L’Angelo Invisibile di Milano: la storia di un benefattore silenzioso
Sono io quello che ha scritto sul Corriere la storia dell’Angelo Invisibile. Valeva la pena di fare il mestiere di giornalista anche per questo. Per incontrare uno così. Per aver visto con lui un altro «miracolo a Milano», dopo quello di De Sica e Zavattini, il miracolo della felicità negli occhi di chi ha perso ogni speranza. Oggi non si chiamano più barboni, sono padri, madri, mariti o mogli separate, disoccupati, malati abbandonati, gente che dorme in auto perché non ha un tetto, bambini che non possono permettersi un intervento al cuore perché la povertà è crudele e poi, diceva Roberto Bagnato, ci si vergogna a farsi vedere…
Era il 2001, poco più di vent’anni fa, quando è nata la leggenda dell’Angelo. Eravamo, con Giancarlo Perego e un mucchio fuori dal comune di entusiasti cronisti, una redazione più di strada che da scrivania: basta! stare seduti ad ascoltare le opinioni autoreferenziali, pensavamo a un camper per costruire la cronaca in diretta nei quartieri.
In quei giorni un articolo parlava di un uomo malato di tumore, lasciato dalla moglie, solo e disperato, che dormiva in auto. Uno dei casi umani che crescono nella ricca Milano. Arrivò una telefonata: «Non posso accettare che nella mia città si debba vivere cosi… Vorrei fare qualcosa», ci ha detto Roberto Bagnato, «almeno garantirgli un tetto e le cure». In due giorni gli ha trovato un letto in una pensione, sei mesi pagamento anticipato, più un medico e qualche assegno per le prime necessità. Non ci sembrava vero che il Corriere diventasse tramite di aiuto per i bisognosi.
Poi è arrivato il soccorso a un uomo che aveva tentato il suicidio: aveva perso il lavoro e non poteva pagare l’affitto e la scuola per i figli. Poi ci sono state Anna e Virginia: si erano indebitate per un trapianto di fegato. Risolto il problema con la banca. E via così, per anni. Bagnato arrivava, pagava i sospesi, aiutava la ripartenza. Sempre senza apparire, perché la generosità quando è sincera non si espone ai clamori del mondo, ha bisogno della discrezione e del silenzio, mi diceva. Telefonava, andava sul posto, dava un aiuto consistente, cercava di raddrizzare le storture della vita e poi spariva. Diventava invisibile.
Era questo il patto. Dopo dieci anni l’ho rotto io. Per inaugurare le Buone notizie del Corriere. Con il direttore Ferruccio de Bortoli volevamo scuotere l’informazione al negativo con una storia del bene che fa notizia. E volevo, come lui voleva, che i suoi gesti avessero un effetto contagioso a Milano, che il cuore della città ricominciasse a battere anche per i piu sfortunati… e non solo per i grattacieli.
Per quel titolo che all’inizio l’ha fatto arrabbiare, perchè come ha scritto Massimo Gramellini, anche i santi sono incazzosi, ho usato le parole di Noemi, una signora milanese discreta, colta, colpita dalle avversità, che viveva sola in una casa popolare di viale Romagna, sommersa dai debiti, con 450 euro di pensione. Mi chiama e dice: «Caro Schiavi, dopo la lettera al Corriere è successo un miracolo: mi ha fatto visita un Angelo. Ha pagato i miei debiti, mi ha dato un po’ di soldi e mi ha fatto portare una lavatrice nuova. Poi mi ha anche pagato gli occchiali nuovi. È un Angelo il suo signor Bagnato. Lo voglio ringraziare, ma è sparito, mi aiuti a trovarlo, dove posso andare?».
Così è nato l’Angelo Invisibile. Era il 29 giugno 2012. L’articolo del Corriere è stato ripreso dalla tv e dai giornali stranieri. Roberto Bagnato è diventato per molti il benefattore misterioso che aiuta chi è rimasto indietro. In quei giorni il centralino del giornale è impazzito. La mia casella della posta si è quasi inceppata: troppe mail ricevute. Lui a un certo punto ha deciso che doveva organizzarsi, e ha creato una Fondazione per non essere travolto. Poi ha trovato una santa come suor Luisella, che dirigeva il centro di ascolto della Caritas. Insieme con la Fondazione Condividere hanno fatto davvero miracoli per la povera gente.
Ci siamo sentiti tante volte che non ricordo quante. «Ti perdono, mi ha detto un giorno, anche se io non mi sento un Angelo. Ho lavorato in banca, amministro un lascito di famiglia, faccio quello che dovrebbero fare altri nella mia condizione: aiuto gli altri a uscire dai guai». Gli bastava la gratitudine, la piccola ricompensa di chi non possiede nulla, come scrive Emily Dickinson.
Ha ricevuto il Panettone d’oro. Credo abbia portato anche uno o due dei figli. Il premio l’ho ritirato io. Lui era in sala, anonimo, invisibile. Lo hanno applaudito al buio. Sembrava felice, anche del poco che Milano gli ha dato. Perché lui meritava l’Ambrogino d’oro del Comune, non i Ferragnez.
«Auguri dal tuo Angelo sempre piu azzoppato», mi aveva scritto tre anni fa. La sua salute vacillava. Accanto c’era la foto di una sedia a rotelle. «Questo è il mio regalo di Natale, spero di usarla il piu tardi possibile». Gli interventi di sostegno si sono diradati. Un anno fa mi ha detto: «Non so se ce la farò piu a uscire». Abbiamo ricordato i tanti che gli dovevano qualcosa, e i tanti che purtroppo non c’erano più, ma avevano avuto momenti felici grazie a lui. Alla fine sembrava amareggiato: «Mi sento un povero illuso che ha creduto fino in fondo nei valori della solidarietà umana, per poi cadere nell’oblio». Il suo desiderio era seminare qualcosa di buono, dare un esempio imitabile. Ma la malattia lo portava al pessimismo. Fino all’ultimo messaggio. «… ti sarei grato, se lo vorrai, di dedicarmi uno spazio sul Corriere in memoria di quello che sono stato e che ho fatto per gli altri. Chiamiamolo un piccolo testamento spirituale che i miei figli e la mia compagna porteranno sempre con sè. Se lo farai, sei ovviamente autorizzato a pubblicare il mio nome in chiaro. Grazie di tutto. Roberto».
Lui non c’era più quando l’ho ricevuto. Ma io avevo già scritto il pezzo. Come faceva a saperlo? Ho sentito un brivido, poi ho pensato al bene che ha fatto un altro miracolo con Roberto Bagnato. Ha trasformato un Angelo Invisibile in un Angelo vero.
– Giangiacomo Schiavi
“E via così, per anni. Bagnato arrivava, pagava i sospesi, aiutava la ripartenza. Sempre senza apparire, perché la generosità quando è sincera non si espone ai clamori del mondo, ha bisogno della discrezione e del silenzio, mi diceva. Telefonava, andava sul posto, dava un aiuto consistente, cercava di raddrizzare le storture della vita e poi spariva. Diventava invisibile.“