Intervista impossibile a Cesare Bartorelli: “Al Monzino per curare il cuore e la persona”

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L'intervista impossibile di questo mese è quella di Cesare Bartorelli, che parla con la figlia Anna delle origini del Centro Cardiologico Monzino e della sua eredità nella medicina.
Cesare Bartorelli interpretato da Max Ramezzana.
Cesare Bartorelli interpretato da Max Ramezzana.

Intervista impossibile a Cesare Bartorelli, importante clinico italiano del ‘900

Cesare Bartorelli (29 aprile 1911 – 19 ottobre 1991) è stato uno dei più grandi clinici italiani del 900, per la sua instancabile attività di medico e formatore di medici, e per la tangibile eredità che ha lasciato nel mondo della medicina e della cardiologia in particolare.

Il professor Cesare Bartorelli è stato uno dei più grandi clinici italiani del 900, per la sua instancabile attività di medico e formatore di medici, e per la tangibile eredità che ha lasciato nel mondo della medicina e della cardiologia in particolare.

Resto incantata dalla gentilezza di Anna Bartorelli, e dall’entusiasmo con il quale mi racconta della vita e del pensiero di suo padre.

Cinzia Farina, laurea in Lingue e Letterature moderne, ha frequentato l’Istituto di medicina psicosomatica, specializzata in alimentazione, cronista del Bullone.

Il Centro Cardiologico Monzino è nato come iniziativa per il bene della comunità, da un’idea visionaria di suo padre, il professor Cesare Bartorelli e del Cavaliere del Lavoro Italo Monzino. Anna, ci racconta l’inizio?

«Mio papà aveva quell’idea da sempre. Quando lavorava al Sacco all’Università, per poter parlare di un malato andava personalmente al Padiglione Zonda (io ero bambina e spesso gli facevo compagnia), dove raccontava del malato, discuteva con i ricercatori e con i radiologi. Ha sempre detto che se avessimo avuto una struttura dove poter trattare le sue esigenze mediche con il chirurgo, con il radiologo, parlare con i ricercatori e sottolineare le varie problematiche, ecco, quello sarebbe stato certo un grosso vantaggio per la cura del paziente. Quindi, l’idea di creare un centro cardiologico era un’idea fissa che aveva da tempo.

Mio papà aveva già tentato di realizzarla con l’aiuto di un grandissimo uomo e amico, il conte Giorgio Sisini, ideatore e fondatore de La Settimana Enigmistica, che però morì improvvisamente di infarto ancora giovane. In seguito, il Cavalier Monzino sposò l’idea di mio padre e insieme cercarono una location per realizzare il Centro Cardiologico. C’era allora una casa di cura, “Le Quattro Marie”, nella periferia sud di Milano, ricordo ancora oggi le domeniche con mio papà, tutti quei viaggi in perlustrazione, circondati da una nebbia fittissima. Alla fine il cavalier Monzino acquistò la clinica».

Il professore promuoveva un ambiente di cura in cui ogni individuo veniva rispettato e valorizzato come persona: non crede che oggi sia un esempio poco emulato?

«Per mio padre era fondamentale vedere la persona, anche per poter fare la diagnosi. Mi diceva che prima bisognava guardarlo e poi farsi raccontare, e che se lo sai ascoltare bene, te lo dice lui quello che ha. Non ha mai curato solo l’organo, ma la persona nella sua totalità, anche se, devo essere onesta, erano altri tempi; adesso esistono delle tecnologie tali e dei medici super specializzati, che questa parte è diventata antieconomica per l’ospedale. Per il medico stesso sarebbe certo molto più gratificante che fosse ancora così, ma non sempre si può applicare oggi, fermo restando che di fronte si ha sempre una persona e non un organo, questo è assolutamente fondamentale non solo per mio papà, ma credo per chiunque faccia questo mestiere.

Se un medico, ad esempio, fa un’angioplastica ed è molto bravo, è chiaro che più ne fa meno liste d’attesa ci sono, se invece prima dedica mezz’ora a rincuorare il paziente, il numero delle prestazioni diminuisce di conseguenza. Ecco, forse ci vorrebbe una figura di mezzo come connessione con il paziente, che lo accompagni in questo percorso anche a livello emotivo».

Il Centro Monzino è noto per il suo approccio multidisciplinare che integra ricerca clinica e assistenza medica. Lei ritrova questo accostamento di cura anche nella medicina in generale?

«L’idea di mio padre era questa: essere aiutato da tutti gli specialisti per trovare la soluzione migliore, e anche per procedere nella ricerca. In certe strutture, ancora oggi il caso viene esaminato al mattino da tutti gli specialisti insieme. Il Monzino è rimasto quello di mio padre, i suoi allievi erano tutti impostati così. Mi ricordo ancora quando era a Siena e un suo assistente mi raccontava che quando una persona andava a lavorare con mio papà, sapeva già in anticipo che lì avrebbe trovato la scienza e la coscienza”. Questo assistente era molto bravo nella ricerca, ma si sedeva anche sul letto del malato. Per me ci sarebbero più medici di quello stampo se avessero più tempo, alcuni tornano a casa e non sono soddisfatti a causa di questa mancanza».

Il lavoro del professor Bartorelli ha influenzato molti colleghi e studenti che ora ricoprono posizioni importanti in varie università italiane. Come si sentirebbe, secondo lei, suo padre sapendo di essere stato la loro guida?

«Papà era molto rispettoso dell’altro, della sua intelligenza, non era mai invidioso. Mi ricordo che quando era andato a Siena con la prima cattedra assegnata, aveva saputo che in America facevano delle “bellissimecoronografie, quindi aveva mandato là uno dei suoi assistenti. Quando questo giovane è ritornato, mio padre gli ha dato tutte le possibilità per fare le coronografie a Siena. Quando si fidava di altri specialisti, collaborava completamente con loro. Non nutriva il sentimento dell’”io”, come tutte le persone intelligenti non aveva problemi a godere delle capacità altrui. Aveva cominciato studiando con il premio Nobel Walter Rudolf Hess a Zurigo, che faceva studi di fisiologia, e da lì mio padre ha iniziato gli studi sulla fisiopatologia dell’ipertensione; a Londra erano state fatte delle ricerche che portarono alla luce l’importanza della noradrenalina e adrenalina, ai tempi non conosciute. Erano i primi tempi in cui si studiava l’ipertensione. Era tutto pionieristico, tutto nuovo e affascinante».

Suo padre adottava un approccio olistico, cioè, nella pratica medica considerava l’interazione tra corpo e mente. La politica attuale, secondo lei, ne ha capito l’importanza?

«Secondo me è talmente ovvio che mi sembra strano che non tutti capiscano l’importanza di quell’unione in medicina, ma temo che il “business” ci stia facendo allontanare da quel punto di partenza. Di controparte, adesso però la Sanità ha anche spese esagerate e sta offrendo strumenti meravigliosi che costano molto; mio padre, ai tempi, quando faceva un consulto si metteva in tasca il fonendo e riusciva a fare cose stupende di cui noi non siamo più capaci, ma non aveva altro a disposizione; adesso ci sono strumenti pazzeschi davanti ai quali sarebbe gioiosamente meravigliato ed entusiasta. Prima dell’angioplastica d’infarto si moriva».

Il professor Bertarelli ha curato figure di spicco del mondo degli affari, della cultura e della politica italiana, ma era altrettanto dedito ai pazienti più umili e poveri, offrendo loro lo stesso livello di cura e attenzione. Soprattutto oggi, che l’accesso alla Sanità sta diventando sempre più accessibile solo ai «ricchi», che cosa si dovrebbe fare per riavvicinarci all’idea di suo padre?

«Infatti purtroppo è così, non ci si dovrebbe trovare davanti a una persona che puoi curare e una no. In Italia comunque, c’è anche spesso un lato più umano dove il migrante, quando arriva, giustamente, viene curato. Questi flash ci fanno ricordare come dovrebbe essere la Sanità. Ci sono discrepanze enormi, bisogna riconoscerlo, soprattutto in certe strutture».

– Anna Bartorelli

“Per il medico stesso sarebbe certo molto più gratificante che fosse ancora così, ma non sempre si può applicare oggi, fermo restando che di fronte si ha sempre una persona e non un organo, questo è assolutamente fondamentale non solo per mio papà, ma credo per chiunque faccia questo mestiere..”

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