Riscatto: il coraggio silenzioso di andare avanti
Come suona potente la parola RISCATTO! Ha un sapore solenne, eroico, di grandezza. È una parola che promette altezza, risalita. La usiamo quando parliamo di chi «ce l’ha fatta», di chi è uscito da una situazione difficile, da un errore che sembrava definitivo, da una vita che non gli somigliava più. Diciamo: «si è riscattato», come se fosse salito di livello, come se avesse vinto qualcosa.
Ma cosa significa davvero «riscatto»?
Il dizionario offre diverse definizioni. Riscattare significa liberare qualcuno o qualcosa pagando un prezzo: un prigioniero, un ostaggio, un oggetto. In senso più astratto, significa recuperare una dignità perduta, riabilitare una reputazione, uscire da una condizione di inferiorità o fallimento. Il riscatto dal dolore o da un passato difficile, per esempio, è la possibilità di non restare imprigionati in ciò che è successo. Di non coincidere per sempre con la ferita. In psicologia, questo processo è chiamato crescita post-traumatica, costruzione di senso, rinarrazione dell’identità. Dopo un evento che rompe la nostra storia (una perdita, una diagnosi, una caduta, una dipendenza) siamo costretti a riscriverci e a rispondere, spesso senza averlo chiesto, alla domanda: «Chi sono adesso?».
In ogni riscatto c’è sempre un prima e un dopo, ma il passaggio tra questi due momenti non è mai netto, non avviene con un colpo di bacchetta magica. È piuttosto un percorso. Non uno scatto, ma una camminata. Non una porta che si spalanca, ma tanti passettini che spostano la direzione. Il percorso di riscatto è fatto di piccole cose faticose e fastidiose, come il tentativo di tornare alla propria vita dopo una malattia, che si traduce in mezz’ora fuori i primi giorni, un’intera mattina a scuola dopo settimane, un pomeriggio con gli amici dopo mesi. Probabilmente senza mai sentirsi «come prima», ma decidendo di non fermarsi. Oppure è la fatica di chi, per superare una dipendenza, chiede aiuto, ricade, si vergogna, ci ripensa, ricomincia, cade di nuovo, fa un altro passo. Tutti gesti non eclatanti. Gesti che non fanno notizia, ma fanno strada. Viktor Frankl, sopravvissuto ai campi di concentramento, scriveva che «all’uomo può essere tolto tutto tranne una cosa: la libertà di scegliere il proprio atteggiamento di fronte a qualsiasi circostanza». Forse è lì che nasce il riscatto: non nel controllo degli eventi, ma nella risposta che diamo a ciò che non controlliamo.
Come suona scomoda, però, la parola «riscatto»! C’è una parte oscura, infatti, di cui pochi parlano. Il riscatto, per definizione, non è gratis. Riscattare un prigioniero richiede un pagamento. Riscattare una vita ha un costo: tempo, fatica, rinunce, attraversamento. Il prezzo del riscatto è stare in ciò che fa male abbastanza a lungo da poterlo capire. È non scappare subito. È accettare di non essere più quelli di prima senza sapere ancora chi saremo dopo. Il prezzo del riscatto è la perdita dell’illusione di controllo, d’invulnerabilità, d’innocenza. Ma in cambio, a volte, si ottiene qualcosa di raro: profondità, lucidità, empatia e una nuova fedeltà a sé stessi.
Il riscatto, insomma, non è uno spettacolo da guardare, un trionfo rumoroso, ma un lavoro interno e silenzioso. Non è diventare migliori degli altri, ma un po’ più veri. Per questo dovremmo essere tutti un po’ più rispettosi e ricordare che dietro ad ogni «si è riscattato», c’è qualcuno che ha pagato qualcosa. Che ha perso qualcosa. Che ha attraversato qualcosa. E che se oggi è qui, non è perché tutto si è risolto, ma perché sta andando avanti. Come scriveva Rainer Maria Rilke: «Lascia che tutto ti accada: bellezza e terrore. Continua ad andare. Nessun sentimento è definitivo». Forse il riscatto è esattamente questo: continuare ad andare.
– Loredana Beatrici
“In ogni riscatto c’è sempre un prima e un dopo, ma il passaggio tra questi due momenti non è mai netto, non avviene con un colpo di bacchetta magica. È piuttosto un percorso. Non uno scatto, ma una camminata. Non una porta che si spalanca, ma tanti passettini che spostano la direzione.”