Io non ci casco (più) – Con lo scrolling il dolore dura il tempo di un reel

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Attraverso una riflessione profonda sui disturbi mentali come rifugio e isolamento, Giusy sfida la Generazione Z a riconoscere la sofferenza reale, oltre la logica dei reel.
"Mi guardo ma non mi vedo, analizzo il mio corpo nella sua interezza, ma non lo riconosco: vedo solo frammenti. Vorrei solo esserci". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Oltre lo scrolling del dolore

«Mi guardo ma non mi vedo, analizzo il mio corpo nella sua interezza, ma non lo riconosco: vedo solo frammenti. Vorrei solo esserci».

Abbiamo sempre più necessità di essere visti e non guardati con superficialità. Ricerchiamo nell’altro uno sguardo che ci riconosca, che veda in noi ciò che siamo al di là di ciò che mostriamo. Oggi siamo sempre più abituati a condividere «pezzi» di noi in continuazione, da mostrare a sempre più persone. E lo facciamo anche per paura: la paura che ciò che viviamo possa sparire senza lasciare traccia, senza essere visto da nessuno. Eppure, quella visibilità non coincide con l’essere visti. Nella ricerca continua di chi ci riconosca, a volte può capitare di perdersi di vista, fino ad ammalarsi.

Si può cadere in un buio in cui guardarsi non equivale più a vedersi, in cui essere riconosciuti non è più un obiettivo ma una mancanza costante. In questo spazio l’invisibilità può diventare un rifugio: un modo per sottrarsi a uno sguardo che potrebbe riconoscere anche la nostra fragilità. I disturbi mentali possono entrare nella vita di chiunque, anche così: come una risposta, una protezione, un tentativo di reggere ciò che altrimenti sarebbe troppo difficile. Ma ciò che nasce come difesa, nel tempo può trasformarsi in isolamento.

“Oggi, grazie a una comunicazione più diffusa, il tabù della salute mentale è stato in parte superato. I social hanno avuto un ruolo impattante, permettendo a tante persone che soffrono, così come a tanti professionisti del settore, di portare alla luce questi temi.” Immagine generata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Quel rifugio diventa distanza: porta progressivamente ad allontanarti dagli altri, spesso anche dalla possibilità di essere compreso. Perché il dolore, quando non si vede, viene facilmente banalizzato. E allora si cade in un doppio inganno: credere che se un dolore non è visibile, non sia valido e reale. Oggi, grazie a una comunicazione più diffusa, il tabù della salute mentale è stato in parte superato. I social hanno avuto un ruolo impattante, permettendo a tante persone che soffrono, così come a tanti professionisti del settore, di portare alla luce questi temi.

Parole come ansia, depressione, burnout sono entrate nel linguaggio comune della Generazione Z che – più delle generazioni precedenti – sembra voler comprendere ciò che per troppo tempo è stato nascosto o ignorato. Eppure, questa esposizione continua, questo modo di condividere non coincidono sempre con una reale comprensione. Chi sta male continua a non sentirsi compreso, anzi, a sentirsi sempre di più non visto. L’iper-informazione rischia di semplificare: esperienze complesse vengono ridotte a etichette o contenuti da consumare.

Si conoscono i nomi dei disturbi, ma non sempre si riconosce il dolore quando è reale, vicino e concreto. La Generazione Z è probabilmente la più consapevole nel parlare di salute mentale, ma anche quella più esposta a un tipo di narrazione tendente ad appiattire tutto sul ritmo dello «scrolling», in cui anche il dolore vale il tempo di un reel. Siamo pronti a vedere veramente? Il dolore quando esce dallo schermo e si presenta nella realtà, cambia forma. Non è più lineare né schematico: è fatto di spigoli, occupa spazio, richiede tempo e presenza.

Non si lascia ridurre a uno sguardo rapido. E proprio per questo mette in difficoltà: perché non può essere semplificato, né gestito a distanza. Costringe a fermarsi e guardarlo in faccia, perché non si può «scrollare via». Richiede una presenza diversa, più consapevole. Resta lì, nella sua complessità. E chiede solo una cosa: essere riconosciuto. Siamo capaci di vedere il dolore quando non è più sullo schermo, ma si presenta nella realtà, senza la possibilità di distanziarci? O lo riconosciamo solo finché resta qualcosa da osservare e con cui non confrontarsi davvero?

– Giusy Scoppetta

” Siamo capaci di vedere il dolore quando non è più sullo schermo, ma si presenta nella realtà, senza la possibilità di distanziarci? O lo riconosciamo solo finché resta qualcosa da osservare e con cui non confrontarsi davvero?”

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