Festival della Fotografia Etica: immagini di un mondo che soffre nell’indifferenza

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La B.Liver Maddalena descrive la potenza della consapevolezza attraverso il Festival della Fotografia Etica di Lodi: guerre, migrazioni, resilienza e umanità. Guardare senza voltarsi è il primo atto di responsabilità verso il mondo.
Una foto dal Festival della Fotografia Etica di Lodi: "Corpi di donne come campi di battaglia", Cinzia Canneri.

Una B.Liver al Festival della Fotografia Etica di Lodi

Consapevolezza è la parola chiave all’insegna di una vita che non perdona l’indifferenza. Di fronte all’impotenza riguardo ai conflitti mondiali, alla povertà e alle disuguaglianze, il primo passo da compiere è scegliere con coraggio di «guardare», senza voltare lo sguardo dall’altra parte. Noi, in quanto cittadini privilegiati del mondo, possediamo innumerevoli modi per guardare e informarci. Tra questi, ho scelto di visitare il Festival della Fotografia Etica di Lodi: una mostra fotografica che ha l’intento di divulgare al pubblico contenuti di rilevanza etica e tematiche sociali. La mostra è organizzata in padiglioni sparsi per tutto il centro città, e ciascuno ospita una o più esposizioni.

Un cammino di disperata speranza, Federico Rìos.

Ci sono storie e racconti che esistono solo grazie al fotogiornalismo, il quale crede nella dignità dell’uomo. La guerra, infatti, non solo annienta vite, ma anche identità, memoria e giustizia, e questo lo racconta soprattutto Giles Clarke, mostrando il suo lavoro sulla guerra in Sudan iniziata nel 2023. Le fotografie ritraggono ospedali, palazzi della giustizia e archivi cittadini distrutti. La popolazione, oltre alla violenza subita, si ritrova senza documenti che certificano matrimoni, possedimenti, fedine penali e ricordi. Cessare il fuoco non sarà mai abbastanza se poi non si inviano aiuti e supporti per ricostruire. Inoltre, la mostra propone diverse chiavi di lettura sulle grandi realtà sociali, ad esempio, Cinzia Canneri, attraverso il suo progetto Women’s Bodies as Battlefields (corpi di donne come campi di battaglia), racconta come il corpo delle donne vittime della guerra non sia soltanto simbolo di ferite inferte, ma anche emblema della forza che nasce dalla cura e dalla resilienza. L’ultima fase del progetto rilegge il concetto di resilienza, rifiutando la sua rappresentazione come «risoluzione positiva», e proponendola, invece, come un processo complesso, che affronta le difficoltà in modo costruttivo e attraverso un ampio spettro emotivo.

Alle volte, invece, le esposizioni mostravano la realtà nuda e cruda, quella che si può solo guardare in silenzio, perché ammutolisce. Ad esempio, Loay Ayyoub racconta la Palestina, sua terra d’origine; Federico Rios ha percorso insieme ai migranti il Darién Gap, una fitta giungla di strade che collega la Colombia a Panama (ponte poi per gli Stati Uniti), attraversando fiumi mortali e camminando nel fango; Diego Fedele fotografa l’Ucraina; e la Fondazione VII commemora il trentesimo anniversario del genocidio di Srebrenica e la fine della guerra in Bosnia-Erzegovina.

Fondazione VII

Alle volte incrociavo lo sguardo dei soggetti fotografati e mi sentivo debole di fronte alla loro forza, ma allo stesso tempo, determinata nel non dimenticare mai la loro sofferenza, nonostante non la possa vedere guardando fuori dalla finestra di casa mia. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di vivere e di strisciare pur di raggiungere un futuro migliore, come uno schiaffo in faccia, dovrebbe riportare l’attenzione di noi privilegiati verso ciò che conta davvero, ovvero il valore della vita stessa. Questo non vuol dire che bisogna per forza vivere con la foga del «ogni giorno potrebbe essere l’ultimo», ma bisogna credere che la vita di ciascuno abbia pari valore anche se finisse l’indomani o se vivesse nella povertà assoluta, e da questo poi azzerare le disuguaglianze e supportare le pari opportunità e i pari diritti.

È semplice: di fronte alla morte siamo tutti umani e, visto che la morte esiste insieme alla vita, anche di fronte alla vita siamo tutti uguali.

– Maddalena Fiorentini

Alle volte incrociavo lo sguardo dei soggetti fotografati e mi sentivo debole di fronte alla loro forza, ma allo stesso tempo, determinata nel non dimenticare mai la loro sofferenza, nonostante non la possa vedere guardando fuori dalla finestra di casa mia. L’istinto di sopravvivenza, la voglia di vivere e di strisciare pur di raggiungere un futuro migliore, come uno schiaffo in faccia, dovrebbe riportare l’attenzione di noi privilegiati verso ciò che conta davvero, ovvero il valore della vita stessa.”

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