Intervista a Jonathan Bazzi, laureato in filosofia, autore e giornalista
Jonathan Bazzi è nato a Milano nel 1985. Cresciuto a Rozzano, estrema periferia sud della città, è laureato in Filosofia. Appassionato di tradizione letteraria femminile e questioni di genere, ha collaborato con varie testate e magazine, tra cui Gay.it, Vice, The Vision, Il Fatto.it. È autore di Febbre, racconto autobiografico finalista del Premio Strega 2020 edito da Fandango, e Corpi Minori pubblicato nel 2022 con Mondadori. Da sempre impegnato nelle tematiche di genere, dal 2015 ha pubblicato articoli per magazine e testate.

testate e magazine. È autore del romanzo Febbre, finalista al Premio Strega 2020.
Illustrato da Chiara Bosna.
In un suo recente articolo ha raccontato della crisi abitativa delle grandi città, in particolare Milano. Dunque, secondo lei, cosa significa oggi abitare? Cosa rende una casa tale?
«La casa è una delle proiezioni sociali della nostra personalità. Quindi credo che per ognuno possa rappresentare cose diverse. Me ne accorgo nel rapporto col mio ragazzo: lui viene da una storia di migrazione (dall’Est Europa) e forse anche per questo sente particolarmente l’esigenza di avere una casa sua e di potere, un giorno, comprarne una. Io, per esempio, non ho per nulla questa sensibilità. Vivo la casa come un luogo che deve ospitare al meglio le mie attività e i miei interessi. Dal lavoro alle pratiche spirituali, come lo yoga e la meditazione. Oltre che, ovviamente, la lettura e la scrittura. Anche per questo forse patisco il fatto di vivere in quattro – due esseri umani e due gatti – in un piccolo appartamento senza porte. Le vite rischiano di collassare l’una sull’altra: la citatissima “stanza tutta per sé” di Virginia Woolf ha una declinazione anche di classe, oltre che di genere. Spesso io e il mio ragazzo dobbiamo decidere chi rimane in casa, per telefonare o fare call, e chi esce: in due non tutte le attività sono compatibili. Spesso penso di vivere una vita di serie B, non diversa da quella che vivevo nelle case popolari di Rozzano, anche se ora sto a mezz’ora a piedi da Porta Venezia».
Come mai una città culturalmente vasta come Milano rende la vita di chi la abita così frenetica e prestazionale? A parer suo l’intento è quello di uniformare le diversità, in un apparente tentativo di inclusione?
«Il progetto, più o meno esplicitato, è quello di rendere Milano internazionale e competitiva, attirando grandi flussi finanziari e massimizzando il valore immobiliare. Lo si vede anche esteticamente: la città ha cambiato faccia negli ultimi dieci anni. Da una parte è un fenomeno interessante, che mette in moto energie e trasforma, ma insieme all’entusiasmo performativo ormai è chiaro che c’è dell’altro, ovvero la volontà di mettere alla porta tutti quegli abitanti che non riescono a rispettare standard sempre più intransigenti. Come dico spesso, Milano è la città italiana che più somiglia ai social: vive un’ansia di auto-rappresentazione costante, e mi pare rischi di diventare feroce e superficiale insieme, dimenticandosi cosa rende una vita, la vita dei suoi cittadini, buona».
Considerando gli aspetti abitativi ed economici, i concetti di «vivere» e «abitare» devono cambiare rispetto alla connotazione tradizionale, oppure sarebbe necessario un ritorno alle origini?
«Io non amo mai i discorsi reazionari, di ritorno al passato, ma è chiaro che il futuro, o progresso, che dir si voglia, può andare in tante direzioni diverse. Una città tutta tesa al mondo della finanza e del turismo è una città che muore: si pensa che l’ultra-performatività sia sinonimo di vitalismo, ma la verità è che il tessuto sociale, relazionale, non sopravvive alla speculazione selvaggia. E purtroppo in alcune zone Milano rivela già quest’atmosfera vagamente mortifera, da cattedrale spietata. Credo sia ora di mettere in circolo intuizioni ed energie anche di altro tipo».
Un altro tema molto presente nella sua produzione letteraria è quello della corporeità. Come cambia il nostro modo di occupare uno spazio come corpi, quando le case si fanno sempre più piccole e inospitali?
«Per indole e storia personale sono molto attento al tema del corpo e della sensorialità. Abitare in case piccole mortifica anche questo piano: i corpi sono costretti a stagnare sempre nelle stesse posizioni, non c’è la possibilità di diversificare gli ambienti, e dunque di differenziare il lavoro, il tempo libero, la relazione. Per brevi periodi tutto si fa, tutto è sopportabile: ma quando si resta in questa specie di cattività domestica per anni e anni io credo che le conseguenze si facciano sentire. Specie per la salute mentale, tema di cui non si parla mai abbastanza, e che scorre sottotraccia quando si parla di condizione abitativa».
Se cambiano le case, le loro composizioni, la loro architettura, possono anche cambiare le regole di chi e come le abita? Le «nuove case di oggi» celano l’opportunità di definire anche nuove famiglie che le abitano?
«Sicuramente l’aspetto, la forma, i materiali di una casa non sono irrilevanti. Nelle periferie la qualità scadente dei palazzi va di pari passo con l’intenzione di relegare lì le vite di chi non crea profitto, le vite di quelli che non contano. In questo senso la polarizzazione architettonica di Milano oggi è il correlato di una polarizzazione umana, antropologica: questa è una città che mira a svettare verso l’alto, e ormai non ha alcun interesse a immaginare destini diversi per chi vive all’ombra di queste torri e grattacieli. Il tema della sicurezza, che tanto infiamma gli animi, credo passi anche da qui: la frustrazione e il disagio non si manifestano solo nei quartieri periferici. Chi se la passa male, o comunque non ha accesso al sogno della Milano di oggi, e decide di rubare o aggredire per strada, spesso lo fa in zone più centrali rispetto a quelle in cui vive».
Italo Calvino nelle sue Città Invisibili scrive che le città esistono e sopravvivono perché rispondono alle nostre domande e pongono delle domande a cui siamo obbligati a rispondere. In Corpi Minori Milano è scenario e protagonista: secondo lei qual è la domanda che ci pone come suoi abitanti?
«Nel mio caso la domanda è oggi soprattutto legata al limite e alla sopportazione. Quasi ogni giorno mi chiedo se ne vale ancora la pena, se non starei meglio altrove. Solo che io qui ci sono nato, questa è casa mia. Non è facile».
Da autore può dire di aver trovato una casa nella scrittura?
«Dipende dai giorni. Sono molto inquieto, quindi il mio rapporto con la scrittura non è per nulla uniforme. Quando siamo in sintonia, sì, sento che la scrittura è il luogo in cui posso essere davvero me stesso. Altri giorni, vivo la scrittura come una dimora inaccessibile, sigillata con tavole di legno e lucchetti. Non so mai se riuscirò ad entrare, se sarò il benvenuto».
Cosa e quanto è cambiato nella sua vita da quando è riuscito a trasformare questa passione in una professione? Che consigli darebbe a un giovane che vorrebbe inseguire il proprio sogno?
«Con Febbre è cambiato tutto. Quel libro mi ha regalato la vita che volevo, e che non ero mai riuscito ad avere prima. Però un esordio fortunato è anche sempre un’eredità ingombrante, una pietra di paragone e una fonte di aspettative. Quindi, anche qui siamo nell’ambito dell’ambivalenza, dei pro e dei contro. Per quanto riguarda i consigli, faccio sempre fatica a darne perché a me sembra sia successo tutto per caso e contro ogni pronostico. A tutti quelli che scrivono direi forse di usare la scrittura come luogo in cui poter frequentare ciò che altrove resta impronunciabile: da questo credo possa discendere una forza che, in un secondo momento, è in grado da sola di aprire piste e sentieri. Oggi farsi conoscere non è difficile, ma si ha paura di rischiare: è un periodo piuttosto conformista, anche dal punto di vista creativo. La libertà penso, quindi, possa essere una mossa promettente, oltre che più appagante».
– Jonathan Bazzi
“Una città tutta tesa al mondo della finanza e del turismo è una città che muore: si pensa che l’ultra-performatività sia sinonimo di vitalismo, ma la verità è che il tessuto sociale, relazionale, non sopravvive alla speculazione selvaggia. E purtroppo in alcune zone Milano rivela già quest’atmosfera vagamente mortifera, da cattedrale spietata. Credo sia ora di mettere in circolo intuizioni ed energie anche di altro tipo.”