Milano si ferma per la pace: la voce dei giovani per Gaza
22 settembre 2025. Una mattinata uggiosa avvolge Milano, già caotica di per sé e resa ancor più congestionata dallo sciopero dei mezzi. I cittadini, impazienti di tornare alla loro quotidianità, si muovono tra fermate deserte e corse soppresse, costretti a cercare soluzioni alternative per raggiungere lavoro, scuola o impegni personali.
Nelle strade del centro il traffico è paralizzato: auto in coda, clacson che suonano senza tregua e tram bloccati che non riescono ad avanzare. A rendere la situazione ancora più complessa, oltre allo sciopero, c’è la manifestazione pro Palestina, che ha riempito le vie principali di cartelli, bandiere e cori.
Centinaia di persone, tra famiglie, studenti e giovani attivisti, hanno scelto di scendere in piazza per far sentire la propria voce, rallentando ulteriormente il normale scorrere della vita nella città. Io, assieme ad altri giovani provenienti da diverse scuole, ho deciso di fare la medesima cosa: rinunciare a una giornata di lezione per partecipare al corteo pro Gaza e far sentire la mia voce.
Una voce collettiva che non mirava ad essere rumore fine a sé stesso, ma un richiamo alla coscienza, un invito a riflettere su un tema tanto delicato quanto urgente. Per le vie del centro si è levato un coro variegato e compatto, formato da famiglie, bambini, studenti e lavoratori, uniti da un unico messaggio: pace.
Con cartelli, bandiere e slogan marcati a gran voce, i manifestanti hanno riempito le strade di parole che si ripetevano: «Free Palestine», «Stop al genocidio», «From the river to the sea, Palestine will be free».
Centinaia di persone hanno gridato queste frasi senza secondi fini, senza la volontà di strumentalizzare l’iniziativa, o di farla degenerare in altro. Il loro obiettivo era chiaro: partecipare attivamente per esercitare un diritto fondamentale, ovvero quello di manifestare per la giustizia, per la pace e contro la violenza.
La protesta contro la collaborazione militare e politica del nostro governo con le forze israeliane è stata in gran parte pacifica, ma sono intervenuti gruppi violenti nella zona della Stazione Centrale. Cinque, secondo alcune fonti, sono stati gli arresti: due ragazze in direttissima, due minori e un giovane. Quest’ultimo pagherà una pena aggravata dal nuovo decreto sicurezza per l’accusa di resistenza e lesioni aggravate contro un agente di polizia.
Nel complesso, però, la manifestazione è stata pacifica. In una città bloccata dal traffico e dallo sciopero dei mezzi, il corteo ha voluto rappresentare non un ostacolo, ma un segnale forte: la dimostrazione che, nonostante le difficoltà quotidiane, c’è chi sceglie di rinunciare a un pezzo della propria normalità pur di prendere posizione e far emergere una voce che chiede di essere ascoltata.
Come sostiene l’articolo 21 della Costituzione Italiana, «Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione».
A patto che il nostro manifestare non sia contrario al buon costume, siamo tutti invitati ad usufruire di questo sacrosanto diritto, poiché il silenzio, l’atto di non prendere alcuna posizione, è una mancanza di rispetto verso chi non ha la nostra stessa fortuna e un segno di complicità nei confronti di uno Stato che sta contribuendo a quello che è diventato un vero e proprio genocidio.
Non si tratta più di avere tatto o dosare le parole, ma di esprimere la verità dei fatti di fronte a un evento che ha messo alla prova il nostro livello di umanità, testando fin dove si spinge l’astio e la crudeltà dell’essere umano.
Perché è crudele chiudere gli occhi e fingersi ciechi davanti a scene di bambini uccisi, famiglie distrutte, civili affamati, ospedali e scuole in fiamme. È crudele ignorare che dall’altra parte del mondo i diritti umani vengono strappati senza alcuna giustificazione.
Nulla può giustificare ciò che sta accadendo nella Striscia di Gaza.
Nulla può giustificare la morte di tanti civili in così poco tempo.
Nulla può giustificare la volontà di cancellare un intero popolo.
Se questo dovesse accadere, noi avremmo fallito come esseri umani.
Perché prendere posizione non è più una scelta politica, ma un dovere morale: l’unico modo per non essere ricordati come complici di un genocidio.
– Amy El Kamli
“Perché prendere posizione non è più una scelta politica, ma un dovere morale: l’unico modo per non essere ricordati come complici di un genocidio.“