Giulia tra due mondi: memoria, linguaggio e consapevolezza di classe
Sono nata tra due mondi. Uno fatto di mani, di lavoro, di terra, e l’altro fatto di libri, parole, idee. Il mio corpo appartiene al primo, ma la mia mente – per qualche accidente, per testardaggine o per grazia – è riuscita ad attraversare il confine.
Mio nonno materno, Antonio, lavorava in una fabbrica di fiammiferi a Benevento, «la Marsiglia». Un nome che suona quasi poetico, ma dentro c’era solo zolfo, fumo e mani screpolate. La fabbrica un giorno esplose: una caldaia saltò, portando via vite, polmoni, sogni (e anche qualche braccio, vedi foto zio Carmelo).
Mio nonno si spostò al nord e diventò operaio metalmeccanico in provincia di Como. La famiglia di mio padre veniva dalla terra: contadini, schiene piegate, mani callose. I miei genitori avevano fatto solo le elementari ma avevano un’idea fissa in testa: «Tu devi studiare, così non farai la nostra vita».
Mia madre aveva conosciuto prima di me il peso del mondo. A diciannove anni sposò un uomo che beveva e picchiava. Picchiava lei, picchiava le mie sorelle. Le stanze tremavano di urla e riserbo. Il pavimento puzzava di fumo e paura. Mia mamma sopportò per anni, stringendo i denti, imparando a camminare leggera in casa come se fosse invisibile. Finché un giorno quell’uomo morì, annegato in un lago, ubriaco. Non fu una liberazione allegra: fu solo vuoto e silenzio, che dura ancora oggi. Poi mia madre incontrò mio padre, si sposarono e da quell’unione sono nata io.
Crescere con questa storia alle spalle significa sapere da subito che il mondo non è giusto. Che le donne come mia madre portano sulle spalle più peso di quanto si possa dire. Che la violenza, la povertà, la vergogna non sono eccezioni, ma parte della vita di chi nasce dal basso, parte della nostra storia di classe, scritta nei corpi e taciuta nei salotti.
Solo che nessuno ti insegna che non basta studiare per diventare uguale agli altri. Quando sono arrivata al liceo classico tutto questo non esisteva per nessuno. I miei compagni parlavano di vacanze studio in Inghilterra e di case al mare. A lezione capivo poco, io venivo da una casa dove nessuno utilizzava parole come «epistemologia» od «ontologia». Avevo un lessico corto e povero. Mentre loro sembravano nuotare nel sapere, io arrancavo imparando tutto a memoria. Loro erano a casa ovunque, io sempre in traduzione, di frasi, di gesti.
Così ho imparato presto che la differenza di classe non è solo nello stipendio, ma nel linguaggio, nel modo in cui si sta al mondo, nel tono della voce quando si parla. Loro parlavano con sicurezza. Io ascoltavo, prendevo appunti anche sulle parole, sugli accenti, sulle inflessioni. Ho imparato a imitare, a tradurre.
Per anni ho vissuto come un’interprete: traducevo la mia vita popolare in un linguaggio borghese e poi traducevo l’università ai miei genitori, cercando parole semplici per spiegare concetti che a loro sembravano strani.
Eppure in quel mare di differenze ho trovato un porto. Ho conosciuto due ragazze (che ora sono le mie migliori amiche) che mi hanno preso per mano – non in senso figurato ma davvero. Mi hanno portato nella loro famiglia, mi hanno fatto conoscere un altro modo di vivere, di parlare, di pensare. Con loro ho imparato a leggere libri, a discutere senza paura, a guardare la cultura come qualcosa di vivo, non come un privilegio. È stata una crescita lenta e gentile, fatta di libri prestati e di conversazioni politiche a tavola, di spiegazioni pazienti e di sorrisi che dicevano: «puoi farcela».
Per anni ho vissuto in bilico: da un lato la concretezza della mia famiglia, dall’altro il mondo dei libri. Quando tornavo a casa le mie parole sembravano troppo complicate. Quando stavo con i miei compagni mi sentivo sempre un po’ goffa.
Col tempo ho capito che questa posizione di confine è anche una forma di privilegio. Non economico, ma di sguardo. Posso vedere entrambi i mondi, e capisco le crepe che li attraversano. So cosa significa non avere le parole giuste. So cosa vuol dire la distanza tra chi parla di merito e chi, per arrivare lì, ha dovuto imparare da zero il linguaggio dei vincitori.
Essere a cavallo tra due classi è un po’ come camminare con una gamba nel fango e una sul parquet. Da una parte la realtà nuda è la bolletta che non si sa se si riuscirà a pagare, dall’altra il mondo levigato dei discorsi colti, delle citazioni, delle persone che pensano che tutto sia una questione di talento. Io so che non è talento: è sopravvivenza.
Oggi ho una forte coscienza di classe. Non è qualcosa che ho letto nei libri, anche se i libri mi hanno aiutata a darle un nome. È un sentimento che nasce dalla memoria, dai calli di chi mi ha cresciuta, dal modo in cui mia mamma piegava i soldi del resto per non perderli, da come mio padre aggiustava tutto con le mani.
Non appartengo a nessun mondo, ma forse è proprio questo il mio posto.
– Giulia Conte
“Col tempo ho capito che questa posizione di confine è anche una forma di privilegio. Non economico, ma di sguardo. Posso vedere entrambi i mondi, e capisco le crepe che li attraversano. So cosa significa non avere le parole giuste. So cosa vuol dire la distanza tra chi parla di merito e chi, per arrivare lì, ha dovuto imparare da zero il linguaggio dei vincitori.”