Io non ci casco (più) – Gli youtuber precipitati nella trappola dei “like”

Attraverso le storie di "challenge" pericolose e violenze digitali a scuola, l'articolo di Giovanni denuncia la mercificazione del corpo e invoca un'educazione consapevole alla tecnologia.
"Un altro esempio è dato dal bullismo a scuola: liceo scientifico, prima periferia di Avellino. Classe 3ªB. Ogni lunedì alle 10:20, ora di matematica, parte la diretta Instagram di Kevin, 17 anni, 4mila follower. Il protagonista non è lui. È Marco, 16 anni, 45 chili, DSA certificato, seduto al primo banco. Il format è sempre lo stesso: Sveglia il secchione." Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

La trappola dell’algoritmo: challenge estreme, cyberbullismo e la dipendenza da visualizzazioni

Di notte, in un parcheggio abbandonato alle porte di Napoli, Marco — 22 anni, 800mila iscritti sul suo canale YouTube — si versa addosso una tanica di ghiaccio e sale. L’obiettivo: restare 60 secondi senza urlare. Il premio: +50mila visual. Il rischio: ustioni di terzo grado. Il video farà 3 milioni di views. È l’ultima frontiera dei «challenge creator», youtuber che trasformano il proprio corpo in esca per l’algoritmo. Le sfide sono ridicole, spesso illegali, sempre pericolose. Ma pagano.

Ore 2:17, periferia di Torino. Andrea «AirNox» Belli, 26 anni e 950mila follower, si cala dal ponte di corso Unità con una corda comprata su Amazon. L’idea: Bungee jumping fai-da-te con l’elastico del portapacchi. Il motivo: il trend #FalloOTiBannano richiedeva una sfida «mai vista». La corda si spezza a 4 metri da terra. Frattura scomposta di tibia e perone, trauma cranico lieve. Il video, caricato dalla sua ragazza mentre lui era in ambulanza, fa 5,1 milioni di visual in 24 ore. Titolo: Quasi Morto In Diretta. AirNox oggi cammina col tutore. Ha annunciato il ritorno con “Mi sparo col taser a massima potenza: svengo o no?” In 12 ore ha già 40mila like all’annuncio. Sua madre ha commentato sotto: «Ti prego, basta». Risposta del figlio, pinnata in alto: «Ma, è lavoro».

Queste storie reali testimoniano una quotidianità sempre più frequente ai giorni nostri. Questi esempi estremi rappresentano il paradosso a cui l’esigenza di essere visti, di ottenere maggiore visibilità rispetto agli altri, può portare. Un desiderio che si trasforma in dipendenza e violenza anche contro sé stessi, che nasce da una profonda fragilità psicologica, la sensazione di essere abbandonati, esclusi dalla società. Un altro esempio è dato dal bullismo a scuola: liceo scientifico, prima periferia di Avellino. Classe 3ªB. Ogni lunedì alle 10:20, ora di matematica, parte la diretta Instagram di Kevin, 17 anni, 4mila follower. Il protagonista non è lui. È Marco, 16 anni, 45 chili, DSA certificato, seduto al primo banco.

Il format è sempre lo stesso: Sveglia il secchione. Kevin si avvicina da dietro, gli sfila il quaderno e inizia a leggere i compiti storpiando le parole. «Allova… il teovema di Pitagova dice che…», Marco balbetta, diventa rosso, tiene la testa bassa. I commenti esplodono: «LOL rifallo», «Dagliele», «Bro sei un idolo». In 15 minuti fa 300 spettatori fissi e 2mila cuori. In questi esempi si vede, tra l’altro, come la tecnologia e la diffusione di internet, unite a poca consapevolezza, svolga un ruolo chiave di catalizzatore: un grande potere che può dare alla testa.

Il paradosso sta proprio qui: le persone che non sanno come utilizzare questo strumento, diventano macchine a loro volta, senza pensieri, senza autocontrollo, senza sentimenti. Come uscire da tale dipendenza, da questo vortice senza fondo delimitato solo dal proprio ego? A mio avviso, oltre a iniziative educative nelle scuole che inizino già dai primi anni dell’infanzia, è importante fornire un’alternativa di espressione della personalità dei ragazzi che rispecchi ciò che essi sono, non chi dovrebbero essere.

In una società in cui la propria immagine è amplificata dalla tecnologia e utilizzata come strumento di lucro, si crea inevitabilmente una barriera insormontabile tra il proprio io e l’immagine di sé che si trasmette alla società. Questi youtuber dovrebbero essere aiutati a cambiare in primis l’immagine che hanno di sé e da qui ripartire per riconoscere, accettare e acquisire più consapevolezza sulla tecnologia e i suoi rischi e potenzialità, affinché le persone non cadano più nella trappola tecnologica, uno strumento che essi stessi hanno creato.

– Giovanni Giraudi

Questi youtuber dovrebbero essere aiutati a cambiare in primis l’immagine che hanno di sé e da qui ripartire per riconoscere, accettare e acquisire più consapevolezza sulla tecnologia e i suoi rischi e potenzialità, affinché le persone non cadano più nella trappola tecnologica, uno strumento che essi stessi hanno creato.”

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