Io non ci casco (più) – Cara mamma, teniamoci per mano

Attraverso un'intervista intensa, Carolina rivela a mamma Silvia l'ansia da prestazione sociale, il peso del giudizio e il paradosso di una generazione visibile a tutti, ma compresa da nessuno.
Mamma Silvia e Carolina Lynne alla cena di raccolta fondi "Un piatto d’Oro", organizzata da Antoniano e Zecchino d’Oro a Bologna.
In alto, da sinistra mamma Silvia e Carolina Lynne alla cena di raccolta fondi "Un piatto d’Oro", organizzata da Antoniano e Zecchino d’Oro a Bologna.

Un dialogo intimo tra madre e figlia sul peso di crescere nella gabbia dell’apparire

Gli adolescenti vivono una fase complessa e unica della vita, in cui non sono più bambini, ma non si possono ancora definire adulti. Le loro emozioni e sentimenti, spesso intensi e tumultuosi, prevalgono sui meccanismi razionali che in questa età risultano ancora fragili. Tali emozioni difficilmente possono essere controllate, o conciliate con i conflitti interiori che scaturiscono proprio dalla loro stessa intensità. Di fronte a questo turbinio emotivo, gli adulti si sentono spesso disarmati, ansiosi, perfino impauriti. Eppure, il nostro approccio sembra bloccato in uno schema rigido.

Le nostre convinzioni, maturate in contesti molto diversi da quelli dei giovani di oggi, sono incise nei principi e nelle certezze accumulate nel tempo. La nostra esperienza ci ha portati a sostituire il gesto spontaneo con l’abitudine, i sogni con progetti calcolati, alla ricerca di una sicurezza che tende a colmare un senso di felicità perduta. Questo atteggiamento, però, ci rende distanti: anziché ascoltare autenticamente, ci limitiamo a intervenire, mentre la nostra capacità di comprensione sbiadisce. Il risultato è che le nostre parole appaiono vuote, inadeguate a una stagione di vita che si alimenta di emozioni mutevoli e piene di incertezze.

Tuttavia, dentro di noi c’è la consapevolezza che l’adolescenza non rappresenti solo una fase biologica o anagrafica: è anche un archetipo profondo della psiche, che si riaffaccia ciclicamente lungo tutto il corso della vita. Da qui è nata una riflessione per me cruciale: posso lasciare che l’energia trasformativa e prorompente della gioventù mi modelli? Ho scelto, non senza fatica, di non irrigidirmi nelle mie sicurezze e nei miei timori, ma di aprire uno spazio autentico e libero al dialogo con mia figlia. Ed è proprio attraverso questa apertura che è emersa una nuova gioia: quella di coltivare un rapporto sincero e senza filtri con Carolina Lynne, mia figlia quattordicenne.

Conosco quel suo volto dolce e sorridente, un’immagine familiare, che però potrebbe nascondere pensieri e moti dell’anima a me sconosciuti. Forse, sono proprio io, con i miei timori e con quel monito di riferimento «Io agisco per il tuo bene!», a chiudere gli occhi su ciò che lei vorrebbe rivelarmi. Questa consapevolezza è la spinta a muovermi verso un ascolto più accogliente, che mi fa mettere da parte la paura per tentare di ricevere anche ciò che non so comprendere immediatamente. Con buona probabilità, il segreto per costruire un legame sincero con gli adolescenti sta proprio nel rinunciare al bisogno di controllare il flusso delle loro emozioni.

Accompagnarli, senza opporsi come barriere o frangiflutti, consente alle loro esperienze e vitalità di scorrere liberamente. Percorrendo con consapevolezza e disponibilità d’animo quel sentiero tortuoso, ma ricco di scoperte, può germogliare una comunicazione genuina e significativa. Non è facile, tengo a precisarlo. Sono necessari tanto Amore e la disponibilità di mettersi profondamente in discussione, come genitore, o semplicemente come adulto che si relaziona con giovani cuori e menti in evoluzione. Per favorire un dialogo autentico con i nostri ragazzi su temi come identità, accettazione e bisogni profondi, è fondamentale formulare domande aperte, prive di giudizio e guidate da una sincera curiosità, evitando di trasformarle in un interrogatorio. Domande ben strutturate permettono di indagare il loro mondo interiore, l’impatto dei social media, l’influenza del gruppo dei pari e la pressione sociale, dando spazio all’ascolto attento e rispettoso, senza mai sminuire le loro emozioni o esperienze.

L’intervista madre e figlia: Silvia dialoga con Carolina

Silvia: Carolina, sei mai stata in una situazione in cui ti sei sentita giudicata solo per il tuo aspetto o per come eri vestita?

Carolina: «Oddio, sempre. Ogni singolo giorno. Non importa quanto cerchi di fare del tuo meglio, c’è sempre qualcuno pronto a puntare il dito e giudicarti. Se ti capita di curare un po’ di più il tuo aspetto, ecco che subito sei etichettata come «quella presuntuosa», o «quella che cerca attenzioni». Se invece vado a scuola con una felpa oversize e i jeans larghi, improvvisamente divento «senza stile». Mi sento continuamente sotto pressione, con la paura costante di sbagliare il modo di vestirmi e ritrovarmi isolata dal gruppo, o presa in giro. A volte, per evitare di essere giudicata, mi sono vestita esattamente come tutte le altre, adattandomi agli standard. Se non hai le scarpe di un certo tipo o gli accessori giusti, finisci per essere invisibile o addirittura bersaglio di commenti cattivi sul tuo corpo. Sembra che tutto il tuo valore si riduca all’aspetto esteriore, e affrontare questa situazione a 14 anni è davvero opprimente, peggio: svilente».

S.: Ti è mai capitato di cambiare parere o comportamento solo per sentirti parte del gruppo?

C.: «Io no, sono una persona molto indipendente. Certo, a volte mi capita di fare le stesse cose delle mie amiche, ma solo perché condividiamo gusti simili, non perché mi senta obbligata. So che la mia scelta non è la più semplice, ma preferisco essere accettata per quello che sono e per ciò che penso, anche a costo di non essere sempre compresa, piuttosto che far parte di un gruppo in cui non mi sento davvero felice. Coltivo le mie passioni e interessi anche se non sono considerate «popolari», come per esempio studiare la lingua e la cultura giapponese».

S.: Come gestite tra voi ragazzi la pressione di dover essere sempre «sul pezzo» o «perfetti»?

C.: «Mamma, davvero, è estenuante. Non si tratta di «gestire» la pressione, è più come viverci immersi continuamente. Sui social sembra che tutti abbiano la vita perfetta: fanno sempre la cosa giusta, si trovano nel posto giusto, indossano i vestiti giusti. E poi ci sono io: basta un giorno in cui mi sveglio male o non ho voglia di fare nulla, e subito mi sento fuori tempo, come se stessi rimanendo indietro rispetto agli altri. È una corsa senza fine, con il traguardo che si allontana ogni volta che provo ad avvicinarmi. A scuola non basta andare bene. Devi anche far finta che tutto ti venga naturale, perché se studi troppo sei etichettata come «secchiona sfigata», ma se non studi sei automaticamente una fallita. Con le amiche non è tanto meglio: a volte mi ritrovo a sorridere e ad annuire, solo per evitare lo sforzo di spiegare che oggi mi sento un disastro e non ho energia né voglia di parlarne. La verità è che molte volte faccio finta di niente. Mi metto le cuffie nelle orecchie, mi chiudo in camera e cerco di dimenticare tutte le aspettative che sembrano incombere su di me da ogni direzione. Però almeno qui, a casa, vorrei poter abbassare la guardia. Vorrei sapere che posso permettermi di essere imperfetta, o anche semplicemente di cattivo umore. Voglio solo un po’ di spazio per respirare».

S.: C’è qualcosa di te che vorresti che io capissi, ma che fai fatica ad esprimere?

C.: «Mamma, vorrei che comprendessi che quando scelgo di chiudermi in camera non è per respingerti, ma per cercare di scoprire chi sono, senza sentire il peso del tuo sguardo su di me. A volte mi sembra di essere un compito da portare a termine, un progetto sul quale lavorare o correggere, e questo mi genera un’ansia che non riesco a gestire. Mi piacerebbe che tenessi presente quanto le mie piccole tragedie, che a te sembrano insignificanti, possano per me essere enormi. Quando mi sento giù per una lite con un’amica o per un voto deludente, non minimizzare con frasi come «passerà» o «ci sono cose più gravi». In quegli istanti, il mio mondo ruota attorno a quelle emozioni, e sminuirle mi fa sentire ancora più sola. C’è una cosa molto importante che vorrei tu capissi: il bisogno profondo che ho di te. Anche se spesso cerco di mostrarmi autosufficiente e indipendente, tu resti il mio rifugio, la mia sicurezza. Mi piacerebbe che tu fossi lì per ascoltarmi senza sentire sempre il dovere di trovare soluzioni o impartirmi insegnamenti. Mi basterebbe sentire che va bene essere come sono, anche con le mie imperfezioni, perché persino io faccio fatica ad accettarle».

S.: Qual è la cosa più difficile nell’essere adolescente oggi, rispetto alla narrazione che ti rappresento sempre io di quando avevo la tua età?

C.: «Mettiamola così: la differenza tra i tuoi tempi e i miei è abissale. Allora «essere vista» si limitava al momento presente, a catturare l’attenzione delle persone fisicamente lì con te, che fosse in salotto o al parchetto vicino. Se ti capitava di fare una figuraccia, finiva con qualche risata e non se ne parlava più. E se eri carina? Lo sapevano una decina di persone, al massimo. Oggi, invece, essere visti è un lavoro che non conosce pause. Ecco come percepisco questa realtà: l’occhio perenne. Per te la visibilità era legata a occasioni specifiche, magari una festa o un giorno di scuola. Per me, invece, è un fenomeno continuo, quasi soffocante. Se non pubblico nulla, mi sembra di sparire; se condivido qualcosa, mi metto nella posizione di essere giudicata. Mi racconti spesso di come vi vestivate in gioventù senza curarvene troppo. Per noi, invece, tutto deve essere calibrato. Ogni sbaglio—che sia estetico o personale—può diventare eterno. Essere viste oggi significa dover costruire e mantenere un’immagine pubblica che sembri spontanea, ma che in realtà è attentamente studiata. È estenuante. Il paradosso più grande è che ci sentiamo incredibilmente soli. Mi vedono tutti, ma quanti capiscono davvero chi sono? La tua vita era fatta di sguardi autentici, di interazioni reali. La mia è filtrata attraverso schermi e maschere. E poi, la tua esperienza di crescita ti portava a paragonarti con chi ti era vicino, magari la compagna di banco. Io, invece, vivo costantemente il confronto con il mondo intero. Le vite perfette che scorrono sui social mi fanno sentire sempre un passo indietro rispetto a chi ha più followers, più filtri o una quotidianità che sembra impeccabile. Per te essere vista era un desiderio naturale, un piccolo piacere spontaneo. Oggi per noi si è trasformato in una fonte di pressione, quasi una performance obbligata. Certo che ci vedete, ma mi chiedo spesso se riuscite davvero a guardare oltre ciò che noi mostriamo di facciata».

S.: Qual è la cosa che più ti preoccupa o ti spaventa riguardo al futuro?

C.: «Mamma, a volte mi sembra di avere un peso enorme sulle spalle. La cosa che mi spaventa di più è la sensazione di dover decidere adesso chi sarò per sempre, anche se non ho la minima idea di come arrivarci. Mi sento intrappolata su un binario che non è chiaro dove si trovi, su cui tutto sembra una corsa contro il tempo: scegliere la scuola giusta, prendere voti perfetti, costruire il curriculum ideale. Tutto per un «futuro» che mi appare come un’ombra nebulosa e soffocante. Ho paura di fare il passo sbagliato oggi e ritrovarmi, tra dieci anni, intrappolata in una vita che non sento mia, a rincorrere un errore commesso quando non sapevo nemmeno chi fossi veramente. E poi, c’è il confronto, costante e spietato. Scorro i social e vedo tantissime persone che sembrano già sapere perfettamente chi sono e dove sono dirette. A confronto mi sento falsa, come se stessi fingendo di avere tutto sotto controllo, mentre dentro di me regna la confusione. E mi pongo tante domande. Riuscirò mai a essere all’altezza delle tue aspettative? O di quelle del mondo intero? Perché continuo a non trovare quella «passione travolgente», che sembra essere la chiave della felicità? Temo di deludere tutti, pure me stessa. In fondo, quello che mi lascia più vuoto è l’idea che la vita là fuori corra troppo veloce. Che non mi sia concesso abbastanza tempo per fermarmi, respirare e scoprire con calma chi sono davvero. Sento che tutti si aspettano che io sia già «qualcuno», mentre vorrei solo capire chi voglio diventare».

Nelle parole di mia figlia ho colto un appello profondo, quasi un invito a rivedere il mio modo di pensare per riuscire ad abbracciare pienamente la sua realtà, i suoi sogni, le sue speranze… il suo futuro. Un richiamo a prestare attenzione alle sensazioni degli adolescenti, affinché noi adulti, con amore ed empatia, vigiliamo su di esse. Solo così possiamo impedire che tali emozioni li sovrastino e li spingano in direzioni sconosciute, verso luoghi dove faticano a riconoscersi o, peggio, dove si trovano intrappolati in percorsi che non sono stati loro a scegliere e in mete che non appartengono davvero ai loro desideri. Gli adolescenti di oggi desiderano semplicemente essere accettati, «visti» e compresi per ciò che sono, in un contesto che permetta loro di mettersi alla prova, di commettere errori e svilupparsi all’interno di comunità positive e accoglienti.

– Carolina Lynne

“Oggi essere visti è un lavoro che non conosce pause. Mi vedono tutti, ma quanti capiscono davvero chi sono?”

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