A Lampedusa, isola bellissima: guardando quei profughi salvati dopo aver attraversato il mare

Il B.Liver Odoardo ci racconta di Lampedusa, paradiso segnato dalla crisi migratoria. Tra bellezze naturali e l'ombra dei naufragi, l'isola accoglie i migranti tra mille difficoltà.
Una foto della Guardia Costriera (Foto: Edoardo Grandi)
Una foto della Guardia Costriera (foto: Edoardo Grandi)

Lampedusa: un’isola bellissima tra le difficoltà dei migranti

C’è una porta molto stretta che guarda a sud, verso le coste libiche. La porta è grande ma il suo passaggio interno è molto piccolo. Si chiama porta d’Europa e forse non è un caso che ci si passi uno alla volta.

Riguardo all’isola di Lampedusa è stato scritto di tutto: mi chiedo quanto possa essere di utilità questo mio articolo. Tuttavia è nato da un impulso abbastanza forte e immediato di raccontare un luogo che, nonostante la sua dimensione, è estremamente noto. Riguardo all’isola di Lampedusa, mi chiedo se un maschio bianco occidentale e medio borghese possa avere una visione oggettiva, al netto delle sue conoscenze. Riguardo all’isola di Lampedusa, ci sono molte opinioni a cui si aggiungerà la mia.

Lampedusa è un paradiso. Da Milano ci si arriva in un lampo: esci dall’aeroporto e tempo 20 minuti puoi entrare nell’acqua della Spiaggia dei Conigli. A fine primavera è bellissima, ci sono i fiori, se si è fortunati, venticinque gradi. La parte nord è brulla, alta, selvaggia, dalle falesie ti puoi perdere nel tramonto. Guidiamo un motorino scassato che porta dovunque in trenta minuti. Tira vento freddo, a un certo punto piove. Quando esce il sole, l’isola cambia volto. Puoi girarla in barca, mangiare a bordo, vedere le imbarcazioni sospese nell’acqua cristallina. Il pesce è buonissimo, freschissimo, vivo o morto; d’estate, se sei fortunato, vedi i delfini e le tartarughe Caretta caretta. La mattina vediamo i martin pescatore che girano intorno alla casa di mosaici in cui pernottavamo.

Lampedusa è un paradiso, ma tira aria di morte. Come tutti i venti, spira a intermittenza, la morte. Per quanto si tenti di nasconderla e per quanto ci si possa sforzare di rifiutarla, quel piccolo pezzo di Africa (Lampedusa geologicamente fa parte della placca continentale africana) contiene un dolore che ti prende a schiaffi.

Sull’isola non si vedono migranti: l’hotspot è alla fine di una strada chiusa, incastonato tra due rilievi montuosi al centro dell’isola. Le camionette della polizia celano l’ingresso e l’esercito presidia dall’alto. In città vive una piccola comunità di senegalesi: sono gli unici afrodiscendenti che si possono incontrare, insieme a qualche mediatore culturale che lavora nell’hotspot.

Non ci sono musei aperti (naturalistici e culturali), come se la storia dell’isola non avesse il valore del turismo. Tuttavia la città è piena di murales, di colori, di statue e installazioni che parlano della storia recente: c’è una spirale di nomi del naufragio dell’ottobre 2013; il murales più bello è sulla biblioteca di via Roma, che sembra un presidio culturale di resistenza dove si fanno corsi di italiano per migranti.

Sulle spiagge il vento tira forte, quell’aria entra nel paradiso con violenza: non di rado si trovano pezzi di imbarcazioni. Quelle stesse imbarcazioni che si vedono alla deriva nella parte sud: sono piccole bagnarole che danno un’idea di instabilità profonda, soprattutto se immaginate piene di gente.

Il nostro padrone di casa è un pescatore: ne ha tirati su morti e vivi, ma ora non risponde più al telefono perché non ne può più. È stato protagonista di un documentario, ma non tollera più di parlare di migranti e non sopporta l’idea che Lampedusa sia accostata solo ai migranti, all’aria di morte. In paese si dice che ci siano interessi mafiosi sulla rotta dalla Libia: non si spiegano perché a Pantelleria non arrivi nessuno, o meglio, se lo spiegano con la connivenza malavitosa.

Una prima puntualizzazione che esula dalla cronaca, secondo me necessaria: le sensibilità umane rispetto alla morte sono soggettive. Aria di morte spira nelle metropoli, negli ospedali, nelle menti, nei ghiacciai che si sciolgono, nelle pianure allagate, nelle terre desertificate e negli slogan politici. Non si intende in questa sede dissuadere dal vedere l’isola. Quel vento spira un po’ dappertutto. E con la morte abbiamo un rapporto strano, noi occidentali. Fa parte della vita e nasconderla non credo sia sano.

Seconda considerazione: mi permetto di esternare queste opinioni data la sede in cui sto scrivendo. La complessità del tema «accoglienza» non si può esaurire in seimila caratteri e tantomeno in una visione di cinque giorni sull’isola. Proseguo.

Per tre giorni, l’aria di morte spira poco nella mia permanenza. L’ultima sera, quando il mare si calma, arrivano al porto dei migranti soccorsi dalla guardia costiera. Arrivano da un viaggio in mare di tre giorni, hanno incontrato la pioggia e il vento che abbiamo incontrato noi, hanno solcato quelle onde lunghe. Era la prima finestra meteorologica che si apriva dopo quasi un mese. I taxi del mare non c’entrano con le partenze. Le persone partono quando il meteo lo consente.

Vedo lo sbarco delle persone da un bar, Porto M. (bar attivo con uno spazio dedicato agli oggetti dei migranti e a un teatro dei pupi), sorseggiando una birra fresca artigianale.

Il gommone della guardia costiera è atteso da due camionette della Croce Rossa, poliziotti, guardia di finanza. E, per quanto stridente mi sia sembrato, ritengo che le cose siano duplici, la realtà come i luoghi. Non intendo esacerbare il senso di colpa fittizio che può assalire pensando alla mia fortuna e alla loro tragedia. Non voglio che questa dimensione rimanga unicamente emotiva, dal momento che sarebbe quantomeno infantile. Tuttavia si manifesta un’idea concreta, un assioma, un dovere morale: non solo, non si lascia morire nessuno, ma non è accettabile pensare che le persone possano essere numeri o carichi residuali. È indignitoso e disumano lasciare persone alla deriva, prima e oltre tutte le ulteriori riflessioni. Possiamo ancora discutere sulla possibilità di lasciare persone in mezzo al mare, farle vagare per l’Italia senza meta, lasciarli in un luogo sovraffollato senza igiene? Dobbiamo occuparci di ambiente, di salute e di istruzione.

Non abbiamo più tempo per questo abominio. Ci sono diritti che oramai non meritano discussione. Gli esseri umani, anche i più orrendi, vanno salvati: spero che questa affermazione sia compresa come totalmente scontata, come la condanna allo stupro, per citare un atto deplorevole qualsiasi, e non venga invece considerata come una frase solo retorica.

Non c’è retorica: la gente si salva e basta. Molti di quegli esseri umani che sono scesi dalla barca viaggiano da anni, nella maggior parte dei casi sono stati stuprati, torturati, venduti come schiavi. Hanno camminato nel deserto, hanno visto parenti e amici morire. Apriamo un corridoio umanitario, facciamo venire queste donne e questi uomini senza attraversare il mare, poi penseremo a cosa fare. Basta vedere uno sbarco per convincersene, ve lo assicuro.

– Odoardo Maggioni

Non abbiamo più tempo per questo abominio. Ci sono diritti che oramai non meritano discussione. Gli esseri umani, anche i più orrendi, vanno salvati: spero che questa affermazione sia compresa come totalmente scontata, come la condanna allo stupro, per citare un atto deplorevole qualsiasi, e non venga invece considerata come una frase solo retorica. Non c’è retorica: la gente si salva e basta.”

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