Isole di coerenza – Artisti Folligeniali: opere per creare alternative alla solitudine

La B.Liver Maddalena visita il Museo dei Folligeniali, fondato da Angelo Frosio per accogliere e valorizzare la fragilità umana attraverso l’arte. Un luogo vivo, inclusivo, dove il genio nasce dall’emarginazione.
Angelo Frosio, Angelo Fiorentini e Maddalena Fiorentini.
Sopra da sinistra: Angelo Frosio, Angelo Fiorentini e Maddalena Fiorentini.

Dove il genio incontra la fragilità: visita al museo d’arte di Lodi che espone i lavori di chi soffre di disabilità

Ho avuto il piacere di visitare un luogo ricco di stravaganza, arte e genio, e si tratta del Museo dei Folligeniali, che ospita le opere degli artisti della scuola d’arte Bergognone. La scuola nasce a Lodi, grazie ad Angelo Frosio, un artista e tecnico caseario che nel 1975, appena trasferitosi per lavoro, scelse di aprire le porte di casa sua a chi aveva bisogno dell’arte come strumento attraverso cui poter convivere con le proprie difficoltà. Questi risultarono essere maggiormente persone con disabilità e/o disturbi fisici e psichici, dunque, al tempo Frosio è stato un pioniere, in quanto non vi era alcun libretto di istruzioni sul come essere di sostegno alle persone bisognose. Come si suol dire in dialetto lodigiano: «l’ha fatto, perchè l’è mat», ma ha funzionato: la scuola quest’anno compie 50 anni.

In questo viaggio, mi hanno accompagnato Matteo Vecellio, direttore del museo, e Samuele Frosio, figlio di Angelo.

Varcando la soglia del museo, Samuele mi dice di guardare il soffitto: «Ti presento i folligeniali», ed ecco che lì appesi ci sono almeno quaranta autoritratti degli artisti.

Samuele mi spiega che la mostra, una narrazione di cos’è stata la scuola in questi cinquant’anni, nasconde un messaggio di bellezza e di speranza, poiché mai avrebbero pensato che potesse dare così tanto per così tanto tempo. «Questa è la nostra fragilità», mi dice, «i folligeniali sono un gruppo di persone fragili o non fragili, anche se alla fine siamo tutti fragili».

Le sezioni del museo

Il museo è suddiviso in sezioni e la prima sezione riguarda il sacro e il rifiuto. Samuele mi racconta: «Noi siamo molto legati al sacro. I rifiuti sono la croce della Terra e il rifiuto umano è una grande potenzialità». L’idea del non rifiuto appartiene alla scuola, accogliendo coloro che per la società non esistono. «La solitudine uccide e la Bergognone è un vaccino contro la solitudine», interviene Matteo, «questo è un luogo di socialità».

La visita continua e mi ritrovo ad osservare il loro manifesto, sulla cui didascalia si legge: dipingere per comprendere e comprendere per dipingere. Samuele mi spiega: «Noi con la pittura facciamo conoscere la realtà della vita e i ragazzi si confrontano con loro stessi». La scuola non fa arteterapia, vuole essere un luogo di libertà d’espressione. L’opera d’arte è meno importante del processo di creazione, che è ciò che fa sì che il prodotto finale abbia un valore inestimabile. «Qual è il vero valore dell’arte?», mi provoca Samuele, «è il fatto di venderla o di ridare vita all’artista?».

La vendita sola delle opere non riesce ad essere il mezzo di autosostentamento della scuola. Angelo Frosio, in quanto tecnico caseario, vendeva una parte della sua produzione per mantenere la scuola. Il «Latte» è un’altra delle sezioni raccontate dalla mostra, è il loro nutrimento.

Ogni opera del museo mi ha incuriosita e ho pensato a chi potesse essere l’artista, avrei voluto conoscere la sua storia, ma, forse, la chiave sta proprio nel non saperlo.

La sezione del «Sogno» mostra i traguardi della scuola, come l’aver esposto alla Biennale di Venezia. «Noi ci paragoniamo a Venezia stessa», mi dice Samuele, «a livello tecnologico non dovrebbe esistere, non si può costruire sull’acqua, invece c’è. Allo stesso modo noi a livello economico o razionale non dovremmo esserci, eppure ci siamo».

Segue la sezione dei «Protagonisti», che insieme alla «Stanza dei Maestri», aiuta il visitatore a comprendere gli abitanti della realtà Bergognone. La scuola si regge sull’impegno dei volontari, vi sono solo una decina di operatori dipendenti. I ragazzi lavorano seguiti da veri maestri dell’arte, che insegnano la tecnica, sempre mantenendo un rapporto da pari. L’uno impara dall’altro. Nella didascalia descrittiva della sezione leggo una citazione di Louis Ferdinand Céline: «Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa», e mentre mi frulla il cervello, Matteo mi racconta: «La prima persona che ha fatto capire ad Angelo la potenzialità della pittura è stata una bellissima donna caduta in depressione, che, frequentando la sua casa e condividendo la sua arte, aveva riscoperto il suo valore di donna». «Ogni ragazzo vive dentro a una guerra», interviene Samuele, «hanno una drammaticità nella loro arte, che si può solo provare da dentro».

Cambiamo edificio ed entriamo nella scuola vera e propria. Matteo mi racconta che durante il giorno hanno circa cinquanta allievi, di cui alcuni fissi, poiché ospiti della CSE, mentre altri arrivano in giornata da comunità, associazioni o centri psichiatrici della zona. La scuola cerca di dare spazio a tutti: vi è un’aula per la pittura, una per il restauro di vecchi mobili, c’è un orto e ci sono galline da allevare. Gli allievi possono fare sport e corsi di lingua o informatica. Le scuole spesso vanno a visitare il museo e ci sono corsi e attività per bambini. Insieme alle opere d’arte i ragazzi fanno gite ed esperienze. Tutto è incentrato sullo stare insieme: «questo è un luogo in cui si entra, si resta e si vive», mi dice Matteo.

Infine incontro Angelo e con lui conosco il motto della scuola: L’arte è amare. Dopo poco apre un pianoforte e improvvisa una canzone per me. Con lui è chiaro il limite sottile che esiste tra la follia e il genio. Con l’arte la follia diventa genio. «Io ho fondato la scuola, perché ho scoperto che potevo aiutare», mi dice. Forse aveva ragione Samuele, quando, ancora all’inizio della mia visita, mi disse: «Ogni museo del mondo dovrebbe avere un Picasso e ogni museo del mondo dovrebbe avere un Follegeniale, perché Picasso è uno di noi».

– Maddalena Fiorentini

“Samuele mi spiega che la mostra, una narrazione di cos’è stata la scuola in questi cinquant’anni, nasconde un messaggio di bellezza e di speranza, poiché mai avrebbero pensato che potesse dare così tanto per così tanto tempo. «Questa è la nostra fragilità», mi dice, «i folligeniali sono un gruppo di persone fragili o non fragili, anche se alla fine siamo tutti fragili».

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