Io non ci casco (più) – Ho un dubbio: esiste qualcuno che mi capisce?

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Tra fake news digitali e la pressione silenziosa della salute mentale, Lisa lancia un appello a superare le superfici fittizie per riscoprire la vulnerabilità.
"Come sta, quindi, la Gen Z e cosa ci sta succedendo attorno? La risposta più diretta è: non lo sappiamo. Viviamo di apparenze, in una realtà fittizia nella quale siamo costretti a mettere tutto in discussione". Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

La trappola delle apparenze e il bisogno di essere visti

È stata una lunga giornata. Avete passato ore e ore a scuola, al lavoro, affaticati dal rumore del mondo e vorreste solo isolarvi anche dai vostri stessi pensieri e dalle preoccupazioni quotidiane. Aprite un social qualsiasi e iniziate a scrollare. Qualunque contenuto finisca nel vostro feed, ogni certo numero di video — che si tratti di moda, fitness, o attualità — la prima domanda necessaria che ci si pone è: «Ma saranno veri?».

Benvenuti nella realtà della Gen Z e, se vogliamo essere onesti, di gran parte del mondo di oggi. Più si è coinvolti, più si è consapevoli; meno si è coinvolti, meno si è partecipi. Come sta, quindi, la Gen Z e cosa ci sta succedendo attorno? La risposta più diretta è: non lo sappiamo. Viviamo di apparenze, in una realtà fittizia nella quale siamo costretti a mettere tutto in discussione. Oggi non si dubita soltanto delle notizie, ma anche delle immagini, delle parole e perfino delle emozioni che vediamo passare davanti agli occhi.

Tutto può sembrare spontaneo, eppure tutto può essere costruito. È per questo che la sfiducia diventa quasi una forma di difesa: ci costringe a guardare due volte, a non fermarci alla prima impressione, a chiederci se ciò che vediamo sia davvero autentico o soltanto ben confezionato. Prendiamo in esempio il video virale che mostrava il centro di Tel Aviv sotto un presunto bombardamento iraniano. È stato diffuso il marzo scorso, e non è stato subito smascherato come contenuto generato con l’Intelligenza Artificiale, con tutti i rischi che ciò avrebbe potuto portare. Per riportare prove e dati tangibili, sui social poco meno di un video su cinque è fatto con l’AI. E questo è solo uno dei tanti temi che il mondo di oggi è costretto ad affrontare.

Accanto a questi fatti resta il tema della salute mentale, che per la Gen Z non è un argomento secondario, ma una presenza costante. Ansia, sovraccarico, senso di inadeguatezza: sono parole che tornano spesso, anche quando non vengono dette ad alta voce. C’è una pressione silenziosa che spinge a sembrare sempre lucidi, forti, produttivi, come se la fragilità fosse qualcosa da nascondere e non una parte inevitabile dell’essere umani. Ed è qui che trova spazio un altro grande tema del nostro tempo: i social. Con essi si è sviluppato un bisogno enorme: essere guardati. Non dirò «visti», perché è un concetto troppo profondo per appartenere al mondo dei social.

Perché vogliamo essere guardati? Perché si spera che, attraverso il modo in cui appariamo, qualcuno voglia andare oltre la superficie e vederci davvero. Ed è forse qui che emerge il bisogno più profondo: non soltanto essere guardati, ma essere riconosciuti. Essere guardati significa ricevere attenzione per un momento; essere visti, invece, significa essere davvero compresi. È questo che cerchiamo quando mostriamo qualcosa di noi: la speranza che, oltre la superficie, qualcuno abbia la pazienza di restare, di ascoltare, di conoscere. Perché alla fine il punto non è apparire, ma trovare qualcuno capace di andare oltre l’apparenza. Abbiamo bisogno di farci conoscere, avere la possibilità di essere noi stessi con tutta la nostra vulnerabilità, ma abbiamo anche il timore che nessuno possa capire, o che nessuno abbia la pazienza di conoscerci davvero.

– Lisa Roffeni

“Essere guardati significa ricevere attenzione per un momento; essere visti, invece, significa essere davvero compresi.”

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