«Mamma, guardami»: la sfida di educare tra algoritmi persuasivi e il coraggio di dire no
«Mamma, guardami». La prima volta non rispondo. La seconda neanche. Alla terza, alzo gli occhi. Lei è lì, pronta a mostrarmi un balletto, un disegno, qualcosa costruito con le sue mani. Poi aggiunge, irritata: «Posso guardare anch’io qualcosa al telefono?». E mentre le dico di no, il telefono è ancora nella mia mano. Ed è lì che sento tutta la mia incoerenza. In questo piccolo scambio con mia figlia di 6 anni c’è tutto: il suo bisogno atavico di essere vista e il bisogno di cercare quello sguardo altrove (magari in uno schermo), se non ricambiato. Alla sua età «guardare qualcosa» ha il sapore innocuo di video colorati, canzoncine e musichette. Ma non resterà così.
La sua psiche crescerà e con lei cambieranno anche gli algoritmi che la osservano, la seguono e la nutrono. Diventeranno più precisi, più persuasivi. Ed è questa la parte che mi spaventa, perché so che non potrò controllare tutto. Per questo la mia risposta è no. Un no difficile. Non solo per lei, anche per me. Sarebbe molto più facile dire di sì. Molto più comodo. E invece resto lì, a reggere la sua delusione, i suoi capricci e la mia fatica. Mi dico che è giusto, che i limiti servono, che dire dei no è parte del lavoro del genitore. Ma la verità è che non sempre mi sento così sicura.
Sto imparando anch’io, dentro un mondo che cambia troppo in fretta. Un mondo che Luciano Floridi chiama «onlife», dove reale e virtuale si mescolano, senza più confini. Un mondo che coglie noi adulti ancora impreparati, ma è quello in cui i nostri figli stanno già crescendo. Per questo imparare a dire no non è un gesto autoritario, ma una forma di protezione. Un modo per offrire presenza e struttura. Lo scrive bene Francesca Barra nel suo libro I no che dobbiamo imparare a dire: la responsabilità educativa non può essere delegata alla tecnologia. È troppo facile dare colpe ai social, agli schermi, agli algoritmi.

I confini devono partire da noi, dalla comunità educante, dalla capacità di reggere il conflitto e la fatica. Perché è proprio lì il punto: la fatica. Il mondo digitale la elimina e per questo diventa irresistibile. Le relazioni online non chiedono attesa, non chiedono sforzo. Sono sempre disponibili e accessibili. I chatbot simulano empatia, riescono ad adulare, a fugare dubbi, a esserci. I social restituiscono contenuti su misura, grazie ad algoritmi che osservano, imparano e anticipano bisogni. Più guardi, più ti riconoscono. Più ti riconoscono, più ti trattengono.
E all’improvviso tutto il mondo sembra pensarla come te. Non c’è più attrito. Non ci sono contraddizioni. Non c’è fatica. Ma crescere, invece, è faticoso. Le relazioni vere lo sono. L’amicizia, l’amore, l’ascolto richiedono tempo e frustrazione. E allora come può competere il mondo reale con uno così semplice e immediato? Cosa succede quando lo sguardo che i giovani cercano non lo trovano più in noi? I pericoli purtroppo ci sono e il prezzo da pagare è alto. Ha nomi e cognomi: Carolina Picchio, 14 anni, si è tolta la vita per un video diffuso senza consenso; Adam Raine, 16 anni, ha studiato il modo di suicidarsi con la complicità del suo unico amico – un chatbot.
Molly Russell, 14 anni, deceduta a causa di un atto di autolesionismo copiato dai social. Storie diverse, famiglie normali, ragazzi che potrebbero essere i nostri. Non sono eccezioni. Sono segnali. I numeri lo confermano: milioni di vittime di violenza online; un ragazzo su tre esposto alla diffusione di immagini intime; oltre 60.000 hikikomori in Italia. E poi c’è il rapporto con il corpo: filtri, perfezione, approvazione. Oltre il 75% dei ragazzi modifica le proprie foto prima di pubblicarle. Non è solo vanità, ma la costruzione di un’identità che passa attraverso lo sguardo altrui e l’approvazione estetica.

Identità troppo fragili e i dati clinici lo confermano: al Bambin Gesù di Roma, negli ultimi anni, le diagnosi di Disturbi Alimentari sono aumentate in modo significativo nelle bambine tra gli 8 e i 12 anni, che arrivano «istruite» da ciò che vedono su TikTok. Qui esistono contenuti e comunità precise: Thinspiration, che il Ministero della Salute descrive come la promozione di comportamenti anoressici; i mondi ProAna e ProMia – blog, forum, profili che normalizzano questi disturbi, li incentivano e li rendono obiettivi. A sottolineare la serietà del problema arriva anche una sentenza storica di poche settimane fa.
Negli Stati Uniti, sono stati condannati Meta e Google per aver contribuito alla dipendenza da social media e ai danni psicologici nei minori. Un segnale forte, che riconosce che il problema non è più solo individuale, ma sistemico. Perché se da una parte l’online offre comunità, compagnia e presenza, dall’altro espone a modelli irraggiungibili, corpi performanti, standard impossibili. Molti stati si stanno muovendo per vietare l’uso dei social sotto una certa età. Ma questo, da solo, non basta a proteggerli. Perché dare la colpa alla tecnologia è troppo facile.
Come scrive Simona Ruffino, «l’abuso della macchina è l’abuso dell’essere umano sull’essere umano». Gli algoritmi non educano, non proteggono, non amano. Siamo noi che dobbiamo farlo e non possiamo abdicare al nostro ruolo. Come accompagniamo i nostri figli nella vita reale così dobbiamo accompagnarli nel mondo digitale. Non possiamo lasciarli soli proprio lì. E allora forse il punto è questo: esserci. Dire dei no, ma esserci nei sì. Accompagnare, spiegare, restare. Anche quando è scomodo. Anche quando ci mette davanti alle nostre contraddizioni.
Perché sì, io per prima faccio fatica e cerco scorciatoie. E forse è proprio da lì che devo partire: non dalla perfezione, ma dalla presenza. «Mamma, guardami». Stavolta alzo gli occhi subito. Spengo lo schermo. La guardo e resto, anche se la testa scappa altrove. Anche se è difficile e richiede uno sforzo continuo. Perché forse essere genitori è questo: scegliere ogni giorno dove posare lo sguardo; avere il coraggio di dire no; e fare fatica. Tanta fatica!
Qui alcuni documentari per approfondire: The social dilemma, Childhood 2.0, Screened out, Screenagers, The great hack, Liberated.
La Polizia postale, insieme alla Società Italiana di Pediatria, ha realizzato una breve guida pratica rivolta a genitori, insegnanti e pediatri di ragazzi tra i 9 e i 14 anni, per aiutarli a orientarsi. Potete consultare una versione semplificata della guida su : https://www.commissariatodips.it/docs/inreteconiragazzi.pdf
– Loredana Beatrici
“L’adolescente si sente incluso, ma allo stesso tempo sotto pressione, ritrovandosi, alla fine, solo nella sua inadeguatezza.”