“Io sono rara”: al Teatro Trastevere il ricordo di Oriana Gullone diventa voce, memoria e resistenza
«Io sono intera. Capace di essere intera. E amo la gente».
Le luci si spengono e il buio si riempie di bolle di sapone. Una donna dai ricci spavaldi le soffia verso il palco, dove l’unico oggetto di scena è una pioggia di fogli scritti che cadono dal soffitto. Inizia così Quattro Quarti – Io sono rara, lo spettacolo di e con Alessandra Silipo andato in scena il 7 e l’8 aprile al Teatro Trastevere di Roma. Un progetto a cura della compagnia Silipolauletta, con la partecipazione della voce di Simone Baldassarri e le musiche di Andrea Strange. Uno spettacolo nato per ricordare Oriana Gullone, scomparsa lo scorso anno, e per restituire una visione — irriverente, talvolta tagliente — della vita di chi convive con una malattia rara, tra sogni, pensieri e paure.
Teatro Trastevere si fa spazio di memoria attiva. «Come faccio a raccontarti?», si chiede l’attrice, mentre una mezza lacrima le arrossa gli occhi. Le risposte sono ovunque: sullo scrittoio, nello specchio, ma soprattutto nei messaggi audio originali di Oriana che irrompono nella scena. I cambi sono veloci, immersivi: si passa dai pensieri più intimi — «Dove sono arrivata l’ho fatto con le mie forze, e quando non le avevo ho imparato a chiedere aiuto» — a filastrocche in rima che analizzano la realtà con ironia e precisione chirurgica.
Il racconto si snoda attraverso le pieghe del dubbio e della paura, fino a toccare i nervi scoperti dell’amore, smontandone le certezze. «Di cosa ti innamori quando ti innamori? Non di chi, di cosa»: una domanda che Alessandra Silipo riporta, e che lancia come una sfida agli occhi del pubblico, scardinando la facciata di quelle vite quotidiane che, osservate dall’esterno, appaiono immacolate. Oriana, che spesso si sentiva liquidata come «monotematica, noiosa o saccente», rivendica in scena la propria urgenza di esistere. La sua non era pedanteria, ma la necessità vitale di chi combatte una guerra interna invisibile agli altri, una resistenza silenziosa che non ammette distrazioni.
Il cuore dello spettacolo resta però la gestione della malattia, il suo contorno, persino le paure mascherate con la durezza: il macigno di una diagnosi che non arriva e l’odissea per l’accesso alle cure. Il palco diventa megafono per migliaia di storie sommerse, quelle di chi per anni è stato etichettato come «matto» o «stressato» prima di dare finalmente un nome al proprio dolore. «E se la mia logorrea deve servire a qualcosa, che almeno sia utile a fare qualcosa di costruttivo», scriveva Oriana. Una riflessione che si aggancia prepotentemente ai suoi diari della pandemia, periodo in cui il confine tra salute e fragilità si è fatto sottile per l’intera collettività. In quei mesi di isolamento, «monotematici e noiosi» lo eravamo diventati tutti, scoprendoci improvvisamente vulnerabili e, forse per la prima volta, uguali. «Anche voi, ora, siete monotematici, noiosi e saccenti», provocava. «Vi siete forse scoperti fragili?».
La «rarità» nella narrazione di Oriana non ha nulla di astratto, anzi: ha i contorni di una normalità che considerava straordinaria, fondata sulla consapevolezza che la bellezza, quando è autentica, ha il potere di spettinarci. Il sesso, il mare, il vento: «Dovete lasciare che la vita vi spettini», scriveva, «perché tutte le cose belle spettinano». Al contrario, nel momento del dolore, tendiamo a rintanarci nel «triangolino» della nostra realtà, finendo per scambiare il privilegio di essere vivi con un sordo disprezzo per la nostra condizione attuale: smettiamo di vedere le vite degli altri.

Il silenzio in sala diventa sovrano quando Alessandra Silipo accende un fiammifero per ogni storia invisibile che ci passa accanto. «Ci vedi bene? Guarda che gli occhi non servono», ci sfida Oriana, portandoci verso la presa di coscienza finale: l’unica chiave che funziona davvero è sentirsi al sicuro. E sentirsi al sicuro significa essere a casa, circondati dalle persone giuste: che sia per costruire un giornale o per condividere un ostello a Londra, il fulcro restano le relazioni umane e il bene che sanno lasciarti addosso.
Ho conosciuto Oriana attraverso i suoi scritti che, nonostante tutto, finivano per riguardare tutti noi. Per metterci in discussione, per imparare a vedere.
Se il timore esistenziale di ogni essere umano è quello di essere dimenticato, Oriana ha costruito una torre di cemento armato con le sue parole. La sua ossessione per la scrittura non è andata perduta, anzi, rimane solida tra le righe di questo giornale, su cui ha lasciato un’impronta ineluttabile e inconfondibile. Le sue parole sono le fondamenta su cui noi, oggi, abbiamo il dovere – e l’onore – di continuare a costruire.
«Io sono intera. Io posso essere intera. E amo, profondamente, la gente».
– Oriana Gullone
“«Anche voi, ora, siete monotematici, noiosi e saccenti», provocava. «Vi siete forse scoperti fragili?»”