Animenta con voi: quali sono i luoghi comuni quando parliamo di DCA?

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Animenta è un’associazione no-profit che si pone l’obiettivo di sensibilizzare e informare sui Disturbi del Comportamento Alimentare. Attiva sul territorio italiano dal 2021, il suo lavoro coinvolge circa duecento volontari da tutta Italia tra professionisti, genitori e ragazzi che decidono di supportarne le attività attraverso le loro storie e competenze, provando a divulgare speranza e condivisione. La collaborazione tra Animenta e Il Bullone nasce dall’obiettivo condiviso di raccontare la vita dopo la malattia, ma anche dal tentativo di provare a interpretare o reinterpretare il mondo con cui si interfacciano i ragazzi di oggi, soprattutto in caso di vissuti importanti, partendo, in primis, dalle loro parole. Rubrica scritta e curata da Cristina Procida.
"Sono «malattie democratiche», dice sempre Maruska Albertazzi. E «invisibili», concludo io. Nel dubbio, vale sempre la regola del «Se non hai niente di carino da dire, probabilmente è meglio tenere la bocca chiusa»." Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Disturbi Alimentari: un mondo regolato da luoghi comuni

Dei Disturbi Alimentari si è detto di tutto: dalla volontà di «fare la modella», al fatto che parliamo di «soggetti schizzinosi», fino ad arrivare alle «Devianze Giovanili» e alle «malattie metaboliche».

Giorni fa, quando una signora ha chiesto aiuto per la propria figlia su un gruppo Facebook, le è stato rifilato il libro di una coach che parla di marketing alimentare, con la promessa agghiacciante – di riuscire a curare la ragazza in sette settimane. Ho impiegato parte del mio tempo per spiegare che stava confondendo il «mangiare in maniera disordinata» con una patologia psichiatrica grave.

Quali sono i luoghi comuni più famosi quando parliamo di DCA? Possiamo sfatarli? Ammetto che, ogni tanto, mi verrebbe da sventolare una bella bandiera bianca. Poi mi rendo conto che forse, invece, devo continuare a sbandierare quella lilla.

«Basta la forza di volontà!»: non solo il concetto è intrinsecamente sbagliato, ma addirittura conduce il paziente ad ulteriori sensi di colpa, vedendosi scaricata addosso la sua malattia come se fosse un reato, o peggio, una «decisione».

«I DCA sono soltanto capricci»: i Disturbi Alimentari sono malattie complesse e mortali. La mortalità si aggira intorno ai 4.000 soggetti ogni anno: un numero spaventoso, secondo solo agli incidenti stradali.

«È una malattia da donne»: uno dei luoghi comuni più frequenti, che saltano di bocca in bocca per approdare alle orecchie di chi non si identifica nel genere femminile e sta soffrendo. Parole che gettano un ulteriore senso di discriminazione da un lato, e maggiore vergogna dall’altro. Probabilmente non se ne parla abbastanza, ma molti uomini soffrono di disturbi come la vigoressia, che appare all’esterno come una sorta di «ossessione» per la palestra, ma che è a tutti gli effetti un DCA.

«Chi soffre di DCA è sottopeso»: in realtà, solo il 6% di chi soffre di DCA è sottopeso. Continuare a sostenere la tesi che un DCA comporti inevitabilmente il sottopeso è fuorviante, non prende in considerazione la dinamica psicologica, ed è anche il motivo per cui molte persone non riescono ad accedere alle cure, con successiva invalidazione nella sofferenza del paziente.

«È una malattia da ragazzine»: mia madre è una donna di 56 anni con un funzionamento anoressico, una diagnosi vecchia e una recente, che confermano la presenza della patologia nell’età adulta. Quindi no, non è una malattia che riguarda solo ragazzi adolescenti. I Disturbi Alimentari non guardano in faccia a nessuno.

Sono «malattie democratiche», dice sempre Maruska Albertazzi. E «invisibili», concludo io. Nel dubbio, vale sempre la regola del «Se non hai niente di carino da dire, probabilmente è meglio tenere la bocca chiusa».

– Cristina Procida

Quali sono i luoghi comuni più famosi quando parliamo di DCA? Possiamo sfatarli? Ammetto che, ogni tanto, mi verrebbe da sventolare una bella bandiera bianca. Poi mi rendo conto che forse, invece, devo continuare a sbandierare quella lilla.”

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