Non è stata una storia convenzionale, ma si è voluto stare insieme; credo che oltre all’amore, le passioni comuni siano altrettanto forti e importanti per fare una coppia. Ci siamo completati a vicenda, nella vita privata e sulla scena, uniti da un amore che neanche litigi, gelosie e crisi sono riusciti a deteriorare».
Uno dei suoi copioni in passato venne censurato dalla televisione di Stato. In questi giorni la Rai ha cancellato il monologo di Scurati sul 25 aprile. Oggi come ieri? Non siamo riusciti a sciogliere questo bavaglio?
«Proprio così. La mia Canzonissima degli anni ‘60 venne censurata perché avevo parlato degli incidenti sul lavoro. Pensiamo a quanti sono oggi gli incidenti sul lavoro in Italia, e ancora non se ne parla, solo qualche sterile trafiletto in cronaca, ma senza fare un programma di responsabilità, tutela e prevenzione. Sono sicuro che se in prima serata, sui canali televisivi, qualcuno osasse parlare di quel tipo di incidenti, verrebbe censurato proprio come lo sono stato io nei lontani anni ‘60. Niente è cambiato. Antonio Scurati si è ritrovato nella stessa Rai, fatta da persone del potere, messe lì da rappresentanti del governo, che seguono delle direttive e oscurano, se quello che viene detto non rientra nei loro canoni. Per questo ho fatto il teatro, perché fin quando si può, voglio lavorare in uno spazio di libertà».
– Dario Fo
“Tutte queste rivolte contro i massacri che avvengono in Palestina, ci mostrano un’immagine dei giovani diametralmente opposta a quella che i media suggeriscono. Penso che i nostri giovani siano molto vivi, consapevoli, pronti a lottare, persino a subire bastonate e arresti.”