La libertà di abbattere i propri limiti: il viaggio di un liceale alla ricerca di se stesso
Libertà. Una parola che forse sta alla base dell’evoluzione umana e che da liceale mi sento ripetere continuamente, tra storia e filosofia… ma nel presente?
La nostra vita è sempre piena di regole, in particolare quando siamo piccoli: non toccare, non correre, non fischiare… e questo non ci aiuta a scatenarci? Nulla può esistere senza il suo contrario, e anche in questo caso tutte le noiose limitazioni che ci vengono poste, in realtà ci aiutano a scatenare la nostra libertà!
E questo vale anche per me. Da quando sono arrivato al liceo ho iniziato a valorizzare sempre più cose nuove: Dignità, Prime Impressioni, Futuro… parole che avevo sentito e risentito, ma che non erano mai state davvero importanti. E così in un ciclo infinito, dove rispetto e posizione sociale erano l’unico obiettivo, e con ogni cosa aggiungevo un piccolo pezzetto di limite, di muro, di ostacolo… fino a soffocare. I limiti erano troppi, e il muro era invalicabile. «Non posso continuare così, a vivere parlando alle persone solo dietro uno schermo», dissi davanti a tutti in una riflessione di gruppo sulle spiagge dell’isola d’Elba, in gita, dove per parlare apertamente tremavo come una foglia.
Fino a quando non mi accorsi che sulla mia schiena si era appoggiata una mano. Una mano calma, silenziosa e tranquilla. Un mio compagno, che fino a quel momento pensavo mi ignorasse, mi appoggiò la mano sulla schiena vedendo che tremavo, e mi fece finire il mio discorso. Lì iniziai a capire il mio nuovo obiettivo: diventare la mano sulla schiena di me stesso. E iniziai a frequentare persone, vivere la scuola, espandermi, scrivere tutto quello che provavo nei miei articoli, proprio come sto facendo ora!
Dovevo diventare la mia stessa mano sulla schiena.
I sogni iniziavano a diventare possibilità, le persone diventavano amici, ma ancora qualcosa mi mancava… mi serviva un pizzico di follia, di brivido, di rischio, non dovevo essere un robot meccanico che risponde e parla in modo passivo, riuscendo ad aprirsi solo scrivendo o parlando con le persone più vicine.
Aprile 2024: apre la biglietteria per il musical della scuola. Incuriosito, prendo due biglietti per entrambe le serate, vedendo il mio migliore amico in copertina dei poster. «Luca sarà bravissimo…però che sbatti venire due sere. Cosa mi potrà mai dare questo spettacolo?».
Mi sbagliavo. Dopo poche scene avevo già iniziato a sognare: mi vedevo su quel palco della scuola a recitare con un sorriso in fronte. Mi accorsi di com’era contagioso l’entusiasmo dei miei amici, che stavano mettendo in scena una «banale» recita di fine anno. Ma no. Era molto di più. Mi sentivo quasi dentro lo spettacolo. Come avevo fatto a non pensarci prima? Questi ragazzi sono molto di più che degli attori! Sono una famiglia, una squadra, un gruppo!
Appena finito il musical mi alzo, corro verso i camerini e incrocio il mio vecchio professore, che aveva recitato anche lui. Gli porgo i miei complimenti tutto convinto e sorridente, ma dopo pochi secondi mi sento bofonchiare. Sono in lacrime. Tutta la rabbia, la frustrazione, tutto quello che ho sempre pensato fosse giusto tenermi dentro sta uscendo con queste lacrime.
E questa è stata la mia libertà. Grazie a questo magnifico gruppo di cui ora faccio parte, sono rinato. Piangere non è mai stato così bello. Corro sul campo da calcio buio, urlo e abbraccio forte il mio professore.
Finalmente ho abbattuto il più grande degli ostacoli: me stesso.
– Francesco Campi
“Fino a quando non mi accorsi che sulla mia schiena si era appoggiata una mano. Una mano calma, silenziosa e tranquilla. Un mio compagno, che fino a quel momento pensavo mi ignorasse, mi appoggiò la mano sulla schiena vedendo che tremavo, e mi fece finire il mio discorso. Lì iniziai a capire il mio nuovo obiettivo: diventare la mano sulla schiena di me stesso.”