Intervista a Fabrizio Gatti. “La mia prima volta da cronista? quel macellaio nel negozio invaso dall’acqua”

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La B.Liver Giusy ha intervistato Fabrizio Gatti, noto giornalista, che racconta la sua prima intervista da bambino. Gatti sostiene l'importanza della curiosità e del rispetto verso le storie altrui, al fine di costruire un racconto autentico.

Intervista a Fabrizio Gatti, giornalista d’inchiesta e reportage

Fabrizio Gatti è giornalista di inchieste e reportage. Dal 1987 ha lavorato come cronista e come inviato per Il Giornale di Indro Montanelli, il Corriere della Sera e L’Espresso. Dal 2022 è direttore editoriale per gli approfondimenti del quotidiano Today.it. Le sue inchieste sotto copertura e i suoi libri sono stati tradotti in tutto il mondo. Per Il Bullone ha raccontato la sua prima volta come cronista, da bambino, di come stupirsi sia sempre fondamentale e quanto, anche dopo anni di esperienza, ogni intervista sia come la prima volta.

Sopra: Fabrizio Gatti.

Qual è la sua prima volta da cronista?

«La prima volta che ho scritto e raccontato una storia è stato in quarta elementare: in quel momento non ero consapevole di cosa fosse scrivere un’intervista, lo scoprii dopo. Durante quell’anno scolastico la maestra assegnava ad ogni alunno un articolo per il giornalino della scuola: un cartellone grande, bianco con attaccati tanti fogli strappati dai quaderni sui quali c’erano scritti gli articoli. Un pomeriggio di inizio novembre del 1976, mi trovavo proprio a dover scrivere un articolo per il giornalino. Fuori c’era il sole, un sole leggero, autunnale; non avevo voglia di stare in casa a scrivere, così presi la bici e pensai di raggiungere una frazione del mio paesino: lì avrei potuto scrivere il mio articolo.

Pensai di intervistare un macellaio la cui abitazione, settimane prima, era stata sommersa da un’alluvione. Il macellaio, vedendo un bambino, inizialmente pensò che volessi solo fargli perdere tempo, quando però gli spiegai che volevo fargli delle domande per il giornalino della scuola, i suoi modi cambiarono. Non appariva più burbero e fu disponibile a raccontarmi la sua storia. Mi colpì molto il suo cambio di atteggiamento al pronunciare la parola “giornalino della scuola”: questa fu la chiave che aprì il suo cuore a raccontarsi, e questo lo sperimenterò anche negli anni della mia carriera.

Tornai a casa e senza alcuna consapevolezza scrissi quella che oggi chiameremmo intervista e la maestra dopo aver consegnato l’articolo, si avvicinò dicendomi: “bravo, hai fatto il lavoro del giornalista”. Un pomeriggio passato fuori all’aria aperta ad ascoltare una storia poteva essere un lavoro, così da quel momento a chi mi chiedeva cosa volessi fare da grande rispondevo: “il giornalista”. Tutti gli incarichi ancora oggi, dopo 30 anni di esperienza, sono sempre ancora una prima volta per me».

Come mai?

«Questo è il giusto rispetto che ciascuno di noi, che per lavoro racconta la realtà, deve avere nei confronti di chi legge. Non avere la presunzione di sapere già tutto».

Quindi pensa che lasciarsi stupire sia fondamentale per avere un racconto autentico della realtà?

«Quando ci si interfaccia con qualcuno che non si conosce è essenziale porsi allo stesso livello, senza pregiudizi, pronti ad ascoltare. Di solito se si arriva con un pregiudizio non si riuscirà a cogliere nulla di nuovo rispetto a quello che già pensavamo. Questo, ancora oggi, mi è di estremo aiuto ogni volta che mi devo infiltrare in realtà molto complicate. Lasciarsi stupire forse è l’aspetto più bello di questo lavoro; la curiosità è il moto che mi spinge a pormi domande e a scrivere».

Che cosa consiglia a chi vorrebbe intraprendere questa carriera?

«Consiglierei di immergersi nella realtà e viverla prima di tutto, per poi raccontarla attraverso tutti e cinque i sensi e anche il sesto: il ragionamento. Questo fa la differenza tra noi e un qualsiasi algoritmo, oggi, nell’era del giornalismo digitale. Gli algoritmi non hanno sensorialità e questa è ancora oggi una qualità umana che di fronte a una realtà sintetica dobbiamo essere in grado di difendere. Siate pronti a consumare la suola delle scarpe, percorrendo passi, chilometri, ascoltando chi ha qualcosa da dire. E soprattutto non spegnete mai la curiosità, ma mantenetela viva sempre, non solo per un dovere giornalistico, ma di cittadini. Conoscere è importante per mantenere viva la nostra democrazia!».

– Fabrizio Gatti

“Quando ci si interfaccia con qualcuno che non si conosce è essenziale porsi allo stesso livello, senza pregiudizi, pronti ad ascoltare. Di solito se si arriva con un pregiudizio non si riuscirà a cogliere nulla di nuovo rispetto a quello che già pensavamo. Questo, ancora oggi, mi è di estremo aiuto ogni volta che mi devo infiltrare in realtà molto complicate. Lasciarsi stupire forse è l’aspetto più bello di questo lavoro; la curiosità è il moto che mi spinge a pormi domande e a scrivere.”

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