Il papavero oltre il vetro: sentimenti di fragilità, speranza e solitudine in un uomo
Mani e volto incollati al vetro. Sono ormai due o tre ore che sono fermo qui. Non ricordo come ci sono finito, non ricordo i miei trascorsi, vivo solo il presente.
Respiro. Sono in una villa in collina, lontano dalla città e dal mio lavoro: un incidente mi ha obbligato in sedia a rotelle da un mese a questa parte. Chi mi era attorno diceva: «Hai bisogno di pace, di verde, di silenzio». E io li ho ascoltati. Mia moglie è tornata in città appena la mia salute lo aveva permesso, Frank avrà già probabilmente affidato le mie mansioni a qualche poveraccio che non sa ancora di essere sacrificabile. C’era un vicino che… Non importa.
Non ho assunto farmaci, eppure mi sento strano: immobile, il vetro tiepido mi separa dalla natura della California. Il cielo è un mosaico di nuvole bianche che filtrano il sole. La sua luce pallida colora i prati e le file di conifere, fermandosi alle montagne, rossastre e lontane. Non risiedevo nella mia casa di collina da mesi, lavoro e impegni me lo hanno impedito. Sono rimasto quindi colpito quando, appena tornato, ho visto un papavero proprio accanto alla porta finestra che dava sul cortile. Solo, abbandonato dai suoi simili, si dondola mosso dal vento, la corona rivolta verso l’abitazione come per osservarne l’interno. Io ricambio il suo sguardo.
Quel fiore è un messaggio, Dio lo aveva concepito come un invito: «Sii in pace, tranquillo e in piena fiducia per il futuro». Il papavero tentava di dialogare con me… Che fosse curioso di cosa stessi facendo?
Osservo meglio: il suo gambo disegna una curva morbida, la corona di petali rossi pende di lato… È l’unica nota cromatica diversa nel mio giardinetto altrimenti verde, circondato da uno steccato che lo separa da ciò che è selvatico. La mia stanza è semivuota, ora mi trovo proprio al centro, con la gamba ingessata che punta dritta verso il vetro. Mi sono staccato dalla finestra, perché dopo averlo contemplato ho deciso di disegnarlo, invece sono finito su Instagram. La gente va in vacanza in posti incredibili. Poso il cellulare, guardo il fiore. Il mio istinto mi ordina: «Prendilo!»

Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.
E ha ragione. Devo prenderlo e portarlo via con me. Spingo le ruote e mi avvicino al cortile, giro la sedia per afferrare la maniglia. La sfioro, ma rischio di cadere, mantengo l’equilibrio a fatica: la maniglia è troppo in alto! Devastato, torno sul tappeto al centro della stanza. Penso: «Lascialo in pace, raccogliendolo lo uccideresti!»
Dopo dieci minuti sono di nuovo con il naso alla porta finestra. È più forte di me. Voglio averlo vicino e studiarlo, voglio portarlo dentro casa. Mi sporgo ancora verso la maniglia… e questa volta cado. Il dolore mi attraversa dall’osso sacro lungo tutta la schiena, come un incendio che divampa, arrivando fino al gomito destro. Maledico il fiore e me stesso, consapevole dell’assurda inutilità del mio gesto.
Apro gli occhi: è ancora lì, a fissarmi. I brutti pensieri cessano immediatamente. Mi scruta impavido dall’alto in basso, con aria superiore. Che situazione… Così bello, così vicino, eppure inarrivabile. Si trova a pochi centimetri dietro la porta di vetro che mi sbarra la strada. Posso solo immaginare quanto sia delicato e prezioso. Per essere lì in estate ha affrontato con le sue sottilissime radici le tempeste e le nevicate invernali, mantenendo un aspetto così vivo. Rigoglioso, eppure irraggiungibile. Vedo il mio volto specchiato fondersi con le sue linee, per far entrare quei colori sarebbe necessario aprire la finestra, solo che la maniglia è troppo in alto.
– Riccardo Russo
“Che situazione… Così bello, così vicino, eppure inarrivabile. Si trova a pochi centimetri dietro la porta di vetro che mi sbarra la strada. Posso solo immaginare quanto sia delicato e prezioso. Per essere lì in estate ha affrontato con le sue sottilissime radici le tempeste e le nevicate invernali, mantenendo un aspetto così vivo. Rigoglioso, eppure irraggiungibile.”