Educazione – Intervista a Marina Brambilla: “Percorsi formativi online per aiutare studio e lavoro”

Marina Brambilla racconta la trasformazione dell’università tra tecnologia e umanesimo, il valore della relazione con gli studenti e la battaglia per un diritto allo studio realmente inclusivo.
Marina Marzia Brambilla, (Milano, 2 giugno 1973) docente e germanista italiana. Dapprima insignita nel 2018 della carica di Prorettrice delegata alla Programmazione e all’Organizzazione dei Servizi per gli Studenti, per la Didattica e per il Personale. Nell’aprile 2024 viene eletta Rettrice dell’Università degli Studi di Milano per il sessennio 2024-2030.

Marina Brambilla, rettrice dell’Università Statale di Milano, ci spiega cosa ha fatto l’ateneo per rispondere alle nuove richieste della società

Marina Brambilla è rettrice dell’Università Statale di Milano, la prima donna a ricoprire questo ruolo nei cento anni di storia dell’ateneo. Docente di Lingua e Linguistica Tedesca, Marina Brambilla inizia la sua carriera alla Statale nel 2003, prima come ricercatrice, poi come docente associata e, dal 2016, come professoressa ordinaria. Negli anni ha rivestito ruoli chiave: è stata delegata rettorale per l’Erasmus, l’orientamento e la didattica, e tra il 2018 e il 2024 ha ricoperto la carica di Prorettrice per i servizi agli studenti e al personale. Dal 1° ottobre 2024 ha assunto la guida dell’ateneo con un mandato di sei anni, fino al 30 settembre 2030.

In base alla sua esperienza, come sono cambiate negli ultimi dieci anni le istituzioni educative e le priorità di chi studia in Italia?

«Vedo la necessità di costruire le coordinate culturali e sociali di un “nuovo Umanesimo”, che preservi la centralità dell’umano nella sua assolutezza, in questo tormentato passaggio. Una grande università come la Statale, vive immersa in una realtà duplice: mentre sviluppiamo nei nostri laboratori nuova conoscenza, dobbiamo presidiare un altro versante, egualmente cruciale, ovvero il fattore umano, sociale, lo scenario non tecnologico della rivoluzione tecnologica, il terreno di coltura nel quale le tecnologie possano tradursi in bene pubblico. L’innovazione che nasce nei nostri laboratori dalla ricerca guidata dalla curiosità di scoprire e imparare, va affiancata e integrata dalla riflessione di ambito etico, sociale, politico, filosofico. Credo che la priorità di chi sceglie un percorso universitario oggi sia rivolta, più che in passato, all’acquisizione di competenze flessibili, trasversali che rendano i giovani più attrezzati per affrontare un mercato professionale in rapida trasformazione».

Secondo lei, per raggiungere i propri scopi educativi, quale posizione dovrebbero avere la scuola e le università?  

«Mettere al centro il proprio ruolo civico e dedicare maggiore ascolto agli studenti, alle loro aspettative ma anche alle loro paure. Credo sia necessario recuperare la centralità della relazione tra noi e i nostri studenti e anche supportare la loro socializzazione. Dobbiamo conoscerli e farci conoscere. Da qui passa anche la possibilità di sviluppare uno dei compiti, secondo me, fondamentali dell’Università, quello di generare ispirazione. Inoltre, i giovani vivono frequentissime situazioni di disagio psicologico anche molto profondo: ci siamo attivati per dare a tutti coloro che lo richiedano un supporto di tipo psicologico. Siamo nelle condizioni di intercettare segnali che devono spingerci ad agire, a far sentire concretamente il senso della nostra presenza».

Da anni si parla del calo della partecipazione elettorale che non sembra risalire. In questo mancato cambiamento le istituzioni educative hanno un ruolo?

«Il tema della scarsa partecipazione elettorale è un nodo cruciale, un pessimo segnale per la democrazia, che dobbiamo contrastare lavorando come università, su un fronte fondamentale: ridare speranza ai nostri studenti di incidere nella loro vita, nella vita del loro prossimo, nel valore dell’esercizio di una cittadinanza attiva. Temo che la mancanza di interesse per il voto nasconda uno scetticismo che dobbiamo fare di tutto per allontanare dai nostri giovani. Quando parlo di “università civica” intendo un ponte tra studenti e società, e viceversa, richiamare l’attenzione del territorio e dei cittadini a una presenza e a una partecipazione, per esempio, ad attività culturali».

Davanti a intelligenze artificiali che in futuro saranno in grado di spiegare con sempre più accuratezza e semplicità anche gli argomenti più astrusi e di assistere nello studio anche gli studenti più in difficoltà, come cambierà il ruolo dell’educatore e del docente? 

«Stiamo già sperimentando al nostro interno tecniche di supporto e ausilio allo studio con il supporto dell’IA. Tuttavia, la sfida più potente è preparare una generazione di cittadini che la gestiscano con piena consapevolezza, che la usino e non la subiscano, affinché non produca nuova diseguaglianza e nuove marginalità».

Che cosa serve perché le università riescano ad adattarsi al cambiamento in tempi rapidi, così da riuscire nel proprio scopo?

«La rapidità del cambiamento è costantemente spinta dalle università perché nasce nei nostri laboratori: siamo quindi noi stesse produttrici e prime fruitrici dell’innovazione. La vera questione è come gestire quel cambiamento, come tradurlo in linguaggio culturale, in strumento di reale emancipazione sociale, oltre che tecnologica. Dobbiamo essere mediatori del cambiamento e dell’innovazione. Nello stesso tempo, occorre perrò dare una mano al mercato delle professioni, alle nostre aziende, proponendo aggiornamento professionale continuo, rivolto a tutti i segmenti di età, in grado di metterle al passo con la competizione internazionale. Sta quindi divenendo centrale anche il nostro ruolo nel longlife learning. Passando a noi, certamente anche le università devono accettare di dover cambiare per intercettare nuove esigenze che provengono dalla nostra società e che non possiamo assolutamente ignorare. In questo contesto colloco, ad esempio, la mia apertura alla didattica innovativa e alla formazione online, fino ad ora considerata con qualche diffidenza».

Qual è un messaggio che vorrebbe dare agli studenti che si affacciano oggi per la prima volta al mondo dell’università? E a chi vi si affaccia in qualità di educatore o docente, invece? 

«Augurerei loro di scoprire e conservare la libertà di scegliere sempre, senza paura, il proprio, unico e personale percorso esistenziale e professionale. Consiglierei loro di usare la complessità che li circonda per rendere i propri obiettivi più ambiziosi e di abbandonare ogni scetticismo. E di trovare molti amici, amici veri negli anni dell’università. Ai formatori ricorderei solo la grande responsabilità che ci viene, ad ogni livello di istruzione, dall’accostare giovani vite ricche di talento, di creatività e di immaginazione. Questo presente è un momento di grande complessità anche per i docenti: hanno senz’altro bisogno che la loro responsabilità venga supportata da un adeguato riconoscimento sociale: su questo anche la politica può e deve fare molto».

Se dovesse scegliere una battaglia da combattere per l’istruzione del futuro, che cosa sceglierebbe?

«L’istruzione è ancora il diritto più grande, il più potente strumento di autodeterminazione e di libertà che possiamo regalare ai nostri giovani. La battaglia da vincere continua ad essere quella del diritto allo studio. Non è accettabile che non sia alla portata di tutti i giovani e i bambini non d’Italia, ma del pianeta. In Statale abbiamo investito moltissimo, siamo tra le poche università ad aver promosso l’esenzione totale fino a 30.000 euro di Isee. Ma ancora non basta: i nostri studenti, i nostri potenziali studenti, arrivano da ogni parte del mondo, dobbiamo a loro alloggi, servizi che li rendano effettivamente in grado di svolgere un’esperienza di formazione gratificante, anche sotto il profilo della socialità. Il diritto allo studio deve svilupparsi in una dimensione qualitativa, oltre che economica. Non dobbiamo dare ai nostri giovani solo il diritto di studiare, ma di farlo in un ambiente dove ci sia relazione, ascolto e anche bellezza».

– Marina Brambilla

“Passando a noi, certamente anche le università devono accettare di dover cambiare per intercettare nuove esigenze che provengono dalla nostra società e che non possiamo assolutamente ignorare. In questo contesto colloco, ad esempio, la mia apertura alla didattica innovativa e alla formazione online, fino ad ora considerata con qualche diffidenza.

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