Nodo magico e legami: la lezione di Penelope
Io non lo so come tessevano le donne in Grecia. E, pure che in molti nella storia – lunga – si sono cimentati a rappresentarla intenta a farlo, non so nemmeno come tesseva Penelope a Itaca. Immagino avrà avuto un telaio, e che magari qualche punto lo dava anche a mano: filza, imbastitura, sopraggitto, festone o chissà, forse questi solo nonna quando ancora gli occhiali le giovavano sul serio alla vista. Una cosa certa sui tessuti, e di tutti i tempi, però la so: sono fatti di nodi. E pertanto di nodi, in vent’anni di lavoro a fare e disfare, giorno e notte rispettivamente, la veste funebre del suocero, l’astuta Penelope doveva averne stretti e sciolti parecchi. Quello che si fa nella gugliata di filo per evitare che esca dalla cruna dell’ago o dal punto in cui questo ha attraversato la stoffa, tra l’altro, è, per definizione, tra i più comuni, e il modo in cui consegue il suddetto scopo è immediatamente percepibile a occhi (non più quelli di nonna però) e dita: inspessisce.
Persino il verbo è tangibile. Certo, i nodi della moglie di Ulisse avevano anche la finalità materiale di aiutarla a respingere, con la scusa di quel suo lavoro, le richieste di matrimonio dei Proci, e cioè di tutti quei principi/pretendenti che, approfittando dell’assenza del re di Itaca, le infestavano casa dilapidandone i beni. Ma possiamo (e vogliamo, altrimenti non saremmo qui a scriverne) pensare che farne le servisse anche ad altro, e, nel caso specifico, a non lasciare che il passare del tempo – tanto, assottigliasse, troppo – il filo che la legava a Ulisse.

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Legata però non come lui all’albero della sua nave, quando non voleva rinunciare ad ascoltare il canto delle sirene senza tuttavia caderne vittima. Legata nel senso di tenuta. Sì, okay, siamo d’accordo sul fatto che non sia così immediato riconoscersi in e forse nemmeno tanto capire una donna che per anni – venti alla fine ma per quel che (non) ne sapeva lei avrebbero potuto essere molti di più – aspetta fiduciosa e fedele (nella versione omerica) un marito (infedele già dalla versione omerica) che chissà se quando e come tornerà. Quanto all’essere tenuti, però, quella sì che è un’urgenza con cui tutti siamo in grado di empatizzare; perché, di essere tenuti appunto, tutti abbiamo bisogno. Solo che, a fronte della sua ineludibilità, è difficile rispondere a tale esigenza quando chi ci tiene, o meglio chi ci fa sentire tenuti, non ci è anche fisicamente accanto.
Ecco: è qui che (ri)entrano in scena i nodi, quegli ingrossamenti che alle nostre estremità, anche remote, ci intrecciano in modo sicuro, senza strozzarci le corde, ai capi altrui, e ci impediscono di lasciarci sfilacciare. Come succedeva invece ai segnalibri di stoffa incorporati ai diari scolastici quando soprassedevo alla raccomandazione di papà di farci un nodo alla fine, o non ero più così piccola perché dovesse materialmente farlo lui. A volte ne bastava uno, altre andava fatto doppio, altre ancora capitava che non tenesse e l’azione andasse quindi ripetuta. Pure Penelope ripete, eccome se ripete! Annoda e poi scioglie, e poi annoda di nuovo. Perché anche i legami hanno bisogno di essere coltivati: non potremmo altrimenti, in qualsiasi momento disperatamente o con dolcezza tirando, ritrovarci col filo di qualcuno a cui teniamo (e no, il verbo non è un caso) tra le mani o far sentire, a chi tiene il proprio ma col nostro annodato, all’altro capo, che abbiamo ancora salda la presa su quel noi.
Vero è che si può far fatica, a maggior ragione se si è apparentemente (da) soli, e atemporalmente in attesa (in una delle stanze del palazzo reale di un’isola greca come in camera propria, alla stazione, o su un letto di ospedale), a ricordarsi di quanto siano lunghi e resistenti i gomitoli che si hanno in dotazione e dei punti in cui, vicini o lontani da noi, si inspessiscono. E qui sta forse il salto: come Penelope – perché non so se qualcuno lo ha scritto ma certo così doveva essere – bisogna tenersi, a ciò che ci fa sentire tenuti; e tenersi significa anche credere. Credere che quel nodo che ogni giorno-e-notte rinnoviamo davvero (r)esista, magicamente (non c’è ironia, soltanto auspicata bambinaggine), e proprio perché lo rinnoviamo, a tempo e spazio, e che alla sua estremità opposta, nonostante tempo e spazio, ci sia ancora qualcuno. Disposto a tenerci, in tutti i sensi. Non importa chi siamo diventati nel frattempo (e nel fraddove): ai nodi fatti bene si può tornare come si è, pure se cambiati, senza paura di essere perché diversi mollati. Come fossero case.
Casa. Cuore. Lì dove almeno un nodo, forse senza saperlo, lo abbiamo tutti. Uno atipico, a forma di mezzaluna, lunga quindici millimetri e larga meno di cinque. A intrecciarsi, in questo caso, sono fibre miocardiche specifiche dotate della capacità di contrarsi automaticamente, e ritmicamente, a una frequenza più elevata di ogni altra fibra muscolare del cuore. È lui, il nodo del seno, nostro pacemaker naturale, che trasmette gli stimoli elettrici all’origine di ogni nostro battito. Ci tiene. E, se ci sforzassimo di sentirne la cadenza, forse ci sentiremmo più spesso anche tenuti. Come si regge per anni Penelope, in ascolto della propria frequenza e pronta a riconoscersi nel ritmo altrui. Che se non crediamo possa muoversi per noi, allora avrà poco da poterci raccontare.
– Federica Margherita Corpina
“Sì, okay, siamo d’accordo sul fatto che non sia così immediato riconoscersi in e forse nemmeno tanto capire una donna che per anni – venti alla fine ma per quel che (non) ne sapeva lei avrebbero potuto essere molti di più – aspetta fiduciosa e fedele (nella versione omerica) un marito (infedele già dalla versione omerica) che chissà se quando e come tornerà. Quanto all’essere tenuti, però, quella sì che è un’urgenza con cui tutti siamo in grado di empatizzare; perché, di essere tenuti appunto, tutti abbiamo bisogno.“