Oriana, il teatro e “quel signore”

Al Teatro Trastevere il ricordo di Oriana racconta la forza dell’ascolto e la capacità di vedere umanità, anche dove gli altri vedevano solo colpa.
Una foto della B.Liver Oriana.

Il testo di Oriana, una B.Liver andata oltre le nuvole, diventa uno spettacolo andato in scena a Roma

Solo le persone dotate di una grande sensibilità possono sorprendere. Oriana, una stupenda ragazza B.Liver andata oltre le nuvole, sorprendeva. Durante le riunioni di redazione regalava dei punti di osservazione originali, profondi che ti facevano dire: «Caspita, non ci avevamo mai pensato». Ma la sorpresa più grande è stata la visita al carcere di Opera: i B.Liver che incontrano dei reclusi, ognuno con la propria storia. Ma «quel signore» con la faccia da ragazzo, in carcere di più di vent’anni perché aveva ucciso diverse persone come killer di mafia, aveva colpito Oriana. Non aveva visto il male, aveva visto il torto che aveva subito questo detenuto: da ragazzino gli avevano ucciso il padre per errore. E lui seguendo un percorso difficilmente comprensibile, aveva cominciato a sparare.

Ecco Oriana, dentro i suoi problemi, dentro la sua voglia di capire gli altri, dentro, soprattutto, la sua immensa sensibilità, voleva, cercava il contatto con quel signore, oramai più di 50 anni, ma da decenni chiuso in cella. Nel percorso di recupero «quel signore» aveva anche incontrato i familiari delle sue vittime. Oriana era attratta dalla storia, dalla sofferenza, da che cosa una persona è costretta a vivere, a volte, suo malgrado. A un certo punto dopo incontri e dibattiti, eravamo nel corridoio del carcere e Oriana, mantenendo sempre la sua calma contagiosa, mi dice: «sai, diretur, io – non io – la mia famiglia è stata costretta a migrare dalla Calabria fino a un paesino sconosciuto della Liguria. Queste cose che ho sentito oggi, le capisco. Meno forti, meno di sangue, ma le prepotenze galleggiano…». Oriana te le sparava così, come fosse a teatro. Ti lasciava a metà… Una confidenza non era mai totale, il racconto di una storia non era mai totale, solo l’abbraccio era forte, soprattutto negli ultimi tempi. Forte e duraturo, insistente, come l’ultima volta che l’ho vista a una riunione di redazione.

Non mi aveva raccontato del tumore, come non mi ha mai raccontato della miastenia. Lei voleva solo lavorare, guadagnare per mantenersi e non dipendere dagli altri. Ma collegava ogni pezzo della sua quotidianità alle sue esperienze vissute. Non c’era differenza tra vissuto e realtà. Erano una cosa sola, ma dentro di lei, senza mai condividere totalmente con gli altri. Oriana con «quel signore» di Opera è rimasta amica, si sono visti altre volte, forse si scrivevano. Ha dato voce a una persona con la quale io non avrei mai pensato di scambiare due parole. Lei sì. Una cosa che mi ha fatto pensare molto.

«Io voglio capire, ma non sono in grado di farlo se non allargo le braccia e includo tutto, il bene e il malissimo». Oriana lascia questo, anche questo. Entrare dentro i protagonisti di una tremenda trama, come se la vita fosse teatro, o il teatro fosse la vita. Mentre scrivo queste righe senza sapere dove mi porta il finale, sono sul monte Calamita all’isola d’Elba e guardo il mare. La stessa isola dove ho incontrato Oriana mentre lavorava in un camping e intratteneva degli adolescenti: giochi, nuotate, animazione, etc. Ero lì, l’ho vista lavorare. Credetemi, non ho visto differenze tra quei ragazzi a Marina di Campo, come li trattava e li ascoltava, e «quel signore» del carcere di Opera.

Forse la lezione è questa: non possiamo avvicinarci alle persone tenendo presente il bene e il male che hanno fatto. Anche se hanno ucciso. Quello che conta sono l’ascolto e l’abbraccio. Noi non dobbiamo giudicare. Grazie Oriana. Grazie alla Compagnia teatrale che ha voluto ricordarla recitando e ballando sul palcoscenico di Trastevere.

– Giancarlo Perego

“Forse la lezione è questa: non possiamo avvicinarci alle persone tenendo presente il bene e il male che hanno fatto. Anche se hanno ucciso. Quello che conta sono l’ascolto e l’abbraccio. Noi non dobbiamo giudicare. Grazie Oriana.”

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