Lavoro – Intervista alla dottoressa Ginevra Chini: “La differenza sul lavoro la fanno i giovani motivati”

Autori:
Marwan esplora con Ginevra Chini come Millennials, Gen Z e Gen Alfa vivono il lavoro dopo crisi, eco-ansia e instabilità, ridefinendo qualità, senso e futuro dell’occupazione.
Ginevra Chini, dottoressa di ricerca in Diritto del Lavoro presso l’Università Bocconi di Milano e Avvocato Praticante presso lo studio legale Ichino - Brugnatelli e Associati.

Intervista alla Dottoressa Ginevra Chini, Dottoressa di ricerca e avvocata: Giovani, lavoro e futuro

Quando si parla di diritto al lavoro e si parla di giovani, si intrecciano due elementi esplosivi che negli ultimi anni hanno trovato inaspettati punti di contatto. Soprattutto quando si affronta la commistione tra questi due mondi, in cui giovani e lavoro sembrano muoversi, apparentemente distanti, eppure profondamente legati l’uno all’altro. I Millennials, la Generazione Z e la Generazione Ɑ sono cresciuti, e stanno crescendo, in un’adolescenza e in una giovane adultità radicalmente diverse rispetto alle generazioni precedenti.

Non serve neanche soffermarsi troppo sulle differenze sostanziali: l’avvento di Internet, dei social network, le grandi crisi di inizio secolo, il cambiamento climatico. Ed è proprio da qui che partirei, insieme a Ginevra Chini, Dottoressa di ricerca in Diritto del Lavoro presso l’Università Bocconi di Milano e Avvocato Praticante presso Ichino Brugnatelli e Associati, per riflettere sul Diritto del Lavoro e su come le giovani generazioni vivano questo passaggio complesso e spesso difficile.

Dottoressa, partendo dalle grandi crisi di inizio secolo, dal 2001 con la caduta delle Torri Gemelle e la perdita della «sicurezza», fino al 2008 con la prima grande crisi finanziaria del nuovo millennio, come è cambiata la percezione della vita? E come si sono trovate a crescere le generazioni che stavano nascendo allora?

«Si sono trovate, per la prima volta dopo molto tempo, immerse in un grande stato di agitazione silenziosa, in cui le poche certezze crollavano una dopo l’altra. La spensieratezza dell’inizio secolo e l’entusiasmo per le nuove tecnologie sono stati rapidamente soppiantati dalla paura e dall’incredulità di fronte al fatto che la globalizzazione, oltre a generare benefici, potesse produrre anche effetti profondamente negativi, e non solo economici.

Per la prima volta una generazione nasceva con prospettive meno rosee della precedente: non accadeva dal secondo dopoguerra. Senza contare la crisi climatica, che ha scosso il mondo intero: prima liquidata come una grande bugia, poi rivelatasi una verità allarmante e innegabile. Nel giro di vent’anni siamo passati dal consumismo esasperato all’eco-ansia.

Da qui è iniziata una riflessione collettiva anche sul ruolo del lavoro che svolgiamo ogni giorno e sulla sua qualità. Se prima la priorità era trovare un lavoro solido, oggi è fondamentale trovare un lavoro che non sia tossico, che garantisca un buon work-life balance e che sia etico. Temi un tempo considerati tabù sono ora pienamente legittimati e il mercato del lavoro lo dimostra».

Oggi le giovani generazioni vengono spesso descritte come vittime dell’afuturalgia: una parola nuova, forse poco elegante, che indica «il dolore o la tristezza derivanti dalla sensazione di essere privati di un futuro». Ma allora perché questa afuturalgia genera, invece, un bisogno ancora più forte di vivere il presente in modo migliore?

«Perché, se non si può contare sul futuro, che comunque si costruisce qui e ora, da dove si riparte? La scelta migliore è iniziare a cambiare il presente, così da garantirsi un futuro se non più roseo, almeno più vivibile. Da questo nascono tutte le discussioni sul work-life balance, sui lavori tossici, sugli ambienti dannosi e stressanti.

Poiché le prospettive sono drasticamente cambiate, serve un cambio di paradigma: invitare il mondo del lavoro a seguire esempi virtuosi, responsabili, proattivi. Non è più il lavoro a comandare: è la ricerca di lavoratori realmente motivati a fare la differenza. Non è più una questione di fortuna, non per le giovani generazioni. Il posto di lavoro deve essere di qualità. Lo dimostra il fenomeno del job hopping e la frequenza con cui cercano il “loro” posto ideale».

Che cosa vuol dire oggi lavorare in un posto sano per una generazione come la Gen Z?

«Un posto sano è quello che ti permette di crescere, sbagliare e ritentare. È quello che non ti spreme come un limone per il profitto e basta. È un insieme di umanità e doveri: ma quei doveri diventano più sostenibili se l’ambiente è proattivo, capace di leggere la faccia dei propri collaboratori, capire quando è una giornata no e quando, invece, è una di quelle giornate in cui tutto scorre e si corre insieme».

E se parlassimo del percepito delle generazioni «meno giovani» sui nuovi lavoratori e del rapporto con l’università? E se volessimo affrontare il tema dei nuovi lavori?

«Come già detto, hanno avuto un percorso completamente diverso: l’immaginario del posto fisso, la retorica del lavoro materiale come unica strada, l’idea che non esista altra via. Senza il lavoro si è perduti. E senza l’università per i propri figli, anche. Così si finisce per spingere schiere di studenti verso percorsi che non sentono propri, viziando un’intera generazione di lavoratori che arriva sul mercato e non trova nessuno che la voglia.

Questo processo di istruzione forzata si acuisce sempre di più: o si è dottori o non si è nulla. O si ha un pezzo di carta, o la propria professionalità non vale. Così però si condannano categorie intere di lavori che vivono grazie a una naturale uscita dall’istruzione, quella garantita dagli istituti professionali e tecnici, che oggi invece si vedono svuotati dalle università.

Il tema dei nuovi lavori è vastissimo e difficile da mappare, figuriamoci da normare. Pensiamo, ad esempio, all’albo degli influencer: dietro il mondo della comunicazione social ci sono agenzie enormi, strutturate, che gestiscono profili mastodontici e che non trovano un inquadramento chiaro. Il Giappone, per esempio, ha introdotto l’obbligo di laurea per parlare di determinate tematiche sopra una certa soglia di follower. Due approcci diversi, ma che forse mancano entrambi il punto».

Se dovessimo buttare lo sguardo al 2035, lei che cosa ci vedrebbe?

«Vedrei nuove generazioni sempre più attive per gli altri popoli del mondo, per l’umanità intera, che si tratti di chi vive qui o dall’altra parte del pianeta. Sono generazioni che hanno sentito addosso, fin da subito, la grigia indifferenza che le difficoltà hanno imposto alla società. Le giovani generazioni non dovrebbero avere altri nomi se non “Generazione Solidarietà”».

– Ginevra Chini

«Se prima la priorità era trovare un lavoro solido, oggi è fondamentale trovare un lavoro che non sia tossico, che garantisca un buon work-life balance e che sia etico»

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