Intervista impossibile con Bertrand Russell
In questo tempo di grande incertezza è importante tramandare la memoria di chi conosce e promuove una possibilità di pace. È così che incontro Bertrand Russell, tra i più grandi esponenti del movimento pacifista.
Quali conseguenze ebbe il suo «pacifismo» durante la Prima guerra mondiale?
«Abbia pazienza, ormai sono giunto sull’ultima soglia della vita e la memoria ha bisogno, diciamo così, di un propellente per ricordare fatti di tanti anni fa. Mi lasci perciò accendere la pipa (mia compagna inseparabile! Altro che mogli! Sa, ne ebbi quattro, l’ultima sposata appena diciotto anni fa; tutte care persone, ma nessuna complice con i miei pensieri come questa Dunhill). Riguardo alle conseguenze del mio pacifismo sul primo conflitto mondiale, le risponderò in tutta franchezza: nessuna. Tant’è che la guerra, sorda a ogni voce contraria, come appunto la mia, incrudelì fino all’olocausto dell’ultimo fante. Per il mio pacifismo fui allontanato dal Trinity College, dove allora insegnavo logica, e addirittura nel 1918 fui incarcerato per sei mesi per aver scritto un articolo conciliante con le profferte tedesche di pace».

istituzioni politiche alla Scuola di specializzazione in Giornalismo della Luiss. Sempre alla Luiss, dal 1996 è titolare della cattedra di Dottrina dello Stato presso la Facoltà di Scienze Politiche.
La sua idea di pace ebbe un percorso sempre lineare?
«Gli effetti che la guerra produssero sulla mia persona furono devastanti, una specie di terremoto che seppellì sotto un cumulo di macerie tutta l’atmosfera di ottimismo liberale nella quale ero stato educato. Ricordo di aver scritto che “la mia vita si è divisa nettamente in due periodi”; l’uno prima e l’altro dopo lo scoppio della prima guerra mondiale. Ecco perché dal 1919 in avanti posso ben definirmi un cavaliere della pace, o più precisamente un cavaliere errante della pace. Errante proprio nel senso che non ci fu iniziativa che mi risparmiai quando c’era da combattere lo strazio della guerra. Anche se poi, un po’ per il mutare delle circostanze esterne, un po’ per il mio temperamento altalenante e qualche volta contraddittorio, queste iniziative non sempre corrisposero tra loro con coerenza».
Qual era la sua posizione sulle armi nucleari negli anni ’50?
«Dicevo prima delle mie posizioni non continuative e frastagliate. Il periodo che forse ha segnato le fratture più profonde nella coerenza interna dei miei ragionamenti cade proprio negli anni 50. Perché tra il ’45 e il ’50 mi ero convinto di due verità: la prima era che il regime di Stalin sarebbe dilagato sull’intero globo terracqueo “riducendolo a una immensa tenuta di schiavi”; la seconda era che gli Stati Uniti, possedendo il monopolio delle armi nucleari, fossero gli unici attrezzati a fermarlo. E quindi in quel momento non mi peritai di sostenere l’opportunità di una guerra preventiva, che schiacciasse il mostro comunista. “Credo che varrebbe la pena di fare una guerra. Bisogna spazzar via il comunismo”.
E poi incalzavo: “Bisogna far presto, agire con la massima celerità”. Lo so, lei si starà chiedendo: ma ci sarebbero stati morti? Certo che ci sarebbero stati morti! Milioni di morti. Ma così pensavo allora: meglio morti che rossi».

Fu l’evoluzione e la potenza sempre maggiore della guerra a generarle dei dubbi?
«Con il riequilibrio delle forze in campo e soprattutto con l’irruzione della bomba all’idrogeno, la mia prospettiva mutò sensibilmente. Combattuta con armi nucleari, la guerra avrebbe precipitato l’umanità nel budello dell’estinzione. Per cui rimasi fedele all’idea che già per tempo mi si era fitta in mente: solo un governo mondiale potesse assicurare la pace. Con questa differenza, però: adesso non mi interessava più il colore del governo. Non più dunque, come prima, la libertà attraverso la pace, ma la pace anche al prezzo della libertà. Insomma: prima dicevo “meglio morti che rossi”; ora concludevo: “meglio rossi che morti”».
La «Filosofia della Pace»: come applicarla nel nostro mondo sempre più in guerra?
«Più che di Filosofia della pace, secondo me, occorrerebbe discorrere di “Diritto della pace”, o meglio di “pace attraverso il diritto”. Le guerre ci sono perché gli Stati possono adoperare la forza per sostenere le loro ragioni, perché nei loro rapporti vige il principio dell’auto-tutela. È proprio questo il nodo: bisogna smontare questo principio e sostituirlo con l’etero-tutela. Questo significa trasformare la comunità internazionale in un sistema in cui esiste un’autorità superiore che giudica e punisce. Quest’organo prende nome di Federazione, si chiama Stato federale».
Quindi come si dovrebbe fare?
«Allestite al di sopra degli Stati un super-Stato; lasciate che un giudice decida del torto e della ragione; e soprattutto dategli la forza per far rispettare le sentenze. Solo allora potrete dire di aver scavato una trincea sicura intorno alla pace. Attenzione: il diritto non elimina la forza, ma la affida a un’unica autorità legittima. E sia chiaro: io non sono mai stato un pacifista estremo. Hitler andava annientato con la forza».
È utopia o c’è una speranza reale in questa “Federazione mondiale”?
«Non lo so. So soltanto che, continuando così, arriverà un momento in cui non avremo più nemmeno il tempo di porci la domanda. Ma se la ragionevolezza frenerà questa corsa verso l’abisso, allora sì:
potremo ancora sperare».
– Bertrand Russell
“Allestite al di sopra degli Stati un super-Stato; lasciate che un giudice decida del torto e della ragione; e soprattutto dategli la forza per far rispettare le sentenze. Solo allora potrete dire di aver scavato una trincea sicura intorno alla pace.“