Il senso e il valore di diventare grandi
Sto leggendo un libro di uno psicologo americano, James Hillman: La forza del carattere. Arzigogola un’analisi sulla vecchiaia coniugandola al carattere. Ancora non ho capito dove vada a parare, ma proseguo (a fatica…).
Con mille similitudini e citazioni dotte, paragona il carattere all’anima, al Sé, alla Forma platoniana… definendolo come la manifestazione della somma di ciò che ci rappresenta, inalterabile nel tempo. Sostiene che la vecchiaia gli viene in aiuto, perché gli dà uno spazio temporale maggiore per definirsi e concludersi. Un’opinione come un’altra, che però, per il momento (sono a pagina 90 di 275), non mi dà alcuna suggestione, né alcun consiglio, su come viverla bene, o meglio.
Alla mia vecchiaia, cioè al periodo che sto iniziando a vivere, ci penso quotidianamente, cercando di comprenderla, fronteggiarla, darle un valore e un senso.
Mi rendo conto che anagraficamente faccio parte della terza età, ma non mi sento per nulla vecchio, né fisicamente, né mentalmente. Mi rendo conto che il mio corpo non è più quello di prima e che non tornerà mai più quello di prima – e me ne dispiaccio -, però lo sento ancora efficiente e normale. La testa idem, non tanto come memoria recente, che non c’è più, bensì come capacità di riflessione, progettazione e azione.
Effettivamente mi accorgo che il carattere evolve nel tempo, sebbene ci corrisponda da sempre…
Sono meno ansioso sul futuro, su ciò che DEVO fare e sui rischi che la vita mi porterà. Sono molto tranquillo: ho più esperienza, non devo dimostrare nulla e le aspettative non sono rivolte a me stesso, ma eventualmente agli altri.
Quindi se le cose vanno, bene, altrimenti ciccia.
Invece non capisco se sono diventato più tollerante… Ho chiaro cosa m’infastidisce, cosa non voglio fare, chi non vorrei vedere, ma siccome non posso (e non voglio) vivere solitario od offendere nessuno, cerco d’interagire nel modo migliore con tutti.
Ho delle reazioni più pacate, o meglio, i fastidi mi generano stati d’animo meno infiammati e quindi attendo che passino, cercando di capire perché m’infiammano e dove sbaglio: non penso mai di aver ragione, ma solo di avere un punto di vista diverso. L’importante è non entrare in conflitto o competizione, perché mi farebbe stare male e probabilmente farebbe stare male anche l’altro.
Mi scopro, però, ad avere degli atteggiamenti di chiusura, anche netti e definitivi, verso coloro che mi sono molto vicini, quando mi deludono. Fino a poco tempo fa mediavo o cercavo soluzioni, ora taglio. Poi se son fiori ritorneranno a fiorire…
Amici, collaboratori, aziende, quando le sento false, lontane dai miei ideali e dai miei modus operandi preferisco non averci a che fare. Diventerebbe un balletto finto e faticoso.
Infatti, mi piacerebbe portare avanti progetti, concetti in cui credo, ipotesi su come far vivere meglio, ma ho bisogno di non sprecare tempo con persone e argomenti che mi fanno girare a vuoto.
Ecco, qui mi sento vecchio: so che il tempo che mi rimane è «finito» e lo devo mettere a frutto usandolo bene con le persone giuste.
Un’altra stranezza è che invece di avere la sensazione di sapere meglio le cose, ho la certezza di avere incertezze. Una confusione serena, rispettosa delle idee e opinioni altrui, cioè dei pensieri che non sono i miei. Delle azioni che non fanno parte del mio bagaglio. So quello che vedo, ma so che è parziale, che tutti hanno il loro punto di vista e quindi osservo e ascolto mettendomi nei panni altrui, invece che «predicare». Poi decido se e cosa fare, ma senza voler convincere nessuno che ho ragione, perché so che non ce l’ho, in quanto è solo la mia.
Quindi, chi mi ama mi segua, e viceversa, seguo chi amo.
Non c’è un Bene Comune a tutti, bensì un Bene Relativo. E solo con la comprensione di un Obiettivo Comune si può far corrispondere il Relativo al Comune.
Quindi l’obiettivo del Bene potrebbe diventare quello del Buono, che è uguale per tutti.
E quindi provo a fare cose buone con chi mi aiuta e le condivide.
E, anche se inizio a essere vecchio… procedo.
Bill.
– Bill Niada
“Non c’è un Bene Comune a tutti, bensì un Bene Relativo. E solo con la comprensione di un Obiettivo Comune si può far corrispondere il Relativo al Comune.
Quindi l’obiettivo del Bene potrebbe diventare quello del Buono, che è uguale per tutti.
E quindi provo a fare cose buone con chi mi aiuta e le condivide.”