Yes peace – Intervista allo storico Adriano Roccucci: “La legalità internazionale e i diritti umani di tutti i popoli quando finiranno gli spari”

In questa intervista allo storico Adriano Roccucci emerge la complessità della guerra in Iran, tra equilibri geopolitici, identità nazionale e limiti dell’intervento esterno.
Ua mappa creata dal generatore di immagini Nano Banana 2 seguendo il prompt: «Crea una mappa dell’Impero Persiano seguendo i confini nazionali attuali».

Iran, guerra e complessità: Adriano Roccucci e le illusioni del conflitto

«Siamo sicuramente in un periodo storico che va in rottura col passato. Siamo in una fase di passaggio tra un’età storica e un’altra». Lo afferma Adriano Roccucci, storico italiano e professore ordinario di storia contemporanea presso l’Università di Roma Tre. Lo abbiamo intervistato per cercare di capire un po’ meglio l’epoca di indubbia complessità storica nella quale stiamo vivendo, interessandoci in particolar modo della guerra in Iran.

Adriano Roccucci, professore ordinario di Storia contemporanea presso l’Università degli
Studi Roma Tre. Fa parte del comitato di direzione di Memoria e ricerca e Intersezioni e del consiglio scientifico di Limes. Illustrato da Chiara Bosna.

Perché è una guerra complessa

Innanzi tutto, occorre ricordare chel’attacco iniziato da Israele, congiuntamente agli Stati Uniti di Trump, contro l’Iran, il 28 febbraio 2026, non è il primo degli attacchi sferrati contro la repubblica degli Ayatollah. C’è infatti un precedente, la cosiddetta “guerra dei 12 giorni”. Il 13 giugno 2025 Israele, nel contesto del più ampio conflitto bellico iniziato dopo l’attacco del 7 ottobre 2023 di Hamas, aveva sferrato un attacco a sorpresa contro le installazioni difensive di Teheran, come riporta SkyTG24. Sin da quell’avvenimentolo stato guidato da Netanyahu aveva iniziato a colpire l’Iran nel suo tentativo di dotarsi di un programma atomico, uccidendo scienziati (oltre che capi militari) e bombardando siti nucleari strategici. Non solo: dopo essersi espresso con favore nei confronti del premier israeliano, Trump il 21 giugno aveva preso direttamente parte alla guerra, dando il via all’operazione “Midnight Hammer” e portando il conflitto a termine pochi giorni dopo, fissandone la durata a 12 giorni appunto. Dunque, l’attacco congiunto di Israele e Stati Uniti del 28 febbraio contro l’Iran va contestualizzato all’interno di tale precedente: ecco perché l’obiettivo dichiarato risulta quello della distruzione della minaccia nucleare di Teheran, se vogliamo credere alle parole dei due leader Trump e Netanyahu. Eppure, di fatto, il conflitto sta dimostrando la superiorità militare di Israele sugli altri stati del Medio Oriente – non solo sul regime degli Ayatollah – e sembra, come vedremo, una guerra lontana da nobili cause e che cela interessi ben diversi dalla sola eliminazione di un pericolo nucleare. Ma tra chi si sta combattendo esattamente la guerra? Chi è esattamente coinvolto? Si parla solo di una guerra tra Stati, o anche tra popoli e nazioni? Roccucci non ha dubbi: «sicuramente una guerra che si sta combattendo tra Stati, una guerra che le forze armate degli Stati Uniti e di Israele combattono contro il territorio della Repubblica islamica dell’Iran e contro le Forze Armate dell’Iran». E tuttavia «c’è da chiedersi se parlando di Iran dobbiamo fare riferimento al termine “Nazione” o se invece non occorre aggiungere a questo termine un aggettivo che è quello di “Imperiale». Perché, continua Roccucci, «la storia dell’Iran è la storia della Persia, una storia antica e dalla trama imperiale. L’Iran di oggi eredita da quella vicenda un vasto territorio, anche se non tutto il territorio che storicamente è stato sotto (ricorda l’esempio dell’Armenia, un tempo parte dell’impero persiano, ndr)». Inoltre, «all’interno dell’Iran vi sono dell’importanti minoranze: penso agli azeri, ai curdi, ai Beluci». Coesiste insomma, nello stesso territorio, una pluralità di culture. Ed è anche per questo motivo che «possiamo dire che oggi il popolo iraniano si è separato dalla nazione-Iran», complici le sanguinose repressioni operate dal regime contro i dissidenti. Ma è «presto per dire che ci sia in Iran un distacco della gran parte del Popolo del regime». «Anzi – osserva lo storico – forse l’aggressione esterna che proviene da Israele e dagli Stati Uniti, sia per gli obiettivi che sono stati colpiti, sia per il fatto che ci troviamo di fronte all’aggressione di due paesi non musulmani, può favorire, e sembrerebbe, da quello che noi osserviamo, una maggior coesione dietro il regime, per difendere il paese attaccato dall’esterno». Da questo punto di vista, viene spontaneo chiedersi se la strategia israeliana di eliminare ogni possibile leader iraniano possa essere una scelta vincente. Come nota brillantemente Sarit Zehavi, tenente colonnello della riserva israeliana ed ex-intelligence militare, tra i 50 israeliani più influenti secondo il Jerusalem Post – come riporta il Corriere – «Noi israeliani sappiamo per esperienza che le idee sopravvivono alle persone che le sostengono». Karim Sadjadpour del Carnegie Endowment for International Peace aggiunge: «decapitare i vertici rischia di produrre un regime più ferito, ma più paranoico e pericoloso». E dal punto di vista degliStati Uniti? È solo un’altra delle illusioni trumpiane quella di poter decidere del futuro leader dell’Iran? «Credo di sì», risponde il professor Roccucci. «Credo che Trump non abbia ben chiaro quale è l’obiettivo di questa guerra. L’idea di regime change dall’esterno è un’idea che anche gli eventi degli ultimi decenni hanno mostrato poco praticabile. Non tanto perché l’intervento esterno non possa abbattere un regime o un dittatore, bensì perché il più delle volte, se non sempre, ne derivano processi che non portano a un miglioramento della condizione di quel paese. Si innescano invece processi che conducono a situazioni di guerre civili e a regimi, a volte, non meno dittatoriali di quelli abbattuti». Cosa dire, infine, dei cittadini iraniani? Sulla loro prospettiva c’è tanta confusione, tant’è che spesso ci si ritrova davanti a veri e propri cortocircuiti. Come quelli emersi a Milano in riferimento alla manifestazione iraniana del 2 marzo davanti al consolato USA. Non ci potrebbe essere esempio più eclatante di come la confusione ideologica regni sovrana. Come riportato da MilanoToday, mentre le persone radunate da Cgil, Anpi e Arci contestano l’intervento militare di Stati Uniti e Israele, contemporaneamente ci sono iraniani che ringraziano Trump e altri che invece inneggiano a Khamenei. La premiata autrice e attivista iraniana Sahar Delijani ha dichiarato, presso la community attivistica online “Middle East Matters”, di cui lei stessa contribuisce a diffondere il post Instagram, che, nonostante sia nata «in una prigione iraniana», i suoi genitori siano stati «incarcerati» e i suoi «zii uccisi», nonostante abbia, insomma, vissuto sulla sua pelle tutti i crimini perpetrati dal regime degli Ayatollah, «questo non significa che io voglia che la mia gente sia bombardata, mutilata, uccisa, e che siano distrutte le loro abitazioni. Se una visione di liberazione viene proposta attraverso la distruzione di vite innocenti, allora non è una liberazione». Dunque qual è la prospettiva più condivisibile? La domanda è complessa, ma Roccucci conosce le risposte, e ci arriva per gradi. «Prima di tutto noi abbiamo la posizione degli esuli. Posizioni spesso radicali ma che raramente coincidono con quelle della popolazione che resta nel paese». In più, per alcuni c’è «il problema delle ritorsioni contro i familiari». Il che rende tali persone, «comprensibilmente prudenti», nel loro manifestare. Poi ci sono delle manifestazioni che possiamo considerare «in continuità» con quelle che erano state precedentemente represse dal regime. «Tuttavia c’è anche una parte della società iraniana che sostiene il regime». Quanto grande? «Non saprei dirlo, ma la tenuta del regime mi porta a pensare che non sia una minoranza». Infine, «c’è una parte della società che sebbene non condivida assolutamente le posizioni del regime, è contraria all’azione dall’esterno di potenze straniere». In ogni caso, «l’Iran è un paese complesso, di 95 milioni di persone circa, molto stratificato e ricco di numerose espressioni sociali». Motivo per cui occorre essere cauti: «analisi troppo semplificate non possono dare conto di tale complessità».

Gli interessi strategici internazionali in gioco

Inoltre, l’Iran è scenario di uno scontro strategico globale: allargando, infatti, lo sguardo, e osservando il conflitto dal punto di vista delle tre superpotenze mondiali quali sono Russia, Stati Uniti e Cina, è possibile comprendere come ci siano di mezzo interessi che vanno ben oltre la sola neutralizzazione della minaccia militare e nucleare iraniana. Per quanto riguarda la Russia di Putin, Roccucci ricorda: «ha un rapporto di alleanza con l’Iran, di collaborazione potremmo dire. Ha infatti sostenuto il regime contro gli Stati Uniti, soprattutto tramite l’invio di droni». Per contro, «l’Iran ha sostenuto l’attività bellica della Russia in Ucraina». Eppure, «l’alleanza della Russia con l’Iran non è univoca ed esclusiva». Occorre dire che «la Russia ha anche buoni rapporti con i paesi sunniti del Golfo, con il Qatar, con gli Emirati Arabi e con l’Arabia saudita». C’è un «asse» che nasce come intesa tra «i paesi che sono i principali produttori di petrolio al mondo». In più, «la Russia ha buoni rapporti con Israele»: perciò il rapporto tra Mosca e Teheran non è così esclusivo, e per la superpotenza guidata da Putin «è importante collocarsi nello scenario mediorientale con un suo ruolo». Ruolo che, aggiunge Roccucci, «aveva, tra l’altro, conosciuto un ridimensionamento, soprattutto dopo la caduta del regime di Assad in Siria», nel dicembre 2024. Nonostante questa serie di interessi e nodi strategici in Medio Oriente, tuttavia, «la Russia di oggi ha uno scenario che per lei è prioritario, ovverosia la guerra in Ucraina». Ed ecco che entrano in gioco gli Stati Uniti: «nell’ultimo anno, tra la Russia di Putin e gli Stati Uniti di Trump, è maturato un rapporto di convergenza di interessi nei confronti della questione ucraina». Rapporto che, denota lo storico, «Putin non sembra aver intenzione di infrangere per l’Iran». Ma cosa si intende con convergenza di interessi? C’è «una sorta di giuoco delle parti tra Stati Uniti e Russia nei confronti dell’Iran». Interessante perché, «evidentemente», «la Russia ha con tutta probabilità aiutato l’Iran, prevalentemente per quanto concerne l’invio di informazioni di Intelligence», e tuttavia «si tratta dello stesso tipo di aiuto che è rimasto attivo da parte degli Stati Uniti in favore dell’Ucraina». Proprio Trump ha affermato – ribadisce Roccucci – che «sì, forse la Russia aiuta l’Iran con l’intelligence, ma d’altra parte è quello che facciamo noi con l’Ucraina». Che dire della Cina invece? La terza potenza mondiale presa in esame ha un con il regime degli Ayatollah un «rapporto di collaborazione soprattutto economica»: l’Iran è difatti «uno dei principali fornitori di energia della Cina». L’economia «manifatturiera» di quest’ultima, così importante, ha necessità dei grandi apporti di energia provenienti dall’Iran. Dunque è coinvolta per interessi economici diretti, e nonostante ciò non risulta direttamente coinvolta militarmente. Anzi, è la potenza che «per molti versi riceve più vantaggio, sia dal conflitto ucraino, sia da quello in Medio Oriente». È pur vero che «sicuramente non guarda con favore a un annichilimento dell’Iran e, ancor meno, a un futuro Iran sotto influenza americana». Tirando le fila, Roccucci conclude: «la vicenda del controllo delle risorse petrolifere è molto dentro a questa guerra, in particolare dalla prospettiva statunitense». Il fatto che l’Iran abbia chiuso lo stretto di Hormuz e colpito i paesi che sono i principali produttori di petrolio al mondo, come Emirati arabi, Kuwait e Qatar, mettendo in discussionela capacità di quest’ultimi di rifornire i mercati mondiali, si inserisce in una strategia messa in atto da Teheran finalizzata a sconfiggere gli Stati Uniti non tanto sul piano militare, sul quale non ci sarebbe partita, bensì sul piano economico. La crescita del costo del petrolio a barile e la riammissione della Russia nei mercati petroliferi mondiali sta infatti a segnalare come «per gli Stati Uniti il problema petrolifero del Golfo sia forse il problema numero uno» segnando, in questo senso, unadivergenza d’interessi con Israele. In generale, il periodo storico contemporaneo è caratterizzato da «guerre asimmetriche», cioè da «guerre tra potenze che hanno livelli militari differenti», e nelle quali tuttavia viene dimostrata «la capacità dei paesi inferiori di tenere testa alle potenze superiori». In questa prospettiva, allora, ecco chesia il conflitto russo-ucraino, sia quello tra Iran e Stati Uniti e Israele, trovano una propria collocazione storica.

Una rappresentazione dell’epoca contemporanea

Ma allora, che epoca storica stiamo vivendo? Questa situazione geopolitica bellicosa a livello internazionale era in qualche modo prevedibile? «La prevedibilità, dal punto di vista storico, è un concetto poco condivisibile», ammonisce Roccucci. «La storia è imprevedibile: basti pensare che solo dieci anni fa sarebbe stato difficile immaginare di trovarsi oggi in una situazione del genere». «Credo che per le generazioni nate dopo la Seconda guerra mondiale, in Occidente, quello attuale sia il contesto geopolitico più pericoloso mai vissuto». Addirittura, «potrei dire che per il mondo intero sia la condizione più difficile e pericolosa in cui si trova dalla Seconda guerra mondiale». Quindi no, «non credo fosse in alcun modo prevedibile». «Certo, alcune voci di monito si erano alzate in passato, come quando Papa Bergoglio aveva parlato di una “terza guerra mondiale a pezzi”, mostrando una certa visionarietà». Ma il vero problema sussisterebbe «qualora questi “pezzi” dovessero saldarsi: è questo il vero scenario che desta inquietudine, ossia il passaggio da una guerra a pezzi a una grande guerra». Del resto, la storia ci insegna che «sovente si arriva a una grande guerra in maniera inconsapevole, e credo sia questo il rischio del nostro tempo». Il Global Peace Index, non a caso, ha registrato un aumento diffuso dell’instabilità globale. C’è, insomma, una forte rottura col passato storico. Intanto perché è in crisi la credibilità dell’America come paese difensore della democrazia, dei diritti umani e garante della pace – Trump ha minacciato, per esempio, conseguenze disastrose sui civili iraniani, sulla piattaforma social “Truth”, in caso di mancanza d’impegno da parte dell’Iran nei recenti tentativi di negoziato per porre fine alla guerra. In secondo luogo, come ricordavamo nell’introduzione, Roccucci afferma che stiamo vivendo un passaggio tra un’età storica e un’altra: «per usare un termine colto, potremmo fare riferimento al concetto di Sattelzeit, cioè “tassella”, termine con cui lo storico tedesco Reinhart Koselleck indicava l’epoca di transizione da metà Settecento a metà Ottocento, a suo parere il periodo in cui si sarebbero formati gli elementi costitutivi della modernità». «Ecco, io credo che siamo in un periodo storico analogo, nel quale si sta formando una novità la cui entità non siamo ancora in grado di cogliere. Non riusciamo infatti a decifrare quali saranno gli elementi caratterizzanti di questa epoca, e questo passaggio è segnato da un caos, da un disordine internazionale generalizzato, da una mancanza, in ultima analisi, di paradigmi di riferimento». «La guerra trumpiana contro l’Iran si inserisce perfettamente in tale epoca di caos, perché il vero problema di questa guerra è che non se ne comprendono gli obiettivi. E quando una guerra non ha degli obiettivi, c’è il rischio che deragli in un caotico diffondersi della guerra». Conclude orbene Roccucci: «questo credo sia il tema principale del nostro tempo, quello di una guerra che si autoalimenta e viene fatta solamente con lo scopo di fare guerra».

I possibili scenari futuri

C’è allora da temere per il destino democratico dell’Occidente? «La democrazia è un fenomeno storico, oggi certamente sta vivendo un passaggio molto problematico. Ma prima ancora che nel contesto internazionale, direi all’interno dei paesi». La democrazia deve «ripensarsi» a fronte di una società e un mondo globalizzato «che sono molto diversi da quel mondo e quelle società all’interno dei quali la democrazia moderna si era configurata». Questo non significa che il destino della democrazia sia segnato, ma «serve un grande impegno intellettuale ed etico-politico per ripensare e rivitalizzare le democrazie». Non venendo meno ai principi fondanti di esse: piuttosto, «trovando le modalità perché questi principi e queste idee possano continuare ad essere alla base di sistemi politici di società che devono rispondere alle sfide di un tempo segnato da un cambiamento caotico». Si può ripartire dall’Europa, in questo senso? «Sì, o quantomeno c’è la speranza che sia così», ci comunica il professor Roccucci. I conflitti globali possono essere una spinta a un maggiore europeismo, nonostante i conflitti di interesse tra i paesi interni al continente, a patto però che, esattamente come la democrazia, «anche l’europeismo sia ripensato».

– Adriano Roccucci

Credo che Trump non abbia ben chiaro qual è l’obiettivo di questa guerra. L’idea di regime change dall’esterno è un’idea che anche gli eventi degli ultimi decenni hanno mostrato poco praticabile. Non tanto perché l’intervento esterno non possa abbattere un regime o un dittatore, bensì perché il più delle volte, se non sempre, ne derivano processi che non portano a un miglioramento della condizione di quel Paese.”

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