Iran: Le forze dei giovani scesi in campo nelle scorse settimane sono organizzate in reti
«Iprimi mesi in Italia, quando vedevo la polizia d’istinto cercavo il velo. Ci mettevo un attimo a ricordarmi che non ero più in Iran, ero in Italia. Potevo stare con la testa scoperta». Isabella ha lasciato l’Iran nel 2009, quando aveva 18 anni. Italo-iraniana, fin da piccola ha passato gli inverni in Iran e le estati in Italia. «In Italia potevo fare quello che volevo», racconta, «poi tornavo in Iran e dovevo mettermi il velo, evitare certi abiti e certe attività. Ero molto creativa, ma in Iran non c’era spazio per la creatività». Isabella sognava di fare l’attrice e di lavorare tra l’Iran e l’estero. Poi, nel 2008, Goldshifteh Farahani, star del cinema iraniana, viene accusata di spionaggio dopo aver recitato in un film di Ridley Scott.
In qualche modo Isabella ha sempre saputo che il suo futuro non era in Iran. Era a casa sua in una grande città europea quando, il 23 dicembre scorso i mercanti di Teheran hanno iniziato a scioperare perché il valore del rial aveva toccato un nuovo minimo storico, e anche nei giorni successivi, quando il loro sciopero è diventato la protesta degli universitari e poi anche quella delle persone comuni, nelle strade. Ed era a più di 4mila chilometri da Teheran quando, all’improvviso, il blocco di Internet imposto dal governo ha tolto agli iraniani ogni contatto con l’esterno. In quelle 48 ore di silenzio, si stima che il regime abbia ucciso più di 30mila persone.
«Nei giorni del blackout è stato terribile non sapere cosa stava succedendo, avere le notizie a briciole», racconta, «ed è terribile in un modo diverso, ora, sentire quello che è successo mentre eravamo al buio. Ogni giorno c’è una notizia più massacrante. L’entità della brutalità di questo periodo non è immaginabile. Non lo è per noi, che guardiamo da fuori, ma soprattutto per quelli che hanno perso qualcuno in questi giorni. Per gli iraniani è un periodo buio. C’è stato così tanto silenzio da parte del resto del mondo, così tanta ignoranza e disattenzione nel capire quello che sta succedendo, nello stare dalla parte sbagliata o scrivere le cose sbagliate. Gli iraniani si sentono soli, incompresi. Io, da qua, sono ancora in lutto».
Già nel 2022, dopo l’omicidio di Mahsa Jina Amini, studentessa di 23 anni uccisa dalla Polizia Morale perché non portava il velo correttamente, migliaia di giovani erano scesi in piazza, migliaia di ragazze si erano tolte il velo. E da quelle proteste, secondo Isabella, non si è più tornati indietro. «Quando ho visto per la prima volta i video delle giovani che si tolgevano il velo ho pianto», racconta, «Non riuscivo a credere che ci fosse così tanto coraggio. Ho provato a mettermi io nei loro panni, a immaginarmi di andare in strada e togliermi il velo. Quanto coraggio ci vuole per arrivare a quel livello? La loro lotta ha cambiato le cose. Le persone che conosco da Teheran mi raccontano che le donne camminano per strada senza velo, si vestono e si esprimono come vogliono. Quando vivevo lì, per me era impensabile. A volte mi metto su YouTube a cercare i video delle vie di Teheran, fatti nei giorni ordinari da quelli che per hobby riprendono le strade con il cellulare. Guardo Teheran e vedo un cambiamento enorme. Forse non rispecchia tutto il Paese, ma si vede che le donne e i giovani hanno ripreso molto del loro potere».
Già quattro anni fa, l’espressione del dissenso aveva avuto anche un costo: un numero di morti stimato nell’ordine delle centinaia e più di 18mila arresti. Eppure, i ragazzi iraniani, che conoscono sulla propria pelle la violenza dei pasdaran, questo gennaio sono tornati in piazza. «Nel 2022, i più giovani hanno deciso come avrebbero vissuto da lì in poi», spiega Isabella. «La generazione che protesta ora ha più coraggio, è più capace di ribellarsi a questo regime rispetto alle precedenti. Sono loro ad aver fatto la rivoluzione di Mahsa Jina Amini nel 2022 e sono loro, le ragazze di quell’età, le prime a essersi tolte il velo. La mia generazione forse aveva anche meno strumenti, perché i social e le VPN non erano quelli di adesso. La Gen Z iraniana è perfettamente collegata con l’esterno, sente tutto il peso del paragone con il resto del mondo, e forse per questo ha un coraggio incredibile», prosegue Isabella.
«Riescono a vedere fuori, riescono a vedere quello che potrebbero essere e avere, sono stati messi in condizioni economiche catastrofiche e sanno di essere in un Paese pieno di risorse a cui non avranno mai accesso. Se sei connesso con l’esterno, ti accorgi che tu sei ancora lì ad ascoltare un governo che ti dice come vestirti, cosa metterti in testa e che devi guadagnare meno di un uomo, mentre il mondo va avanti».
Quella dei giovani iraniani, forse, è anche la rabbia che si è sedimentata nel corso di un’infanzia e di un’adolescenza strette nei vincoli di un regime teocratico e oppresse dalle sue disuguaglianze strutturali. La repressione non è solo una grande questione politica. Per chi la subisce, è anche una lunga serie di microscopiche questioni quotidiane.

«Anche una cosa molto semplice come uscire con gli amici, in un regime, diventa complicata», spiega Isabella. «Lo fai, ma sempre con le antenne alzate, guardandoti attorno perché potrebbe esserci la Polizia Morale, magari in borghese. Poi, dato che ragazze e ragazzi non possono stare insieme», prosegue, «mi ricordo che andavo a tante feste, ma tutte illegali. E infatti, puntualmente, a ogni festa, la Polizia Morale bussava alla porta o suonava il citofono. Sentivamo che erano lì fuori ed entravamo nel panico. Noi ragazze andavamo alle feste con i tacchi e con un paio di scarpe da ginnastica nella borsa. Quando arrivavano, ce le mettevamo e correvamo. Sono esperienze terribili, ma ti cambiano. Quando mi sono trasferita in Italia, mentre ero alle feste, mi veniva quasi da pensare: “ma che noia!”».
E l’ossessione del regime, a volte, raggiunge dei picchi quasi comici. «C’era un periodo in cui separavano uomini e donne anche mentre erano in coda per le piste da sci, praticamente provavano a dividere le montagne in due», dice. «Mi ricordo che a 14 anni sono andata con il mio fidanzato dell’epoca a sciare. Mentre eravamo sulla neve, all’improvviso, è spuntato un uomo della Polizia Morale che ci ha chiesto il certificato di matrimonio. Ci siamo inventati che io ero una cugina venuta dalla Germania, una turista che aveva bisogno di essere accompagnata. Ma il clima è questo, ti fermano ovunque, anche in mezzo alle piste da sci, e le situazioni del genere sono un continuo nella vita di tutti i giorni».
E secondo Isabella, è anche per la loro vita quotidiana che i ragazzi iraniani sono disposti a morire. «Lottano per la libertà di fare le cose più basilari senza che nessuno imponga loro niente. Lottano per le libertà che per 47 anni sono state negate», dice Isabella. «Credo che gli scontri di questo periodo non si calmeranno del tutto, alla gente è rimasta impressa la brutalità di quello che è successo. Non so come cambierà l’Iran, ma penso che questa lotta non si fermerà qui. Si sente che ci sarà un cambiamento, o almeno è quello che speriamo. Il mio sogno è che in futuro l’Iran sia libero, che gli iraniani siano il Paese libero e secolare che vorrebbero essere».
– Isabella
“Lottano per la libertà di fare le cose più basilari senza che nessuno imponga loro niente. Lottano per le libertà che per 47 anni sono state negate.”