Io fra i clochard di Milano: ho trovato uomini e donne con ancora la voglia di vivere

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La B.Liver Francesca racconta le vite di Sara, Anton, Ali e Lidia, persone senza dimora a Milano. Tra difficoltà e speranze, emergono come individui unici e non "invisibili", sfidando la marginalizzazione sociale.
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Tra i clochard di Milano: una B.Liver racconta le vite di Sara, Anton, Lidia e Ali

Via Vittor Pisani è una strada a sei corsie. È la via porticata che va dalla grande piazza davanti alla Stazione centrale agli hotel di lusso di Piazza della Repubblica, a Milano. Su alcuni tetti dei palazzi che si affacciano su via Pisani, ci sono delle piante grasse in vaso, della ghiaia bianca, dei tavolini, e — d’estate — le feste aziendali con open bar e musica. Sotto, ci sono piani di uffici e sale riunioni con piccole finestre rettangolari poste a intervalli regolari. Sotto l’ultima fila di finestre, c’è un porticato. Protette dal porticato ci sono le insegne colorate di sushi, banche, pokerie e caffetterie.

Anton, uno dei 10mila apolidi o stranieri che vivono per strada in Italia

Sotto una di quelle insegne, la notte del 12 febbraio 2024, c’è Anton: ha i jeans strappati, un giubbotto grigio e un berretto nero; è sdraiato sul pavimento in granito; accanto a sé, per terra, ha una bottiglia di rum e una chitarra. Quando mi vede, inizia a parlare in un’altra lingua, indica il posto in cui dorme, indica la stazione, alza le mani con i palmi verso l’alto e scuote la testa. Sul telefono ho una lista di domande che dovrei fargli.

Continua, fa dei gesti, indica il mio telefono. «Bulgaria», dice. Con Google traduttore proviamo a comunicare. Lui legge le domande tradotte, ma non sa scrivere la risposta, risponde parlando in bulgaro e a gesti. Un po’, piano piano, ci capiamo. Ha tra i 40 e i 50 anni, è andato via dalla Bulgaria da poche settimane. Prima aveva anche uno zaino e un’altra chitarra, poi, mentre dormiva, glieli hanno rubati. Da allora, prima di sdraiarsi, con la cintura fa un giro intorno al polso e un giro intorno al manico della chitarra, poi la allaccia stretta. Indica la bottiglia di rum e il pavimento su cui dorme, e mima il gesto di tremare. In strada non riesce a dormire per questo: fa freddo e devi sempre stare attento ai ladri.

Secondo l’ultimo censimento ISTAT, Anton rientra nella categoria di persone che è più comune incontrare tra chi è senza tetto o senza fissa dimora: delle 96.197 persone classificabili come tali, più di 24.000 sono uomini tra i 35 e i 54 anni. Di quei 24.000, Anton rientra tra i 10.000 stranieri o apolidi. Rientra anche tra quelle persone che non dormono in un rifugio. A volte è una scelta, perché alcuni dormitori offrono condizioni peggiori della strada, come nel caso del dormitorio di via Aldini a Milano, un tempo infestato dalle cimici da letto. Altre volte, come per i richiedenti asilo della provincia di Trento, dormire in strada è l’unica opzione, perché il sistema di accoglienza non ha abbastanza posti o ha requisiti d’accesso irraggiungibili.

Il fenomeno degli homeless è diffuso soprattutto nelle grandi città.

Sara ha due figli piccoli e sta cercando un lavoro

Nella demografia delle persone senza fissa dimora, però, ci sono anche le minoranze. Dall’altro lato di via Vittor Pisani, sempre sotto i portici, è seduta Sara. Sara ha 34 anni, indossa un paio di Nike Tn nere e mentre parliamo, mangia un pacchetto di cracker. Qualche anno fa ha lasciato l’università ed è salita a Milano a cercare lavoro. Ha dormito prima a casa di amici, poi a casa di parenti, poi in un van. La sua è una situazione temporanea, perché sta cercando lavoro. Ha due figli, uno di pochi anni e uno di pochi mesi, ma non li vede da un po’. Secondo lei in strada non è facile dormire, ma il sonno, prima o poi, ti viene. Quando le offro del tè, Sara rifiuta. Se sei donna e dormi in strada, la notte è meglio non fare la pipì.

Nei dormitori e in strada, come dice Sara, non si sta per forza tutta la vita.

Lidia sta per tornare in una casa e ricevere la cittadinanza

Lidia infatti, sta per tornare in una casa. Ha quarant’anni e i ricci neri corti appena lavati, ancora bagnati. Nel locale lavanderia del rifugio in cui vive, a Milano nord, racconta che è in Italia dal ‘96 e a Milano dal 2000. Viveva in affitto in un appartamento da diversi anni, poi nel 2019 è partita per visitare la sua famiglia in Marocco per alcuni mesi. Quando è tornata, ha trovato una serratura diversa alla porta di casa. L’appartamento in cui viveva era stato sgomberato, tutte le sue cose non c’erano più. A quarant’anni, Lidia si è ritrovata con una valigia e nient’altro. Da lì, ha passato diversi dormitori, sempre lavorando nella mensa di un ospedale. Dalla sua camera da letto, è passata alle camere condivise piene di sconosciuti e cimici del letto. È appena andata a vedere la casa in cui andrà a vivere. È una casa di 40 metri quadrati, senza mobili. È un giorno fortunato, perché è anche il giorno in cui ha finito le pratiche per ricevere la cittadinanza. Questo è il momento in cui ricomincia da zero.

Ali ha capito che l’unica cosa che può controllare è la scelta di non bere il primo sorso di alcool

Nella sala comune pitturata di azzurro e illuminata al neon di un altro dormitorio, Ali ha un’idea diversa della vita che ha davanti. È seduto da solo a uno dei sei tavoli rettangolari, in una grande stanza con due macchinette e un televisore appeso al muro. Ogni tanto guarda verso il televisore, ogni tanto fuori dalla finestra. Da dov’è lui, l’audio non si sente. Ali quarant’anni fa era in Marocco, dove ha fatto il servizio militare e la scuola per elettricisti. È arrivato in Italia nel 1998 e ha lavorato per anni come elettricista, a volte con, a volte senza contratto. Poi, intorno al 2005, ha iniziato a bere. Con l’alcol ha perso il lavoro, ha perso la casa ed è finito in strada. Sempre per l’alcol, è diventato violento ed è finito in prigione. Quando è uscito dalla prigione non aveva soldi, né amici, né documenti, né una casa. Ha ricominciato a bere e a vivere in strada.

Poi, dopo l’ultima volta che è stato in prigione, ha trovato qualcuno che lo ha aiutato. Ora, dice, non beve da un po’, perché ha capito che l’unica cosa che può controllare è la scelta di non bere il primo sorso. Dopo quello, non c’è niente che lo fermi, né la sua forza di volontà, né i suoi sette anni di sobrietà. Ali non lavora, perché ha problemi al cuore e alle ossa. Le persone di cui si fida sono pochi membri del gruppo di supporto per l’alcolismo. Ha una moglie che vive in Marocco e quando lo chiama gli ricorda che lo aspetta ancora. Lui non è d’accordo, non le ha mai detto di aspettarlo. Nel Corano, mi spiega, è scritto che dopo sei mesi che sei lontano da tua moglie, in realtà non siete più sposati, se no sarebbe troppo difficile. Quando non è agli incontri settimanali del gruppo di supporto, è seduto a quel tavolo vuoto a guardare la tv senza audio. Ora, dice, non ha nessun desiderio. L’unica cosa che gli resta è aspettare di morire.

Nessuno di loro è invisibile

A chi vive come Sara e Anton, o come Lidia e Ali, ci si riferisce spesso come «invisibili». Sara, Anton, Ali e Lidia sono persone senza dimora e senza tetto. Sara sta aspettando di rivedere i suoi due figli. Anton sa suonare la chitarra. Ali ha fatto l’accademia militare. Lidia sta per diventare cittadina italiana. Nessuno di loro è invisibile.

I nomi usati nell’articolo sono nomi di fantasia

– Francesca Covini

“A chi vive come Sara e Anton, o come Lidia e Ali, ci si riferisce spesso come «invisibili». Sara, Anton, Ali e Lidia sono persone senza dimora e senza tetto. Sara sta aspettando di rivedere i suoi due figli. Anton sa suonare la chitarra. Ali ha fatto l’accademia militare. Lidia sta per diventare cittadina italiana. Nessuno di loro è invisibile.”

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