La lentezza di cui ho fame: scegliere di restare e dare una possibilità alla mia terra
Sii affamato, ma fai in fretta, sii folle però non troppo, altrimenti potresti fare scelte troppo azzardate. Corri e non voltarti.
Viviamo a un passo sempre più veloce, ma troppo lento rispetto a un mondo che richiede costantemente di evolverci, di cavalcare l’onda e di mostrare sempre il tuo lato migliore.
Fermarsi non è lecito, altrimenti resti indietro e quel pezzo di mondo viene occupato da qualcun altro più «affamato» di te, pronto a mostrartelo.
Siamo sommersi dalle vite degli altri, dai loro traguardi, dalle loro esistenze felici condivise con un click: foto di lauree a pieni voti, chiavi con lo sfondo di una casa da ristrutturare, viaggi dall’altro lato del mondo, mentre tu osservi tutto questo dal tuo divano dopo una giornata pesante.
E così, quando hai solo vent’anni, è normale pensare che la tua vita sia in stasi, mentre quella degli altri abbia moto accelerato.
Ti senti in ritardo.
Un paradosso vero? Essere così giovani e pensare che hai già lasciato qualcosa dietro che non potrai più recuperare, e che probabilmente ti segnerà per sempre; pensare che forse la tua vita non segue il percorso lineare e non ha un senso.
Allora quello «stay hungry, stay foolish» letto da un giovane Steve jobs sul Whole Earth Catalog che significato ha?
È giusto spingerci a voler sempre ottenere di più, a non accontentarci di vivere una vita «normale», dimenticandoci di vivere il processo e pensare solo all’obiettivo che sembra più lontano? È giusto pensare al tuo valore come la somma dei risultati che ottieni?
Per molto tempo ho creduto fosse così. Ho vissuto proiettando ogni mio pensiero verso che cosa sarei potuta essere e non pensando a ciò che ero in quel momento, costruendo da lì, il punto di partenza.

Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
Ammettiamolo, crescere in una delle regioni più dimenticate d’Italia, la Calabria, non è semplice sapendo che probabilmente dovrai spostarti, combattere contro i pregiudizi sentendoti ultimo in una società che si evolve e che molte volte lascia ai margini il Sud.
È più semplice scappare e lasciartelo alle spalle quel posto, piuttosto che costruirti lì, dove dovrai lottare il doppio per poterti realizzare.
Così ho sempre creduto che nascere in un posto da cui sarei voluta andare via fosse stato un peso che mi avrebbe reso difficile il percorso che volevo seguire. Evidenziavo solo i lati negativi. Così la bellezza che mi circondava, la natura, l’aria pulita, il mare, la possibilità di vivere in un luogo che non ti aggredisce ma che lentamente ti accompagna erano oscurati.
Proprio cinque anni fa, dopo mesi che mi avevano fatto mettere in discussione tutto – il covid, la malattia, la necessità di avere sempre vicino la mia famiglia – ho, per una volta, fatto una scelta “folle” a detta di molti, ma per me segno di libertà perché per la prima volta mi sono distaccata dalla concezione che mi ero autoimposta: ho scelto di rimanere qui, nel mio posto, per studiare e ridare la possibilità a una terra che ho sempre giudicato male.
Ho deciso di studiare qui perché andare via sarebbe stato più facile, ma rimanere è più giusto, perché abbandonare questa terra avrebbe significato solo confermare che nulla può cambiare, quando il cambiamento parte da ognuno di noi.
In un mondo veloce, vivere qui mi insegna ogni giorno il valore di darsi tempo, godendosi il processo senza dover per forza ottenere.
La vita lenta, dicono, eppure penso che alla fine una rivoluzione possa partire anche da giù, perché la fame che abbiamo è fame di vita.
– Giusy Scopetta
“In un mondo veloce, vivere qui mi insegna ogni giorno il valore di darsi tempo, godendosi il processo senza dover per forza ottenere.”