Il riscatto di Gemma: “Trovate il coraggio di farvi domande scomode”

Gemma riflette sull'uso dispregiativo del termine "104" e lancia un appello ad adulti e ragazzi: allenare l'empatia per vedere la persona oltre la diagnosi e superare il giudizio.
La B.Liver Gemma Rutherford
La B.Liver Gemma Rutherford

Il riscatto di Gemma, la B.Liver e le sofferenze a scuola

La legge 104 è parte della mia vita, ma non definisce chi sono. Per anni ho litigato con tutti quelli che dicevano «104» in modo dispregiativo o ironico, ma non dovrebbe assolutamente essere così. Ogni volta che a scuola arrivava il momento di contare oltre il numero 103 partivano le risatine e altre parole dette in maniera indecente; ma 104, oltre a essere un numero come gli altri, è innanzitutto, dal 5 febbraio del 1992, una legge per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone con disabilità.

Quindi, quando si pensa alle persone con la 104 non si dovrebbe pensare a persone anormali, strane e stupide, ma a persone che hanno delle difficoltà fisiche o cognitive e che quindi hanno il bisogno – anzi, il diritto – di essere aiutate, hanno bisogno della Legge 104. A scuola ero molto irritabile, specialmente nei casi in cui gli altri dicevano frasi come: «Ma sei scemo? Cos’hai, la 104?», oppure: «Sei proprio un handicappato!», o ancora: «Quanto ti è uscito al problema? 104… ahahah, sfigato!», e così via, una dietro l’altra…

Così io mi incavolavo a morte e loro sapevano solo dirmi: «Ma mica l’ho detto a te!»… Nella mia testa la risposta c’era, ed era: «Se aveste la 104 e una disabilità come me, capireste il valore e il peso delle parole che usate», ma non sono mai riuscita a dirlo espressamente, perché ancora non avevo le forze necessarie per rispondere loro. Quindi, mi arrabbiavo e basta, chiaramente però a loro non arrivava nessun messaggio, vedevano solo una pazza isterica.

Forse ciò che mi ha ferito più nel profondo sono stati i professori, i primi che non si limitavano ad utilizzare le stesse parole: e se non lo capisce un adulto, come posso aspettarmi che lo facciano dei ragazzini? Certo, adesso saprei rispondere a tono, ma da lì in poi, ho sempre avuto l’ansia quando vedevo il numero 104 in giro, o sentivo la parola «handicap»; e in qualche modo è come se avessi dovuto nascondere la mia malattia perché mi sentivo giudicata, anche solo dagli sguardi degli altri.

Mi sarebbe piaciuto evitare di essere sempre arrabbiata, ferita e rancorosa con tutti, ma essendo nel post della malattia non è mai stato facile per me; inoltre penso che se ci fosse stato più ascolto reciproco, le cose sarebbero potute andare diversamente. Se non ci fosse sempre qualcuno pronto a giudicarci, potremmo sentirci apprezzati per quello che siamo davvero e non per quello che gli altri vorrebbero che fossimo; purtroppo, però, solo pochi sono in grado di farlo.

A volte basta veramente poco: uno sguardo, una parola o un gesto che ci faccia sentire visti per davvero, perché una società inclusiva non dovrebbe lasciare indietro nessuno e dovrebbe farci sentire accolti senza il bisogno di farci cambiare. Non basta includere a parole, bisogna farlo nei fatti: allenate l’empatia, informatevi, trovate il coraggio di farvi domande scomode, perché è ciò che apre davvero la mente alla comprensione.

Ad esempio, vi siete mai chiesti perché quella bambina era così difficile? No? Eppure basterebbe così poco… Basterebbe aprire gli occhi per capire che non siamo tutti perfetti e che non abbiamo tutti le stesse capacità; basterebbe aprire le orecchie per capire che le parole hanno un peso; basterebbe aprire il cuore per capire che le persone possono essere ferite anche senza tagli e cicatrici. Io non sono solo la ragazza con la 104, io sono molto di più. E basterebbe così poco per capirlo.

– Gemma Rutherford

“Basterebbe aprire gli occhi per capire che non siamo tutti perfetti e che non abbiamo tutti le stesse capacità; basterebbe aprire le orecchie per capire che le parole hanno un peso; basterebbe aprire il cuore per capire che le persone possono essere ferite anche senza tagli e cicatrici. Io non sono solo la ragazza con la 104, io sono molto di più.”

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