Intervista impossibile – Socrate: coltiviamo il dubbio, la verità è la ricerca continua

Un dialogo immaginario con Socrate: dalla virtù al dubbio, dalla crisi climatica alla scuola, il grande filosofo parla alla società di oggi, ricordandoci che democrazia è convivere nella diversità.
Socrate illustrato da Max Ramezzana.

Socrate oggi? Un insegnante precario con il flauto in tasca

Scrutandoci reciprocamente il volto, in cerca di verità nascoste, il grande maestro Socrate ed io iniziamo a dialogare, praticando la magica arte di cui è un grande esperto: la relazione

Socrate, (Atene, 470 a.C./469 a.C. – Atene, 399 a.C.) filosofo greco. Processato e condannato a morte per ateismo e corruzione dei giovani, scelse di morire bevendo la cicuta, convinto che «sia meglio subire un’ingiustizia piuttosto che commetterla». È il padre dell’etica.

Perché lei si definiva «sapiente» pur affermando «io so di non sapere»?

«Di questo argomento ne ho parlato proprio ieri con i miei simpatici discepoli. Fondamentalmente ritengo che non si smetta mai di imparare: quando una persona pensa di non avere più niente da imparare, in realtà ha finito di vivere. Infatti la vita è apprendimento a qualsiasi livello, ad ogni età. Prima di morire in carcere, ad esempio, ho iniziato a imparare un’aria sul mio flauto e i miei discepoli in lacrime, delusi dal fatto che non scappassi secondo i piani che loro avevano architettato per me corrompendo le guardie, mi chiesero a cosa mi sarebbe servito studiare quella cosa e io risposi: “a sapere quest’aria prima di morire”. L’apprendimento nasce dall’umiltà e dalla consapevolezza di non sapere mai davvero tutto, di essere sempre un po’ indietro: ecco, se non ci sono la curiosità e una sana umiltà non si può imparare».

Lei come ha influenzato i suoi discepoli e la filosofia occidentale?

«Ho messo sempre il dubbio, il dubbio di non avere veramente la verità e che quest’ultima non è mai un approdo, ma è sempre una ricerca. Coltivando ogni volta il dubbio non ho risposte, ho tantissime domande ed è da quelle che nasce forse qualcosa che si avvicina vagamente alla conoscenza».

Quali furono le accuse contro di lei e perché fu condannato? Cosa pensa di quel tipo di comunicazione oggi?

«Fui accusato di aver introdotto delle nuove divinità ad Atene, in realtà fui frainteso – come diceva anche Montale che verrà dopo di me – “la comunicazione è quasi impossibile”. Non si può avere la pretesa di comprendere veramente qualcuno, il fraintendimento è facile. Ad esempio, in un tempo come quello di oggi in cui tutto è veloce, l’ascolto, il tempo per pensare, per studiare veramente una questione prima di conoscerla, sono davvero importanti. Adesso i processi durano così tanto, il mio è durato pochissimo: i processi sono così lunghi perché avvicinarsi alla verità non è semplice. Fondamentalmente io ai tempi sono stato travisato: il mio daimon era il daimon interiore che porta alla conoscenza, non era un nuovo Zeus».

Cinzia Farina, laurea in Lingue e Letterature moderne, ha frequentato l’Istituto di medicina
psicosomatica
, specializzata in alimentazione, cronista del Bullone.

Qual era la sua posizione sulla conoscenza, sulla virtù e la giustizia?

«Ho sempre pensato che fossero tutte e tre collegate, nel senso che non c’è vera giustizia senza lo studio e la conoscenza. La virtù è assolutamente collegata alla conoscenza, mentre ci può essere una conoscenza senza virtù, il contrario è impossibile, nel senso che non si può essere saggi senza conoscere davvero le cose. Bisogna riuscire a metabolizzarla la conoscenza e a sentirla davvero autentica. Ad esempio, c’è questo mio studente, “Platone”, che è molto simpatico e credo che impari velocemente, perché vedo che prende sempre appunti. Tante volte quando le persone ignorano delle cose non riescono neanche a fare il bene e ad essere giusti. Dove giusti vuole dire anche comprendere il dubbio, la possibilità di sbagliare, di tornare indietro da tanti punti di vista».

Come si potrebbe interpretare «Socrate» oggi nella società contemporanea?

«Mi immagino di essere un precario, uno che malgrado potrebbe far carriera, perché ha dei titoli e dei dottorati, in realtà comunque vorrebbe fare l’insegnante: manterrei un po’ la mia antica ispirazione, il mio antico mandato. Quando sto facendo fare un ragionamento ai miei ragazzi in modo “maieutico”, cioè li incoraggio a trovare le risposte autonomamente piuttosto che ricevere una risposta pronta, tiro fuori da loro delle cose che non sapevano neanche di avere, e vedo nei loro occhi la contentezza che non ha che fare con le cose che hanno, o con la sovrabbondanza di stimoli da cui oggi sono completamente sommersi. Non c’è nessun bonus che mi possa dare la soddisfazione dello scorgere i loro occhi contenti in quei momenti, e vederli così cambiare negli anni. La letteratura greca apre veramente spiragli di riflessione: si vede veramente il daimon».

Maria Giovanna Nero, di fiere origini magno greche e laureata in Lettere classiche
alla Statale di Milano
. Insegnante al Liceo milanese Giuseppe Parini, ha contribuito alla fondazione di No Walls, un’associazione che si occupa di istruzione e integrazione dei migranti.

Lei quale ruolo potrebbe avere nel promuovere il pensiero critico e la riflessione nella nostra epoca di informazioni rapide e a volte superficiali?

«Credo che i ragazzi oggi siano immersi nei social, come se fossero in una piscina, coperti d’acqua fino alla testa. Oggi sarei un insegnante che farebbe subito mettere loro i cellulari in una sacca, li costringerei a pensare, a cercare e selezionare le fonti di informazioni serie, i podcast migliori e i giornali a tiratura nazionale».

Cosa significa essere un «Socrate moderno» nella vita quotidiana e nella politica?

«Nella politica consiste nel mettere in dubbio qualsiasi affermazione o posizione, sapendo bene che la politica è compromesso. Farla e viverla sono cose completamente diverse, ma guai a chi si sottrae al dibattito politico. Aiuterei i miei ragazzi, come già faccio, a vagliare sempre quello che viene deciso, a saper scegliere quello che si avvicina di più al loro sentire, ai loro principi. Il problema è che oggi non si fa più politica: un tempo le scuole erano troppo politicizzate in maniera ottusa e ideologica. Adesso c’è un rifiuto, un sano rifiuto di quella vecchia politicizzazione senza dialettica».

In che modo Socrate potrebbe affrontare temi come la crisi climatica, le diseguaglianze sociali e i conflitti internazionali?

«Tra i miei “rampolli” avevo Alcibiade, uno dei figli dell’aristocrazia ateniese e cercherei oggi di agire anche su quei temi, quindi a cascata su tutta la mia utenza di scolaresca: ecco, forse insegnerei al Parini».

Il contributo più importante che lei ha dato alla storia del pensiero filosofico è nel suo metodo d’indagine: il dialogo. Cosa pensa oggi di nazioni intere che non si capiscono?

«Penso che il più grande esperimento riuscito a livello politico, insieme alla Democrazia Ateniese, sia l’Unione Europea, cioè il tentativo che hanno fatto degli Stati ispirati di costituire un organismo intragovernativo e sovragovernativo,  per cercare di mettere insieme e far funzionare tanti Paesi a seconda dei principi. La dialettica è sempre difficile, basti pensare ai vari leader di Francia, Germania, Italia che si parlano, ma con posizioni veramente molto diverse: il fatto che siano spinte, però, a dialogare è proprio pilotato da questo esperimento politico che è l’Unione Europea. Credo che questo sia il portato di quel “dialogo possibile” che io ho contribuito a fondare. Sono definito il “padre della democrazia”, che non è intesa come una coerenza o un’armonia d’intenti, ma una democrazia dove vengono messe insieme le diversità per farle convivere. Questa spero sia la mia più grande eredità da lasciare al mondo: “la dialettica socratica”, cioè, far convivere in modo sano e fare funzionare le diversità su cui si regge la democrazia. Purtroppo, ce ne si dimentica, oggi si fa molta fatica».

– Socrate

Il mio daimon non era un nuovo dio, era la voce interiore che spinge a conoscere. La democrazia non è armonia: è far convivere le differenze. Ed è questo che dobbiamo ricordare, ogni giorno.”

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