Intervista a Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre ed esperto di convivenza
Utopia. Nel 1516 Thomas More prende le voci greche ū «non» e tópos «luogo», e conia un nome che è un luogo che non esiste. Ora, immaginare invece che nel luogo assolutamente reale in cui trova tempo e spazio l’esserci, che fa reale pure la nostra esistenza si possa effettivamente vivere con, oltre che semplicemente vivere accanto, fa di quel luogo un’utopia? Lo abbiamo chiesto a Gabriele Segre, direttore della Fondazione Vittorio Dan Segre e autore de La cultura della convivenza (Bollati Boringhieri, 2024).

Ha lavorato per anni per le Nazioni Unite occupandosi di temi di leadership e riforma dell’organizzazione.
Collabora con diverse testate, tra cui La Stampa e Il Sole 24 Ore, e tiene una rubrica settimanale
su Domani.
È il libro stesso a partire da una domanda fondamentale: «come possiamo convivere preservando le nostre identità?». Sempre sulla copertina del volume, poi, figura la Scuola di Atene, e uno dei due filosofi centrali del celebre affresco è proprio Aristotele, padre del noto principio di non contraddizione, e quindi di identità. Che ogni cosa è uguale a sé stessa (A=A) è infatti la diretta conseguenza del fatto che nessuna cosa può essere nello stesso tempo A e non-A. Stando a questo principio, quale identità si tratta di preservare? È forse più efficace pensare a una convivenza di differenze, o piuttosto far riferimento al confine dell’identità, e cioè alla più ampia categoria di «animale uomo», o ancora meglio «essere vivente», che ci fa tutti indistintamente identici?
«Quello filosofico è sicuramente un buon punto di partenza. Questa idea di identità, tuttavia, risulta inefficace nel riflettere bene quello che è invece il suo aspetto più sociale. Per dirla come forse l’avrebbe detta Aristotele, noi siamo sì A, ma siamo pure B e C e D e via dicendo. Si tratta, insomma, di riconoscere la pluralità e dinamicità delle identità, abbandonando una concezione rigidamente monolitica delle stesse. Perché se io sono A e basta, ci sarà sempre qualcosa di altro da me, una mia negazione, che mi resterà comunque a distanza: potrò ignorare questo qualcosa, potrò aggredirlo allo scopo di eliminarlo (e sciogliere quindi la contraddizione), ma, in una visione così statica, non potrò riconoscerne l’esistenza e intesserci una relazione. Se invece, nel considerare l’identità, sia individuale che collettiva, ragioniamo al plurale – e perciò ciascuno è più che una cosa soltanto – allora esistono sì delle somiglianze, esistono sì delle differenze, ma esistono pure degli spazi intersezionali che consentono la relazione».
Il sottotitolo del libro, Di cosa parliamo quando parliamo di politica, porta in campo anche quest’altra importante parola. Ed è con una citazione da La Politica di Aristotele che si apre il volume per ragazzi di Luigi Garlando sulla storia di una dodicenne che la politica la odiava: «Perché, come, quand’è perfetto, l’uomo è la migliore delle creature, così pure, quando si stacca dalla legge e dalla giustizia, è la peggiore di tutte». Aristotele in Camilla che odiava la politica, è anche un singolarissimo: da lui, superando le prime resistenze, la protagonista impara che la politica, tra tutte le cose che è, è pure il nostro sguardo sugli altri, e, in questa accezione, una fabbricatrice di ponti. Oggi più che mai però, tutti i ponti sembrano crollare, e gli occhi che ci posiamo intorno sono pieni di sospetti, odi, timori. Siamo effettivamente in grado di restituire alla politica il suo ruolo originario, dandole posto in quel «con-» del nostro vivere insieme? È una parola in cui si può ancora credere?
«Se, da una parte, l’epoca contemporanea può vantare le grandi e fondamentali conquiste liberali che hanno dato centralità alla persona, alla sua dignità, ai suoi spazi, al suo diritto di autodeterminazione (sebbene non tutti godano ancora di queste libertà), dall’altra, questi stessi trionfi ci hanno fatto cadere nell’illusione che la relazione con l’altro possa essere una scelta, piuttosto che costituire una necessità per la nostra stessa sopravvivenza. La politica non è altro che la manifestazione di quella ricerca di relazione con l’altro, e perciò, se ci siamo convinti di poter fare ed essere e progettarci indipendentemente da questa, significa che abbiamo perso il senso della necessità della politica. Siamo più liberi, sì, e però anche molto più soli, sempre meno alla ricerca di relazioni con l’altro e di soluzioni alla necessità, appunto, di vivere con l’altro attraverso di lui. È questo che ci rende fondamentalmente incapaci di rispondere alle sfide che comunque il mondo ci (im)pone».
Perché cultura della convivenza, e non, ad esempio, le regole, leggi o principi per la stessa?
«Perché la convivenza non è un metodo, né l’implementazione di azioni chiare e definite. Non esiste un solo modo di convivere, e quindi un unico modo giusto di farlo. Ogni circostanza richiede un adattamento alla complessità e all’articolazione specifica del contesto in cui è immersa; e cambia continuamente, anche rispetto a sé stessa in diversi spazi e momenti, proprio perché le identità sono dinamiche e molteplici. Esiste, tuttavia, un universalismo di approccio: la postura culturale che mi permette di prendere coscienza della complessità e di muovermi attraverso di essa, quella sì è generale. È come per i negoziati: non ce n’è uno uguale all’altro, ma l’approccio con cui ci sediamo al tavolo della negoziazione – la disposizione a riconoscere chi abbiamo di fronte, senza volerlo a tutti i costi costringere a rappresentare una negazione di noi (noi vs loro) e un ostacolo al nostro progetto individuale, e a superare la concezione del compromesso come sacrificio – quello è uguale sempre. La cultura della convivenza, insomma, prepara a sedersi a quel tavolo; non prepara le carte sul tavolo».
Viviamo in un’epoca che definirei disastrosa: disastri sono gli effetti delle guerre come quelli della crisi climatica, per menzionare due dei fenomeni che stanno mettendo a repentaglio la nostra conservazione su questo pianeta. Può l’incapacità dell’individuo di temere per il destino dell’intera sua specie rappresentare un ostacolo alla piena realizzazione di un ideale di convivenza?
«Lo è nel momento in cui pensiamo che l’unico motore della storia sia la paura. Viviamo un’epoca di reazione, non di immaginazione: anche le iniziative più radicali e proiettate verso un cambiamento sistemico nascono in risposta a un pericolo imminente. Senza la guerra ci sarebbe un movimento pacifista? Senza la crisi climatica, ci sarebbe un movimento ambientalista? La politica, però, non può limitarsi ad essere una risposta a un problema; piuttosto, è l’immaginazione di un’intenzione e una progettualità che trascende la mera reazione. Anche perché questa, se ci pensiamo, è in fondo endemicamente e inevitabilmente conservatrice. Persino i verbi che usiamo lo sono: ri-costruire, ri-fondare, ri-generare. Ma lo sforzo volto al mantenimento di una certa condizione è problem solving; la capacità di immaginare qualcosa di diverso è politica. E questa progettazione di futuro, che è appunto la politica, deve avvenire attraverso la creazione di comunità, ovvero l’intenzionalità collettiva della volontà di agire, che non può essere basata esclusivamente su un sentimento negativo. Perché paura e sacrificio, ammettiamolo, non sono buoni prodotti di marketing».
Qualcuno potrebbe definire la sua visione utopistica, o eccessivamente ottimista. Più concreto è parlare di speranza, che, dalla radice sanscrita spa-, significa «tendere verso una meta». C’è oggi una visione comune di quale sia questa meta a cui tendere? Ed è realistico credere che siamo pronti e capaci a intraprendere, come umanità, la strada verso di essa?
«Oggi, purtroppo, il termine speranza sembra aver perso questa sua radice concreta, ed è usato più come sinonimo di sogno: vedi “la speranza è l’ultima a morire”, o espressioni del genere. Sembra, insomma, che sopravviviamo con la fede che possa esserci un deus ex machina che arrivi a risolverci i problemi. Beh, non è un auspicio che mi appartiene. La radice spa- a cui lei fa riferimento è progetto, non utopia, e dovremmo forse interrogarci sul perché venga invece intesa come tale. Nella storia della nostra civiltà, le grandi ambizioni di futuro, anche in termini visionari, hanno sempre rappresentato un importante motore di evoluzione. Il fatto che oggi ambizioni simili vengano considerate alla stregua di sogni inarrivabili e scollati dalla realtà, ci dice qualcosa di noi su cui credo valga la pena di soffermarsi a riflettere, prima ancora di guardare ai progetti di domani».
– Gabriele Segre
“È come per i negoziati: non ce n’è uno uguale all’altro, ma l’approccio con cui ci sediamo al tavolo della negoziazione – la disposizione a riconoscere chi abbiamo di fronte, senza volerlo a tutti i costi costringere a rappresentare una negazione di noi (noi vs loro) e un ostacolo al nostro progetto individuale, e a superare la concezione del compromesso come sacrificio – quello è uguale sempre. La cultura della convivenza, insomma, prepara a sedersi a quel tavolo; non prepara le carte sul tavolo»”