Nodo magico: da Milano a Parigi, storie di passione e di inclusione

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Fabio racconta il progetto "Dash to Paris": per lui un'esperienza personale di rinascita nello sport; per tutti un'occasione per promuovere l'inclusione nel contesto delle Paralimpiadi 2024.
fabio giranzani dash to paris
Una foto del gruppo che ha partecipato al progetto "Dash to Paris".

Nodo Magico: quando mi dissero che non potevo fare sport

Non sono mai stato un grande sportivo. Da ragazzino mi infiammavo guardando gli scatti di Marco Pantani sulle salite del Giro d’Italia, e mi sembrava di emularlo quando a 11 anni mio nonno mi regalò una bici blu metallizzato. Ma nulla di agonistico. Era pigrizia o una convinzione nata nel tempo? Da bambino mi dissero che non avrei potuto fare sport agonistico, e alle elementari fui persino esonerato dall’ora di educazione fisica. Che tristezza vedere i miei compagni giocare senza poter partecipare! Sono cresciuto accanto a mio fratello affetto da Distrofia Muscolare di Duchenne. Quando emerse la sua malattia, anch’io mi sottoposi ai controlli. Non ero affetto dalla malattia, ma alcuni valori del sangue indicavano che sarei stato soggetto ad affaticamento muscolare, strappi e stiramenti. Il consiglio? Non sforzare i muscoli. Come un bravo bambino ubbidiente, dunque, mi attenevo a quello che mi era stato detto, crescendo con la convinzione che era meglio non fare sport. Una convinzione che nel tempo divenne un comportamento. Un «Tu no» che con l’abitudine diventa «Io no». Ci è voluto del tempo per ricredermi. Non sarò un grande sportivo, ma ora, quando sento i miei piedi agganciarsi alle tacchette dei pedali della mia bicicletta gialla, quando sento che il mio corpo si solleva da terra quei 20 centimetri, e due ruote accompagnano il movimento delle mie gambe, tutto me stesso respira un’altra dimensione. Quando poi scalo le montagne e il mio sguardo si perde tra le cime silenziose…beh, ma questa è un’altra storia. O forse no, perché tutto questo c’entra con un grande progetto a cui ho partecipato lo scorso agosto.

Pedalando verso l’inclusione: il progetto Dash to Paris

Qualche mese fa ricevo una telefonata da Massimo Plebani di MYM Group: «Fabio, so che ti piace la bici, sto organizzando Dash to Paris». Comincia così la nostra chiacchierata, dove Massimo, papà della triatleta Veronica Yoko Plebani (che a queste paralimpiadi vincerà l’argento), mi racconta un progetto di raccolta fondi a favore di Art4Sports e Obiettivo 03, i cui ambassador sono Bebe Vio e Alex Zanardi. Entrambe queste associazioni finanziano le costose protesi e attrezzature per la pratica dello sport paralimpico. Coinvolgendo 12 aziende, Dash to Paris non solo chiede loro fondi, ma di partecipare in prima persona, in triathlon. È così che nasce un gruppo di 30 atleti che inforcheranno le biciclette, allacceranno le stringhe delle scarpe da running, sistemeranno il proprio costume e, insieme, copriranno (e copriremo) la strada da Milano a Parigi. Questo progetto era davvero un mix unico che la vita (e la telefonata di Massimo) mi stavano offrendo per rileggere la mia esperienza personale e darne una nuova narrazione e una nuova consapevolezza.

Il percorso era chiaro: sei tappe, partenza il 23 agosto dall’Arena Civica di Milano, simbolo dell’atletica italiana. Prima tappa a Courmayeur, poi Annecy, Lione, Digione, fino a Parigi, con arrivo previsto il 27 agosto, in tempo per la Cerimonia di apertura delle Paralimpiadi 2024. Dash to Paris non era solo una questione di chilometri da percorrere, era un viaggio verso un’idea di inclusione che si faceva sempre più concreta tappa dopo tappa.

Le Paralimpiadi Parigi 2024: un cambio di paradigma

Cos’è davvero «inclusione»? Le Paralimpiadi di Parigi 2024 sono state importanti, non solo perché ci sono state, ma perché hanno proposto un cambio di paradigma. Sul palco della cerimonia di inaugurazione hanno ballato inizialmente due gruppi: uno «creativo», simbolo di apertura; l’altro più «rigido», simbolo di resistenza al cambiamento. Ma poi i due mondi si sono fusi dinamicamente in un nuovo e unico gruppo. È solo un simbolo? Prendiamo per esempio l’atletica e il calcio. Una protesi per camminare costa in media 5mila euro, una per correre 10mila. La possibilità di accedere al calcio a 5 per ciechi in Italia non è molto diffusa e si basa ancora sulla presenza di volontari e pochi sponsor. Bene, allora servono più soldi, giusto? Non solo. La Cerimonia di apertura è stata chiara, e Dash to Paris l’ha capito: non bastano i fondi, serve partecipare in prima persona e unire davvero le persone.

Quando un atleta cieco corre con la sua guida, sono legati da un semplice nastro. La guida orienta l’atleta, e l’armonia tra i due è tale che sembrano un’unica entità. Nel calcio a 5 per ciechi, il pubblico deve rimanere in silenzio, così i giocatori possono orientarsi con il suono dei sonagli nella palla. Ogni voce, anche quella assente del pubblico, e ogni orecchio, anche quello degli atleti, sono determinanti per la realizzazione del gioco.

– Fabio Giranzani

Una protesi per camminare costa in media 5mila euro, una per correre 10mila. La possibilità di accedere al calcio a 5 per ciechi in Italia non è molto diffusa e si basa ancora sulla presenza di volontari e pochi sponsor. Bene, allora servono più soldi, giusto? Non solo. La Cerimonia di apertura è stata chiara, e Dash to Paris l’ha capito: non bastano i fondi, serve partecipare in prima persona e unire davvero le persone.

Detta così sembra che l’inclusione sia qualcosa solo per gli addetti ai lavori (atleti paralimpici) o per spettatori diretti. Eppure, tutti siamo coinvolti. Con Londra 2012 per la prima volta lo sport paralimpico venne trattato come un evento sportivo unico; ci fu una grande campagna di promozione, la cui narrazione, però, parlava degli atleti come di supereroi. Gli atleti stessi hanno chiesto che questa visione cambiasse, affinché fossero riconosciuti come atleti di alto livello, prima che come persone con disabilità. E così, con Parigi 2024, vediamo uno spot che mette in discussione le nostre convinzioni: una ragazza osserva una gara in TV e commenta: «È incredibile per qualcuno del genere». «È così coraggioso», dice un altro spettatore. Un’altra ragazza commenta: «Sta facendo così bene, considerando…» – «Considerando cosa?», ribatte con fare stupito il ragazzo accanto a lei.

Quante volte ci è capitato di pensare esattamente la stessa cosa? «Ma che bravo che è, nonostante tutto!» (a me personalmente è capitato, non lo nascondo, pur avendo vissuto accanto alla disabilità per tanti anni). Lo spot ci spinge a rivedere le nostre convinzioni. Stiamo guardando ciò che gli atleti non possono fare o ciò che fanno? Stiamo guardando ciò che manca o ciò che c’è? Forse entrambe. E il punto è questo: la differenza la fanno la prospettiva e l’intenzione: perché guardiamo la persona con disabilità a partire dalla disabilità? Prima di essere disabile, non è forse una persona? La voce narrante dello spot prosegue: «A nessuno di loro interessa chi sei o qual è la tua storia passata». Chi sono questi «loro»? Continua lo spot: «sport, gravità, attrito, tempo, vento, calore, forza non si preoccupano della disabilità».

Questo cambio di paradigma è un movimento collettivo dove tutti siamo protagonisti, disabili e non, proprio come auspica la cerimonia inaugurale, perché cambiando le convinzioni, cambino anche i comportamenti. Dash to Paris non è stata solo una corsa verso Parigi, un modo creativo per raccogliere fondi (sono stati raccolti 70.000 euro), ma un vero passo verso l’inclusione. E alla fine, per me, è stato un modo per dire a quel ragazzino che ha amato la bicicletta, che se anche non poteva fare sport, ora quel ragazzino pedala.

– Fabio Giranzani

Coinvolgendo 12 aziende, Dash to Paris non solo chiede loro fondi, ma di partecipare in prima persona, in triathlon. È così che nasce un gruppo di 30 atleti che inforcheranno le biciclette, allacceranno le stringhe delle scarpe da running, sistemeranno il proprio costume e, insieme, copriranno (e copriremo) la strada da Milano a Parigi. Questo progetto era davvero un mix unico che la vita (e la telefonata di Massimo) mi stavano offrendo per rileggere la mia esperienza personale e darne una nuova narrazione e una nuova consapevolezza.

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