Raffaele Di Donato e il riscatto attraverso l’ascolto: storie, capelli ed empatia
Ci sono degli incontri che sono diversi da altri, sono incontri speciali. Incontrare Raffaele è sicuramente uno di quei momenti. Raffaele Di Donato, in arte Fefè il Barbiere del Blocco, ha 30 anni, fa il barbiere, e più di un milione e mezzo di persone lo conosce sui social per i video in cui taglia i capelli a sconosciuti in cambio della loro storia. Dalla sua passione sono nati un salone a Lissone e un libro, Storie del blocco. Ragazzi, riscatto e sogni per il futuro (Mondadori, 2025), ma questo è solo l’inizio. Raffaele ci racconta le difficoltà, i sogni, i progetti e la determinazione nel realizzarli, in un costante incontro con le vite degli altri, insegnandoci che il riscatto inizia sempre con un atto di generosità, empatia e gentilezza.
Di solito sei tu a chiedere agli altri di raccontarsi. Questa volta, però, la domanda si ribalta: qual è la sua storia?
«Sono nato il 16 luglio 1995 ad Aversa, in provincia di Caserta, in Campania, vicino a Napoli. Mio padre faceva il muratore: giù il lavoro era poco, così si spostava spesso tra Brescia e Bergamo, perché qui al Nord ce n’è di più. Io sono salito a Milano quando avevo circa otto anni. All’inizio piangevo sempre. Lasciare tutto non è stato facile. Con il tempo, però, ho capito che se oggi sono quello che sono lo devo soprattutto a mio padre. È stata una sua idea, insieme a mia madre, quella di trasferirci a Milano. Lei, essendo casalinga, voleva stare più vicino a lui, perché prima scendeva a Caserta solo ogni due o tre settimane. Quando i miei decisero di prendere casa a Sesto San Giovanni io ero totalmente contrario. Mi chiedevo: “Ma dove stiamo andando?”. Ricordo ancora il primo viaggio in macchina: non finiva mai. Mio padre mi aveva detto che saremmo partiti per Milano, ma io pensavo fosse una gita, una visita in un’altra città. Invece più passavano le ore, più capivo che stavamo davvero cambiando vita. Milano mi sembrava lontanissima. Oggi posso dire che sono felice di essere qui. Ho un fratello, Pasquale, nato nel 1997, un nome tipicamente del Sud, e una sorella che si chiama Gemma».
Perché hai deciso di tagliare i capelli alla gente?
«Non ho studiato per fare il parrucchiere: non avevo la possibilità economica di frequentare una scuola, costava troppo. Così ho scelto di non frequentare una scuola di parrucchiere e ho iniziato a studiare meccanica. Nel frattempo, però, all’intervallo a scuola tagliavo i capelli ai compagni, magari in bagno. Tornavo a casa e li tagliavo agli amici. Ho imparato completamente da autodidatta: YouTube era la mia scuola. All’inizio nessuno voleva farsi tagliare i capelli, quindi li tagliavo sempre a me stesso. Ho delle foto terribili, facevo disastri. Mio zio Mimmo, che a Caserta ha un negozio da barbiere, ha avuto una grande influenza su di me. Passavo ore nel suo negozio, guardavo tutto: i clienti, le chiacchiere, il caffè portato al bancone, le storie che si intrecciavano. Quell’atmosfera, quella magia, secondo me è stata la scintilla di tutto. A un certo punto ho capito che se avessi voluto aprire un mio negozio, avrei avuto bisogno di un titolo. Così ho fatto la serale: lavoravo di giorno e tre volte a settimana andavo a scuola la sera. Poi è arrivato il Covid. Dopo la prima e la seconda ondata, quando si è tornati in negozio con mascherine, visiere e camici, sentivo che mi mancava qualcosa. Così una sera eravamo in otto in una casa, un mio amico, per gioco, ha iniziato a riprendere con l’iPhone. Ha pubblicato quel primo video e, senza che ce ne rendessimo conto, è esploso. Da lì ho portato il mio lavoro fuori dal negozio».
E da quel momento cosa è cambiato?
«Ho capito soprattutto una cosa: io da piccolo ero timidissimo. Talmente timido che, quando andavo a casa dei miei zii, mi mettevo con la faccia girata verso il muro e non parlavo con nessuno. So cosa significa avere qualcosa da dire e avere paura, non sentirsi ascoltati. Per questo oggi mi piace ascoltare le persone. Io non mi sento nessuno, faccio solo video perché so come si sente la gente. Le persone non si aprono se non glielo chiedi, serve empatia. In strada ho ascoltato bambini, adulti, anziani, e ti dico che ho imparato tantissimo da tutti, a volte più dai bambini che dagli adulti. Viviamo in una società un po’ grigia, e l’empatia oggi è fondamentale. Ma soprattutto ho capito una cosa: devi fare quello che ti piace davvero. Se fai qualcosa di forzato, non dura. Se invece fai una cosa che senti, alla fine un risultato arriva».

Hai raggiunto oltre 570.000 follower su Instagram e più di un milione su TikTok. Come vivi questa popolarità sui social? Senti una responsabilità?
«Io mi sento semplicemente Raffaele. Non penso ai follower come a dei numeri: non è qualcosa a cui do un peso particolare. Certo, oltre al lavoro in negozio faccio anche i video, porto avanti i social e il mio format, ma quello che è arrivato è una conseguenza naturale, non un obiettivo forzato. Sono comunque molto grato a tutte le persone che mi supportano, perché in qualche modo mi hanno cambiato la vita. Alla fine, io continuo a fare la stessa vita di prima: mi sveglio la mattina, vado a lavorare e resto con i piedi per terra. Ed è proprio questo lo spirito del mio format: parlare, stare a contatto con le persone, raccontare la realtà di tutti i giorni».
Che cos’è per te il riscatto?
«Per il riscatto, io penso sempre a quando ero molto più piccolo. Ho sempre avuto quel desiderio, quel sogno di fare il barbiere e, un giorno, di aprire qualcosa di mio. All’epoca però mi sembrava una cosa impossibile, troppo grande. Pensavo: “Questa cosa non succederà mai”. E invece, negli anni, ci ho messo impegno, e quell’impegno alla fine mi ha portato a realizzare il mio sogno. Io non penso di dare agli altri la possibilità di raccontarsi: sono loro che mi permettono di conoscerli. Io sono uno sconosciuto, non li conosco, e non è scontato che una persona si apra così. Serve dedizione, serve amore. E ascoltare è una cosa bellissima: chi non lo fa non sa cosa si perde».
Dare la possibilità alla gente di condividere la propria storia li aiuta in qualche modo a trovare il loro riscatto?
«Negli anni ho girato un po’ tutta l’Italia: Roma, Genova, Torino, Brescia, Napoli. A Genova ho incontrato Nelson, che è anche l’unico a cui ho lasciato il vero nome nel libro. Quel giorno era con suo papà, lui è stato adottato. Gli ho lasciato il mio numero, dicendogli di non darlo a nessuno e di chiamarmi quando ne avesse avuto bisogno. Suo padre mi aveva raccontato che stava sempre da solo in cameretta, davanti al computer. Da allora abbiamo mantenuto un rapporto molto stretto, come se fosse un fratellino. Dopo qualche giorno, gli scrissi per dirgli che il nostro video sarebbe uscito a breve. Il giorno della pubblicazione gli chiesi come stava, e lui mi rispose che il papà era venuto a mancare il giorno prima. È stato assurdo, e da lì ho capito ancora di più quanto fosse importante stargli vicino. Ancora oggi ci sentiamo.
Tutto questo mi tocca molto perché io, da piccolo, ero sempre quello messo all’angolo. A scuola venivo bullizzato, non riuscivo a parlare, stavo sempre zitto. Se avessi detto qualcosa, sarebbe arrivato sempre qualcuno da dietro. A un certo punto però ho capito che avevo bisogno di parlarne, non tenere tutto dentro. Così ho fatto un cambio radicale. Mi sono detto: tu non sei quello messo all’angolo, quello che non può parlare. Anche questo è stato un riscatto, ed è arrivato grazie a Fefè, ma soprattutto grazie alle persone. Io dico sempre grazie a chi mi dà la possibilità di conoscerlo. Questa cosa mi ha cambiato profondamente. Raffaele è sempre lo stesso, ma non soffre più per quelle piccole cose. Perché alla fine sono piccole: è la nostra mente che le rende giganti».
– Raffaele di Donato
“Io non penso di dare agli altri la possibilità di raccontarsi: sono loro che mi permettono di conoscerli. Io sono uno sconosciuto, non li conosco, e non è scontato che una persona si apra così. Serve dedizione, serve amore. E ascoltare è una cosa bellissima: chi non lo fa non sa cosa si perde.”