Io non ci casco (più) – Sulle note rinasce il nostro quartiere

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Amy riflette sulla profonda crisi d'identità dei giovani d'oggi, analizzando l'impatto della tecnologia e della salute mentale, e sottolineando l'importanza di modelli positivi e spazi di aggregazione.
In alto, una foto del concerto del rapper Marracash al quartiere Barona di Milano (foto: profilo Instagram @kingmarracash).

Il cantante Marracash in concerto alla Barona restituisce un senso di appartenenza ai giovani Milanesi

L’adolescenza è spesso raccontata come una fase spensierata della vita, ma per chi la vive oggi la realtà appare ben più complessa. Mi chiamo Amy, ho quasi diciassette anni e come molti miei coetanei mi trovo immersa in un periodo di cambiamento profondo, pieno di domande e crisi d’identità. Essere adolescenti oggi non è semplice. Forse non lo è mai stato, ma il contesto in cui cresciamo rende tutto più complicato. Gli adulti, spesso assorbiti da responsabilità e problemi considerati più urgenti, raramente si fermano a riflettere su che cosa significhi davvero attraversare questa fase della vita. Eppure, anche loro sono stati adolescenti. Tuttavia, i tempi sono cambiati: il mondo di oggi non è quello di venti, cinquanta, o cento anni fa.

In alto, un’immagine panoramica del quartiere Barona di Milano.

La tecnologia, ad esempio, ha trasformato radicalmente il nostro modo di vivere e di relazionarci. I social network ci offrono opportunità straordinarie di connessione, ma allo stesso tempo amplificano insicurezze, aspettative e confronti continui. Parallelamente, si sta finalmente riconoscendo l’importanza della salute mentale, un tema che fino a pochi decenni fa era spesso ignorato, o stigmatizzato. Oggi se ne parla di più, anche se rimane ancora molta strada da fare per abbattere completamente tabù e pregiudizi. Viviamo in una società in rapido cambiamento, in cui il progresso tecnologico rende tutto più accessibile e immediato, ma allo stesso tempo alimenta nuove forme di ansia legata al futuro. Le prospettive lavorative, la stabilità economica e persino l’equilibrio ambientale appaiono incerti.

Eppure, nonostante tutte le differenze tra generazioni, esiste un elemento che accomuna gli adolescenti di ogni epoca: il bisogno di essere ascoltati e riconosciuti. In un mondo che corre veloce, dove l’obiettivo principale sembra essere semplicemente «tenere il passo», noi giovani chiediamo qualcosa di più semplice ma fondamentale: essere compresi. Troppo spesso veniamo osservati con sufficienza, come se le nostre difficoltà fossero superficiali o temporanee, legate esclusivamente all’età. Ma non è così. È proprio perché siamo giovani che tutto ci appare nuovo, intenso, a volte travolgente. Il nostro sviluppo cognitivo ed emotivo è ancora in corso, e non sempre disponiamo degli strumenti necessari per interpretare e affrontare una realtà complessa, che cambia rapidamente e richiede una maturità che stiamo ancora costruendo. Quante volte a me, così come ai miei coetanei, è capitato di sentirmi dire: «È l’età…»? Innumerevoli. Da genitori, insegnanti, talvolta persino da perfetti sconosciuti. Un’espressione che, a furia di essere ripetuta, finisce per ridurre esperienze complesse a un semplice numero, a una questione anagrafica. È vero, l’età può giocare un ruolo significativo nel modo in cui viviamo emozioni e situazioni, ma non può e non deve diventare un’etichetta capace di sminuire ciò che proviamo.

Liquidare tutto come una fase passeggera, rischia di far sentire gli adolescenti non ascoltati, quasi invisibili. Le emozioni che attraversiamo — che siano insicurezze, paure, delusioni, gioie o entusiasmi — sono reali, intense e degne di attenzione. I drammi che vengono intesi come dell’età, non sono altro che esperienze in grado di contribuire alla costruzione della nostra identità. In una realtà in continuo cambiamento, noi giovani cerchiamo di orientarci come meglio possiamo, spesso con poche risorse e pochi punti di riferimento davvero solidi. Il mondo ci offre infinite possibilità, ma raramente ci fornisce strumenti chiari per comprenderle fino in fondo. Siamo noi con il nostro futuro nelle mani, senza un manuale di istruzioni che ci guidi chiaramente, ma esempi completamente diversi fra loro da prendere come spunto. Così, ognuno prova a trovare il proprio posto seguendo strade diverse. C’è chi lo cerca nello sport, trovando nella disciplina e nella competizione una direzione e un senso di appartenenza. Altri lo inseguono nello studio, nei libri, nella conoscenza, nella costanza, vedendo nell’istruzione una via per costruire il proprio futuro. Ma esistono anche percorsi più difficili e rischiosi: c’è chi, per mancanza di alternative o di supporto, finisce per perdersi, cercando risposte nelle dipendenze o in comportamenti che sfociano nell’illegalità.

Queste differenze non nascono dal caso, ma spesso riflettono il contesto in cui cresciamo, le opportunità che ci vengono offerte e, soprattutto, il grado di ascolto e comprensione che riceviamo. Per questo è fondamentale smettere di ridurre tutto a «una fase» e iniziare a guardare davvero ciò che si nasconde dietro i comportamenti dei giovani. Un esempio recente che aiuta a comprendere meglio il bisogno dei giovani di essere visti e ascoltati è stato il concerto di Marracash nel quartiere Barona. Più che un semplice evento musicale, è stato un momento carico di significato simbolico e sociale, soprattutto per i ragazzi che vivono in un contesto come quello delle zone periferiche di Milano.

Marracash, cresciuto proprio in quel contesto, ha scelto di tornare nel luogo in cui tutto è iniziato, trasformandolo per una sera in uno spazio vivo, felice e pieno di energia. Questo gesto ha avuto un impatto profondo: molti giovani si sono sentiti rappresentati, riconosciuti, come se qualcuno avesse finalmente dato valore alla loro realtà quotidiana, spesso ignorata o raccontata solo in modo negativo. L’evento non è stato soltanto un concerto, ma un’occasione di incontro e condivisione. Amici che cantavano a squarciagola, ragazzi commossi sui loro balconi, fidanzati che alla fine di ogni canzone dedicavano un momento per scambiarsi un bacio colmo di passione. Questo evento è riuscito a creare un senso di comunità, dimostrando quanto sia importante avere spazi in cui i ragazzi possano ritrovarsi, esprimersi e sentirsi parte di qualcosa. In un certo senso, ha dato forma concreta a quel bisogno di appartenenza che caratterizza l’adolescenza.

Ma ancora più significativo è stato il messaggio che ne è emerso: le proprie origini non sono un limite, ma possono diventare un punto di forza. Vedere un artista affermato tornare nel proprio quartiere e valorizzarlo ha trasmesso ai giovani l’idea che un futuro diverso è possibile, senza dover rinnegare da dove si viene. Non tutti i giovani aspirano a diventare criminali, né desiderano vivere nella violenza. Non tutti vogliono sentirsi costretti a portare un coltellino in tasca per sentirsi al sicuro, né cercano davvero il conflitto come forma di affermazione. Spesso, ciò che dall’esterno viene interpretato come una scelta, è in realtà il risultato di dinamiche più profonde e complesse. Questo non significa giustificare comportamenti sbagliati, ma comprenderne le radici. Dietro certi atteggiamenti si nasconde spesso un bisogno inascoltato: quello di protezione, di riconoscimento, di appartenenza. Quando mancano alternative concrete e modelli positivi, anche le scelte più rischiose possono apparire, agli occhi di un adolescente, come le uniche possibili.

Offrire ascolto, supporto e reali possibilità di crescita può fare la differenza tra perdersi e trovare una strada diversa. Perché, nella maggior parte dei casi, dietro a comportamenti che spaventano o allontanano, non c’è il desiderio di essere violenti, ma la difficoltà di immaginare un’alternativa.

– Amy El Kamli

“È vero, l’età può giocare un ruolo significativo nel modo in cui viviamo emozioni e situazioni, ma non può e non deve diventare un’etichetta capace di sminuire ciò che proviamo.”

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