Intervista al Dr. Joseph Moyoersoen: “Bisogna avvicinarsi ai ragazzi con rispetto e attenzione; accoglierli e accompagnarli”

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In questa intervista, il Dr. Joseph Moyoersoen spiega l’istituto della messa alla prova minorile: un percorso di riabilitazione flessibile e umano che trasforma ragazzi a rischio in cittadini responsabili.
Alcuni detenuti minorenni seguono un programma di reinserimento sociale.

Il Dottor Joseph Moyoersoen e la giustizia minorile: il ruolo trasformativo della messa alla prova

Il Dr. Joseph Moyersoen è Giurista, docente di Master di I e II livello, consulente dell’Istituto degli Innocenti e referente per le relazioni esterne e cooperazione internazionale della CAI (Commissione per le Adozioni Internazionali), giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Milano ed esperto di programmi di cooperazione allo sviluppo in materia di giustizia minorile.

Prima di entrare nel vivo, una precisazione. Tra le numerose attività che svolge, spicca quella di giudice onorario presso il Tribunale dei minorenni. Con il termine “onorario” si intende normalmente una carica quasi pro-forma, rappresentativa, non operativa. Come va invece inteso nel suo caso?

«I giudici onorari del Tribunale per i minorenni sono degli esperti in materia di minori e di famiglia, che vanno a comporre tutte le decisioni collegiali, in materia di adozione, in materia civile e penale (in cui rientrano i reati commessi da minori in età tra i 14 e i 18 anni). In campo civile si tratta delle limitazioni delle responsabilità genitoriali e interventi a protezione dei minori oppure a tutela di minorenni che sono a rischio di comportamenti delinquenziali, e perciò di possibile caduta nel penale. L’unico caso di un giudice singolo (detto monocratico) e professionale è quello del giudice per le indagini preliminari. A parte questa fase, tutte le decisioni sono prese in maniera collegiale, perché si cerca di valutare la situazione del minore del nucleo famigliare a 360 gradi, non soltanto dal punto di vista dell’applicazione delle norme, ma anche dal punto di vista del percorso psicologico e socioevolutivo del ragazzo nel contesto in cui vive. I giudici onorari hanno quindi competenze professionali diverse, e sono ad esempio criminologi, psicologi, assistenti sociali, educatori, giuristi, pedagogisti, eccetera».

Dr. Joseph Moyersoen, giurista, docente di Master di I e II livello, consulente dell’Istituto degli Innocenti e referente per le relazioni esterne e cooperazione internazionale della CAI, giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Milano ed esperto di programmi di cooperazione allo sviluppo in materia di giustizia minorile.
Illustrato da Chiara Bosna.

Lei nel 2018 ha curato un libro per l’editore Franco Angeli, La messa alla prova minorile e reati associativi. Ci può spiegare in cosa consiste la “messa alla prova” e la sua importanza ai fini della riabilitazione?

«Con questo strumento, tramite un’ordinanza, vengono disposte delle prescrizioni, cioè delle cose che il minore è tenuto a fare, come proseguire gli studi se sta andando a scuola, continuare il corso di formazione o avviamento al lavoro, cercare un corso professionale o un lavoro. L’arco di tempo della messa alla prova va da uno a tre anni. C’è poi una serie di attività collaterali molto importanti, che vanno dal volontariato al sostegno psicologico e percorso di psicoterapia.

I ragazzi devono lavorare in profondità sulle ragioni che li hanno portati a commettere un reato, che è un segnale di disagio e un campanello d’allarme per la società, che va subito raccolto, ma bisogna anche agire in modo che il minore un domani non torni a delinquere. Per quanto riguarda il volontariato, può essere svolto in diversi ambiti socialmente utili. Per esempio, nel caso di un reato contro la persona, se qualcuno ha aggredito un senzatetto, potrebbe lavorare (sempre che ci siano le condizioni) alla mensa dei poveri: è fondamentale che il ragazzo rifletta su quello che sta facendo durante la messa alla prova. Bisogna tener conto che è la prima volta che un minore entra a contatto non solo con il circuito della giustizia penale, ma anche con il mondo del volontariato, che magari non sapevano neppure esistesse. Ci sono giovani che sono così soddisfatti da queste attività da proseguirle anche dopo la fine del tempo prescritto. Questi due elementi, percorso psicologico e volontariato, sono fondamentali perché al termine della messa alla prova il ragazzo deve essere una persona cambiata».

Secondo la sua esperienza e per i numeri disponibili, è un sistema che funziona?

«Si tratta di un sistema molto efficace: secondo uno studio di ormai vent’anni fa che riportava dati precisi e affidabili, l’Italia ha il tasso di delinquenza minorile più basso dell’Unione Europea, e largamente inferiore a quello degli USA. Si può affermare che l’istituto della messa alla prova è una vera eccellenza, anche perché molto flessibile. Dato che ci si trova di fronte a ragazzi in età evolutiva, in trasformazione, e non ad adulti criminali “strutturati”, la flessibilità è fondamentale, e si concretizza in vari modi: per esempio la messa alla prova può essere applicata a chi ha già commesso in precedenza un reato, o decidere di farla svolgere prima in comunità e poi a casa (o viceversa), perché il cambiamento sul dove e come svolgerla è possibile, e questo è molto importante.

Bisogna poi ricordare un altro strumento aggiuntivo (che non fa parte delle prescrizioni citate prima) quello della mediazione penale, in cui vengono messi in contatto la vittima di un reato e l’autore dello stesso. Ciò può contribuire alla responsabilizzazione del minore e ad offrire alla vittima ascolto e riconoscimento. Non sempre questo è possibile, una vittima traumatizzata può rifiutarsi di affrontare la mediazione. E qui torna in aiuto la flessibilità: è il caso della mediazione indiretta. Ad esempio,l’imputato della rapina x viene messo in contatto con la vittima della rapina y, si tratta cioè di reati diversi ma della stessa specie».

Ci può dire qualcosa sulla tipologia (origine, ambiente di provenienza, condizioni sociali, ecc.) di questi minorenni e sul genere di reati commessi?

«Per quanto riguarda la prima parte della domanda purtroppo non esistono studi approfonditi. Generalizzando, si può dire che al nord sono quasi equamente divisi tra italiani e stranieri (forse con un aumento di questi ultimi in anni recenti), ma anche questo dato può essere fuorviante, se consideriamo che spesso parlando di italiani si includono anche quelli che sono appena di seconda generazione. È evidente comunque che sono maggiormente coinvolti ragazzi provenienti da situazioni sociali ed economiche disagiate.

Per quanto riguarda i reati, quelli più frequenti sono legati allo spaccio di stupefacenti (anche molti reati contro la persona o il patrimonio sono in fondo legati a quella tipologia). Ci sono casi di minori che sono consumatori, e si ritrovano facilmente a spacciare, oppure, nel caso di minorenni non accompagnati, questi spacciano per ripagare i debiti contratti dalle famiglie per pagare il viaggio e i trafficanti. Bisogna poi ammettere che i reati connessi all’uso di coltelli sono effettivamente in aumento, ma assolutamente non in quella misura esponenziale che molti media enfatizzano, creando allarmismo sociale».

In sostanza, per quanto riguarda la giustizia minorile in Italia e l’istituto della messa alla prova, il suo è quindi un giudizio positivo e di speranza?

«Mi piace rispondere citando un bravissimo ex giudice minorile, Piercarlo Piazè: “È l’ultimo luogo di una giustizia vera che riconosce le fatiche, le sofferenze, le difficoltà di crescita e le ingiustizie che sono state alla radice e la causa della condotta colpevole… la mitezza non è solo pene per i minorenni ridotte, ma è soprattutto accostare ogni ragazzo con rispetto e attenzione. È guardarlo ed entrare in relazione. È accoglierlo e accompagnarlo con una attitudine che lo porti a ‘fidarsi’ delle figure che gli si mettono a fianco. È pensare così a riportarlo a quelle condizioni in cui egli può riconoscere le proprie risorse ed esprimere le proprie capacità in una direzione positiva».

– Joseph Moyoersoen

Si può affermare che l’istituto della messa alla prova è una vera eccellenza, anche perché molto flessibile. Dato che ci si trova di fronte a ragazzi in età evolutiva, in trasformazione, e non ad adulti criminali “strutturati”, la flessibilità è fondamentale, e si concretizza in vari modi: per esempio la messa alla prova può essere applicata a chi ha già commesso in precedenza un reato, o decidere di farla svolgere prima in comunità e poi a casa (o viceversa), perché il cambiamento sul dove e come svolgerla è possibile, e questo è molto importante.”

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