Don Gino Rigoldi e il coraggio di educare i giovani oltre la punizione
Don Gino Rigoldi, classe 1939, si prende cura dei giovani da quando ne ha memoria. Dal 1972 è cappellano del carcere minorile Beccaria di Milano, dove ancora oggi, seppur in pensione, continua a svolgere il suo ministero. Al Bullone parla di educazione, adolescenti e relazioni.

Don Gino, lei vive a contatto con i giovani da più di cinquant’anni. È vero che i giovani oggi sono più fragili rispetto al passato?
«Sì, perché oggi i giovani vivono in un mondo più confuso. È la confusione del mondo degli adulti che, a cascata, si riflette sui giovani. Sa, i giovani non diventano grandi da soli. Hanno bisogno di adulti che li accompagnino e siano veramente capaci di educarli, ma oggi mi sembra che si sia persa la vera sostanza dell’educazione».
In che senso? Qual è la vera sostanza dell’educare?
«Educare significa addestrare alla relazione con sé stessi e con gli altri, consapevoli che gli altri non sono nemici o estranei, ma persone con cui posso vivere bene insieme nella sincerità e con cui posso costruire relazioni vere. Ecco, oggi mi pare che gli adulti abbiano un po’ perso la consapevolezza di avere il compito di educare i giovani, lasciando ai telefonini e a tutto ciò che ci ruota intorno diventare i loro maestri».
Non è tutta colpa dei telefonini, però…
«Certo che no. Quando si parla di disagio giovanile, di cattivi comportamenti o dei cosiddetti “maranza” si dice che è colpa della società, dei media, dei cattivi esempi, ma mai nessuno che pensi sia colpa della cattiva educazione. Attenzione: essere ben educati non significa comportarsi bene, ma imparare ad ascoltare sé stessi e gli altri, accompagnati da adulti capaci di entrare in relazione con i ragazzi e dare loro gli strumenti per creare legami, amicizie e amori. C’è un saggio coreano che dice più o meno così: “Signori miei, il tempo dei lupi solitari è finito, radunatevi, cercate comunità, mettetevi insieme, perché insieme con rapporti forti e sinceri diventerete grandi e farete cose belle nella vostra vita”. Ecco, il ragazzo deve essere educato ad ascoltare sé stesso, i propri sentimenti, le proprie debolezze e a vedere l’altro come potenziale alleato per crescere insieme».
Con le sue parole conferma l’importanza delle relazioni e delle amicizie nella vita dei giovani. C’è il rischio, però, che un ragazzo si circondi di cattive compagnie…
«In questo tempo, si ha spesso paura che la relazione diventi un ruolo pericoloso per i giovani, in cui rischiano di farsi male. Penso, però, che il rischio maggiore non sia quello di trovare cattive compagnie, ma di rimanere soli. I ragazzi, oggi, sono tremendamente soli. Anche i luoghi che, per definizione, dovrebbero creare legami positivi, si pensi alla scuola, oggi insegnano ad andare ognuno per sé, ad abituarsi alla legge del più forte. Così, però, non andiamo da nessuna parte. Così il ragazzo rimane solo e nella solitudine rischia di essere attratto dalle cattive compagnie. Se, invece, il ragazzo impara a comprendere che il valore del gruppo sta nella capacità di camminare insieme in maniera costruttiva, con regole e obiettivi, allora si riduce il rischio di cadere in cattive compagnie. In questo, sono fondamentali gli insegnamenti che arrivano dai gruppi sportivi, sociali, parrocchiali».
Alle volte, però, capita che i ragazzi commettano scelte sbagliate. Cosa fare a quel punto?
«C’è un’idea, diffusa soprattutto nella politica, secondo cui gli adolescenti non si comportano male se adeguatamente puniti. Questa è una scemenza mondiale. Ovviamente, ci sono comportamenti che non devono essere tollerati, ma pensare che un ragazzo che si comporta male vada punito e non, invece, ascoltato per capire quali sono le ragioni dei suoi comportamenti è uno sbaglio enorme. Un ragazzo che sbaglia va ascoltato e, poi, va educato allo stare insieme in maniera costruttiva».
In questo contesto, una struttura come il Beccaria ha davvero senso di esistere?
«Se si pensa all’educazione, no. Se si pensa alla tutela della collettività, alle volte, sì. Non possiamo negare che ci siano ragazzi per cui si rende necessario uno “stop”, ma questo “stop” deve necessariamente avere intenti educativi e non segregativi».
Oggi, il Beccaria è molto lontano da questo modello educativo?
«Per come è ora, il Beccaria è a tutti gli effetti un penitenziario per adolescenti, ma stiamo lavorando per cambiare il sistema e renderlo da prettamente punitivo e segregativo, al più possibile educativo. Nella mia idea, il Beccaria dovrebbe essere spacchettato in più sezioni, ognuna capace di rispondere ai bisogni diversi dei ragazzi. Così il Beccaria può diventare un luogo con intenti veramente educativi, capace di sviluppare una qualità dei rapporti».
Ha parlato di bisogni diversi dei ragazzi. C’è un bisogno che è comune a tutti?
«Tutti i ragazzi che ho visto hanno un bisogno comune che, poi, è il bisogno di tutti gli adolescenti: trovare qualcuno che dia loro valore, che parli proprio a lui. Gli adolescenti hanno il dubbio di non valere niente perché non sono più bambini e non sono ancora adulti. Ecco, per questo è importante che trovano adulti che riconoscano il loro valore, che diano loro responsabilità, che valorizzino le loro capacità così che possano imparare a stare bene con sé stessi e a darsi valore. L’adolescente non ha bisogno di altro che di essere riconosciuto dalla comunità adulta che lo accoglie. Solo dare valore ai ragazzi e alle ragazze permette loro di crescere e di camminare in avanti con l’idea di essere protagonisti della loro vita».
Quindi, che cosa devono fare gli adulti per accompagnare i ragazzi nel loro diventare grandi?
«Devono imparare a stare insieme ai ragazzi creando un rapporto sincero e onesto, non un rapporto “ingenuo”. Bisogna amare come ha amato Gesù Cristo. Gesù ha predicato l’amore, ma ha litigato con mezzo mondo perché diceva la verità e creava rapporti sinceri. Non era uno che accettava comportamenti balordi o lasciava passare le prepotenze, diceva la verità e correggeva. Ecco, quello che serve per accompagnare i ragazzi è un amore che deve essere sì caldo, ma sincero, abituandosi a dire la verità, senza paura dei conflitti. Nel caso in cui, poi, il ragazzo dovesse commettere degli errori, l’importante è non giudicarlo, ma ascoltarlo e proporgli delle alternative».
Di quali alternative sta parlando?
«Parlo di gruppi positivi, dove i ragazzi non stiano solo insieme, ma abbiano degli obiettivi comuni, delle regole in cui stare e dove nessuno diventi il protagonista. Così i ragazzi si scoprono belli, bravi e capaci. La verità amara è che nessuno si fila veramente questi ragazzi».
Che cosa intende?
«Intendo che bisogna essere competenti nelle cose. Non ci si improvvisa veri educatori, vere madri, veri padri. Bisogna trovare un linguaggio che parli ai ragazzi e fare loro proposte che abbiano davvero significato. Penso ad alcune famiglie piccolo borghesi che pensano ai figli come a un investimento. Il figlio deve avere successo, andare bene a scuola, vestirsi bene. Quasi mai, però, queste famiglie chiedono al ragazzo se è felice. Un figlio non deve “uscire bene”, ma deve trovare la sua strada nel mondo. In questo senso, il figlio non è un investimento che deve produrre, ma una vita che deve incominciare. Nel mondo adulto mi sembra che, però, manchi questo spirito».
Che cosa dovrebbero fare, dunque, i genitori di ragazzi adolescenti?
«Per prima cosa devono ricordarsi che gli adolescenti sono fragili e che bisogna avere un po’ di pazienza. Avere pazienza, però, non significa abbandono. Bisogna fare come Gesù Cristo che ha detto ai suoi “Vi comando di volervi bene”. Non vi consiglio, vi comando. Qui c’è tutto il Vangelo, qui c’è la regola per vivere una vita piena. Vogliate bene ai vostri ragazzi, insegnate loro a far fiorire la loro vita, a farsi riscaldare dai sentimenti e dai desideri, a migliorare la vita degli altri».
– Gino Rigoldi
«Un figlio non deve “uscire bene”, ma deve trovare la sua strada nel mondo. In questo senso, il figlio non è un investimento che deve produrre, ma una vita che deve incominciare.»