Io non ci casco (più) – Intervista a Carlo Verdelli: “Usiamo meno lo smartphone: è il diavolo in tasca che ruba il tempo e il sonno”

Autori:
Carlo Verdelli mette in guardia contro l'uso compulsivo della tecnologia nei giovanissimi, sottolineando l'urgenza di una rieducazione collettiva per difendere lo spirito critico e l'autonomia.
In Italia ci sono più smartphone che cittadini: circa 82 milioni contro 60 milioni di abitanti.

Il diavolo in tasca: il giornalista e scrittore Carlo Verdelli rivela come lo smartphone stia diventando un carcere invisibile

Carlo Verdelli è un giornalista italiano. Durante la lunga carriera ha diretto i quotidiani La Gazzetta dello Sport e la Repubblica e i settimanali Sette,Vanity Fair e Oggi; è stato coordinatore dell’informazione Rai, ed editorialista per Il Corriere della Sera. Nel suo ultimo reportage narrativo Il diavolo in tasca – Genitori e figli prigionieri del telefonino racconta la rivoluzione dei telefonini e delle loro applicazioni, che sta modificando nel profondo tanto gli adolescenti quanto gli adulti. E della cui pericolosa enormità – anche per le ingerenze della tecnologia nella politica – nessuno sembra volersi occupare.

C’è stato un evento specifico, un incontro o un momento di rottura che l’ha spinta a scrivere questo libro?

«Non c’è stato un evento di rottura, c’è stata una constatazione sempre più evidente. Guardandosi in giro, guardando me stesso, le persone che frequento, le persone che camminano per strada o che aspettano alla fermata di un treno o di un autobus si nota che tutti quanti (o una grandissima percentuale) hanno in mano sempre questa “scatoletta”. Uno strumento con il quale inviano messaggi, ricevono fotografie, consultano app. Mi sembrava che questa impressione così evidente non fosse raccontata. Allora mi sono messo a fare il lavoro che so fare, che non è quello dello psicologo o del sociologo, ma quello del giornalista. Sono andato a cercare di capire quanto questo oggetto – lo smartphone – sia centrale, in questo momento, nella vita non soltanto della comunità che frequento o dell’Italia, ma del mondo».

Carlo Verdelli (Milano, 15 luglio 1957), è un giornalista italiano. È stato direttore dei quotidiani La Gazzetta dello Sport e la Repubblica e dei settimanali Sette, Vanity Fair e Oggi, e coordinatore dell’informazione Rai. Autore di diversi libri tra cui: I sogni belli non si ricordano (Garzanti) eil nuovo Il diavolo in tasca – Genitori e figli prigionieri del telefonino (Einaudi).
Illustrato da Chiara Bosna.

E che cosa ha scoperto?

«Ho scoperto (e questo libro lo racconta) che questo oggetto è diventato il totem dell’era digitale nella quale stiamo vivendo. Non è che ci stiamo avviando: stiamo vivendo in una nuova epoca. Questo oggetto è diventato centrale nella vita di miliardi di persone, con degli effetti utili e positivi per molte cose. Il libro, infatti, non è un pamphlet contro il telefonino, ma semplicemente un lavoro di inchiesta che dice: “Attenzione“. È molto utile per i servizi che dà, perché ti mette in connessione con chi vuoi e con quello che succede nel mondo. Ma, attenzione: nasconde anche tante insidie. Le applicazioni sono progettate per fare in modo che le persone restino più tempo possibile attaccate a questa cosa, fornendo così moltissimi dati. Dati che vengono utilizzati dai “signori” che comandano questa era digitale per diventare più ricchi. La tua privacy, in qualche modo, viene cancellata: di te sanno tutto, mentre tu di loro non sai niente».

Infatti, gran parte del suo libro è dedicato ai giovani…

«Per i più giovani, per i ragazzini o per i bambini, è una cosa più complicata. Molte parti del libro sono dedicate proprio a questo problema. Attenzione, perché i giovanissimi stanno diventando prigionieri, insieme ai loro genitori, peraltro, di questo carcere invisibile rappresentato dal telefonino. Con le sue seduzioni e tentazioni, l’oggetto sa tutto di te: tu lì dentro consegni la tua “scatola nera” e lui ti usa, mentre tu pensi di usarlo. Ci sono tantissimi giovani che passano la vita lì dentro (ore e ore di una giornata, fino a 10, 14 ,16) e questa vita passata lì dentro è una vita virtuale. Non è la vita reale. Questo, secondo me, è un pericolo».

Recentemente una giuria di Los Angeles ha condannato Google e Meta a risarcire una ragazza per averle causato dipendenza da Instagram e YouTube, stabilendo che le piattaforme sono progettate per un «coinvolgimento compulsivo». Questa sentenza cambia tutto?

«In parte il mio libro ha anticipato questa sentenza però è un primo passo, molto tardivo; perché, intanto, questa “pandemia senza cure e senza vaccini” si è già estesa in tutto il mondo. Quella di Los Angeles è la prima sentenza che condanna al pagamento di un risarcimento a una ragazza che ha intentato una class action. È stato riscontrato che lei, effettivamente, ha avuto la vita e la crescita rovinata. Raccontava: “Stavo fino a 16 ore al giorno sul mio telefonino, ho avuto istinti suicidari“. La Corte ha riconosciuto colpevoli di negligenza i proprietari di Meta e Instagram per aver determinato una dipendenza. Questo è un primo passo: altre cause sono in corso».

Sulla scia di questi rischi, il dibattito si è polarizzato. In Australia la legge vieta l’uso dei social media agli under 16, e Grecia, Francia e Spagna si stanno mobilitando per seguire questo esempio. Che cosa ne pensa?

«L’Australia ha introdotto una legislazione molto severa per vietare l’accesso ai social prima dei 16 anni. Che cosa fa? Fa pagare le penali a chi non controlla gli accessi, cioè direttamente ai “signori della rete” – ai grandi padroni della Silicon Valley. La Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha appena annunciato che l’Europa si doterà di un’applicazione per certificare l’età di ingresso. La mia impressione è che questi divieti forse smuoveranno i grandi interessi delle multinazionali. Ma sarà difficile se parallelamente a queste norme di tutela non ci sarà un forte lavoro di educazione nei confronti dei giovanissimi da parte degli adulti. Bisogna educare per difendersi dalle tentazioni del “diavolo” e riprendersi un po’ di vita e di spirito critico, che è la cosa più importante».

Il sottotitolo del suo libro è “Genitori e figli prigionieri del telefonino”. Che differenza pensa ci sia tra nativi digitali e immigrati digitali? Chi, tra le due generazioni, possiede davvero gli strumenti critici per non farsi schiacciare dalla tecnologia?

«Teoricamente, i “nativi digitali” sono coloro che sono connessi in qualche modo. Per loro è importante il modo in cui utilizzano questo strumento: la rapidità con cui si muovono. Per gli “immigrati digitali”, invece, è uno strumento che conquista, che ha rappresentato certamente un grande aiuto durante gli anni del Covid per passare il tempo e lenire la solitudine. Da allora è diventato difficile tornare indietro da quella “schiavitù” che si è determinata in una maniera così potente. Ci vuole un’opera di rieducazione al fatto che non è pensabile tornare a quando non si era connessi. L’unica cosa è sapere, almeno per i giovani, quali rischi comporta questo dedicare gran parte delle loro giornate sul cellulare. Che cosa rischiano e che cosa si perdono».

Guardando alle nuove generazioni: che cosa stiamo ignorando del futuro a cui stiamo andando incontro? Qual è l’aspetto della rivoluzione digitale che ancora non riusciamo (o non vogliamo) vedere?

«Penso che sia proprio l’invadenza dello smartphone. Sai quanti sono gli smartphone nel mondo? Sono più di 7 miliardi e mezzo su 8 miliardi di abitanti: quasi tutti ne hanno uno. In Italia ci sono più smartphone che cittadini: sono circa 82 milioni contro 60 milioni di abitanti. C’è un oggetto che è come un elefante entrato nelle nostre vite e facciamo finta di non vederlo. Cominciamo a guardarlo, a vedere com’è, cosa fa, chi è che lo comanda. Quali sono gli algoritmi che sono stati brevettati per crearci dipendenza? Bisogna conoscere per difendere la nostra autonomia di giudizio e la nostra voglia di partecipare alla vita sociale».

– Carlo Verdelli

“Attenzione, perché i giovanissimi stanno diventando prigionieri, insieme ai loro genitori, peraltro, di questo carcere invisibile rappresentato dal telefonino.”

Ti è piaciuto ciò che hai letto?

Ricevi adesso l’ultimo numero del nostro mensile Il Bullone, uno spazio in cui i temi cardine della nostra società vengono trattati da un punto di vista “umano” e proposti come modello di ispirazione per un mondo migliore.

Ricevi ultimo Bullone
 
 
 
 

Diffondi questa storia

Iscriviti alla nostra newsletter

Newsletter (sidebar)
 
 
 
 

Potrebbe interessarti anche:

Torna in alto