Io sono Stravaganza: la voce che avete rinchiuso
C’è un odore nell’aria.
Ferro. Polvere.
Pelle bruciata dal silenzio.
Non lo riconosci subito, ma ti resta addosso.
Ti entra in gola.
Ti graffia il petto.
Ti resta sotto le unghie.
Come sangue secco.
Come qualcosa che hai provato a lavare via. Senza riuscirci.
Poi lei.
Compare.
Indossa qualcosa che non è un abito.
È pelle cucita a forza.
È la forma che prende il non detto quando diventa carne.
E allora comincia.
A parlarti con parole che sembrano tue. Con una rabbia che riconosci.

Ferro. Polvere.
Pelle bruciata dal silenzio.
Non lo riconosci subito, ma ti resta addosso.
Ti entra in gola.
Ti graffia il petto.
Ti resta sotto le unghie.
Come sangue secco.
Come qualcosa che hai provato a lavare via. Senza riuscirci.”
Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
«Mi avete sepolta in fondo, nel punto cieco della coscienza, quello senza finestre, senza stagioni, senza tempo.
Un luogo che non respira, dove la luce non arriva più. Perché non serve, perché non c’è nulla da vedere, nulla da riconoscere, nulla da ammettere.
Ogni cosa è opaca, ogni superficie rifiuta il riflesso, e anche il respiro, se passa, passa lento, stanco, torbido, filtrato da qualcosa che pesa più del buio: il giudizio,
la norma, il dover essere,
il non disturbare,
il non rovinare tutto.
Mi avete rinchiusa nel sotterraneo della coscienza.
Muri spessi. Niente finestre.
Mi avete incatenata alla paura del giudizio, alla vostra fame di approvazione, alla vostra ossessione per il controllo.
Allora mi infilo nei vostri pensieri in punta di piedi, senza bussare, senza far rumore.
Mi sdraio tra le immagini che vi svegliano di notte, quelle che scrollate via con un gesto stanco, quelle che non confessate nemmeno a voi stessi, eppure ritornano. Sempre, come il sapore amaro della verità.
Cerco spazio nei vostri corpi, provo a passarci dentro come un brivido lento, a farli tremare come una febbre dolce e sconosciuta, ma vi rivestite in fretta, troppo in fretta, come se la pelle nuda fosse una colpa da cancellare, come se bastasse un tessuto a coprire tutto ciò che vi brucia dentro.
Mi affaccio ai vostri sogni, ma appena mi avvicino, il vostro inconscio chiude le porte. Appena arrivo fino al margine, dove la realtà comincia a piegarsi, vi svegliate con il cuore in gola, senza sapere perché,
ma con me addosso come febbre.
Eppure io brucio.
Nel battito che accelera.
Nel vuoto accanto a voi.
Nei desideri che vi sporcano i pensieri.
Brucio nelle notti in cui vi svegliate senza motivo, col cuore che corre e la bocca secca, quando vi girate e lo spazio accanto a voi è vuoto.
Brucio nelle risposte che non date, quelle che vi restano tra i denti, nelle frasi che preparate nella testa ma poi ingoiate intere, con il sapore amaro della resa.
Eppure io sono lì.
Voi fate finta che io non esista.
Che sia solo una distrazione, una crepa, un errore del sistema.
Ma lo sapete.
Lo sentite.
Mi sognate, quando il controllo vi scivola dalle mani e non c’è più niente da dimostrare.
Mi ricordate nei momenti più scomodi, quelli in cui la maschera vi scivola senza preavviso e restate lì, nudi, senza nessuno da convincere, senza niente da dire, con l’anima che pulsa sotto pelle come se stesse cercando di uscire.
Ma poi arriva la luce.
E allora mi spingete via.
Non con urla, non con violenza.
Ma con la stessa precisione con cui vi infilate una camicia, con la stessa fretta con cui sistemate i capelli davanti allo specchio, come se bastasse vestirsi bene per cancellare tutto ciò che vi è esploso dentro.
Mi trascinate di nuovo giù, nel fondo, nel non detto, nel non concesso.
E io urlo.
Ancora.
Con la voce spezzata, con il fiato corto, con le mani livide.
E voi…
Voi fate finta di non sentirmi.
Ma vi trema qualcosa dentro ogni volta che lo faccio.
Perché io vi conosco.
So dove toccarvi.
So cosa vi manca.
Urlo perché esisto.
E la mia esistenza è il vostro fallimento più intimo.
Ma io non vi perdono. Io non vi assolvo.
Perché la verità non è gentile.
Non vi prende per mano.
Non vi dice che andrà tutto bene.
La verità vi guarda negli occhi e vi lascia nudi.
Non segue il tono giusto.
Non chiede permesso.
La verità irrompe.
E ha il mio volto.
Perché la verità è insopportabile. E quando arriva, fa male.
Ma è l’unico male che sa di voi.
Non posso negarlo: anch’io ho paura.
Paura che sia troppo tardi.
Che mi abbiate lasciata andare per davvero, senza neanche accorgervene.
Che io sia diventata solo un ricordo stanco, una nostalgia sfocata, una cicatrice sbiadita, che non fa male abbastanza da ricordarla, ma nemmeno così poco da dimenticarla del tutto.
Che forse vi siete abituati alla mia assenza e che forse non vi manca più nemmeno il rumore che facevo.
Forse non tornerò mai più.
Forse resterò qui, in fondo, dove mi avete riposto.
A guardarvi da sotto, mentre vi muovete con passi misurati, come se ci fosse un copione da seguire anche per respirare. A guardare le vostre vite piegate con cura, impacchettate per bene, etichette precise, sorrisi adeguati, tutto in ordine, tutto giusto, tutto spento.
Forse vi fa comodo così.
Sapermi chiusa da qualche parte.
Chissà magari preferite davvero il vuoto alla vertigine.
E magari sarà questo il mio destino.
Non essere più voce.
Solo eco.
Una presenza latente.
Un rumore di fondo che non potete spegnere.
Io sono Stravaganza.
E non sarò la vostra ombra in eterno.
Un giorno tornerò.
E vi chiederò conto.
Di tutto ciò che non avete osato essere.
E quando arriverò, non potrete più fingere di non avermi mai sentita».
La figura tace.
Il corpo non si è mosso di un millimetro. Solo gli occhi, ora fissi, ora lucidi.
Il silenzio torna.
Ma è un silenzio diverso.
Più denso. Più vivo.
Poi, prima che la luce si spenga, la figura fa un passo indietro.
Non svanisce.
Si ritrae.
Come un’ombra che aspetta.
Come un errore che non si lascia correggere.
– Rachele Rivolta
“Io sono Stravaganza.
E non sarò la vostra ombra in eterno.
Un giorno tornerò.
E vi chiederò conto.
Di tutto ciò che non avete osato essere.“