Io non ci casco (più) – Per difendermi mi nascondo alla vista dagli altri

Autori:
Matteo riflette sulla distinzione tra apparire ed essere davvero visti, spiegando come l'eccesso di esposizione virtuale senza profondità porti i giovani a sottrarsi allo sguardo altrui per difesa.
"Il risultato è che più cresce la distanza tra ciò che si mostra e ciò che si è, più aumenta il disagio riflesso. A quel punto ci si ritira". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Essere visti o essere compresi? Il paradosso della visibilità nell’era del ritiro sociale

Essere visti ha cambiato significato nel corso dei decenni. Oggi più che mai la visibilità sembra una necessità diffusa, ma il suo senso è tutt’altro che univoco: dipende da cosa intendiamo davvero per «essere visti». C’è stato un tempo in cui essere visti era soprattutto una questione di forma. Di look, di stile, di appartenenza visiva, prima ancora che di pensiero. Le correnti come il punk ne sono un esempio: essere visti significava emergere, distinguersi, rompere l’ordine attraverso l’apparenza. Era un atto estetico, ma anche un segnale, un modo per prendere posizione. Un modo per dire: io sono qui, anche se non mi capisci.

Poi qualcosa si è spostato. L’essere visti ha iniziato a seguire l’essere ascoltati. Con il decentrarsi della politica e il peso crescente delle idee, si è iniziato a essere visti per ciò che si pensava, per ciò a cui si partecipava. Le proteste universitarie, le piazze, i movimenti: non era più solo una questione di come apparivi, ma di cosa portavi dentro e fuori. Essere visti significava prendere posizione. Oggi, nel mondo multimediale e dei social, l’essere visibili ha assunto un significato ancora diverso. Siamo esposti continuamente. Possiamo essere ovunque, sempre.

Essere visibili non significa automaticamente essere visti. La presenza si moltiplica, ma si assottiglia: profili, storie, contenuti che scorrono veloci e si consumano in pochi secondi. Si è presenti senza essersi davvero incontrati. Si appare senza lasciare traccia. La visibilità diventa superficie: un passaggio rapido nello sguardo degli altri, spesso distratto, spesso sostituibile. In questo flusso continuo, essere visti rischia di ridursi a essere registrati, conteggiati, sfiorati. Oggi essere visti dovrebbe voler dire essere compresi e accettati, prima ancora, essere ascoltati.

“Essere visibili non significa automaticamente essere visti.”
Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Qui nasce il paradosso. Viviamo in un’epoca in cui possiamo raggiungere chiunque, ma in cui i numeri del ritiro sociale sono tra i più alti di sempre. Come è possibile? Quando manca l’ascolto, si perde profondità. Le parole non arrivano, restano in superficie. Senza profondità, anche lo sguardo si svuota. A questo si aggiunge un altro livello: quello della rappresentazione. Filtri, immagini costruite, perfezioni irraggiungibili che diventano riferimento quotidiano. Il confronto è continuo, purtroppo falsato.

Il risultato è che più cresce la distanza tra ciò che si mostra e ciò che si è, più aumenta il disagio riflesso. A quel punto ci si ritira. Non dal mondo in sé, ma dallo sguardo degli altri. Si smette di esporsi, di cercare uno spazio autentico in cui essere riconosciuti. Si interrompe il tentativo di essere capiti, non il bisogno di esserlo. Non è mancanza di bisogni, ma una forma di difesa. Ci si sottrae a uno sguardo che non riconosce, per non perdersi del tutto. Questo movimento non riguarda solo chi si ritira, ma anche chi resta accanto.

Le famiglie spesso osservano senza strumenti, cercano di capire, oscillano tra presenza e distanza. Non è semplice riconoscere quando il silenzio è una pausa e quando diventa isolamento, come non è semplice trovare uno spazio di ascolto che non invada, ma nemmeno lasci soli. Non confondere la visibilità con la presenza. Non scambiare gli occhi per sguardi. Tutti guardano. Pochi comprendono. Le visualizzazioni aumentano, la comprensione no. Quello che conta resta invisibile, resta fuori campo, lontano dai numeri, in uno spazio che non si può contare, ma solo riconoscere.

– Matteo Ghiotti

“Si interrompe il tentativo di essere capiti, non il bisogno di esserlo. Non è mancanza di bisogni, ma una forma di difesa.”

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