Meravigliamoci – Intervista alla poetessa Chandra Candiani: “Parlando con i bambini ho scoperto lo stupore delle parole e dell’emozione”

Autori:
Un viaggio profondo tra la periferia di Milano e l'India, dove la cura non passa dai consigli, ma dalla presenza corporea e da una parola che nasce libera dal giudizio.
L’albero dei corvi di Caspar David Friedrich (particolare).

La parola disarmata: Chandra Livia Candiani e il silenzio che cura, ascolta e insegna a osare

Chandra Livia Candiani (Milano, 1952) è una poetessa contemporanea italiana. Traduttrice di testi buddhisti e insegnante di meditazione, ha trascorso anni a condurre seminari di scrittura poetica nelle periferie milanesi tra i bambini figli di migranti. La sua poesia nasce da un’infanzia segnata da violenza e isolamento, un lungo percorso in India e la scelta radicale di una parola disarmata, capace di stare di fronte al dolore e alla morte senza usare scudi retorici. È autrice di testi meditativi come Il silenzio è cosa viva e di raccolte poetiche importanti, come La bambina pugile, con cui ha vinto il Premio Camaiore.

Quando si parla in pubblico, il silenzio viene spesso vissuto come un vuoto da riempire. Lei invece dice che per il poeta è un luogo da abitare. Come lo abita? Quando ha imparato a farlo?

«Una cosa che dico spesso è che a me il silenzio ha insegnato a parlare. Con “silenzio” intendo la pratica consapevole di abitarlo, senza subirlo. Resto in silenzio per sentire il posto da cui la parola nasce. Da adolescente ero silenziosissima in modo negativo, mi avevano messa a tacere e avevo paura delle parole. Poi ho imparato a fare silenzio nei ritiri di meditazione, che duravano giornate intere. Succedeva che se eri a tavola e avevi sete, chi era seduto con te ti versava l’acqua, perché il silenzio era così sensibilizzante che l’altro ti sentiva. Se non si ha paura del silenzio, poi non si ha più paura di parlare. Da poetessa, il silenzio mi insegna ad aspettare la parola vera, magica, non convenzionale. Vivo l’attesa di una parola che non voglio. Non è un esercizio letterario, è tutta la mia vita che in quel momento viene a bussare e mi dice: “Di’ così”. E così scrivo. Bisogna distinguere però tra silenzio e tacere, perché a volte abbiamo molto bisogno di parlare. Oggi abbiamo bisogno di una parola disarmata, e questa può nascere solo dal silenzio».

Usa il silenzio anche per scrivere poesie?

«A volte resto un mese su una parola che non sento: stride, stride, e allora aspetto. In questo momento, ad esempio, sono mesi che non scrivo. Sono sospesa, sento che se mi mettessi a scrivere ora non avrebbe senso. Devo aspettare che arrivi la parola, e quindi sto in silenzio. Ecco, per me il silenzio insegna a parlare ma anche ad ascoltare. A volte, quando sto male, gli altri cominciano a riempirmi di consigli, e io mi sento peggio. Se invece incontro una persona in silenzio, non un silenzio indifferente, ma che sta lì e dice: «Mi interessa quello che stai dicendo, voglio capire…», sto meglio, è curativo».

È difficile distinguere un silenzio attivo da un tacere che nasconde passività o insicurezza.

«Sa cos’è? Per parlare bisogna smettere di giudicarsi. Il continuo giudizio negativo che abbiamo su noi stessi non ci permette una parola libera: restiamo nel convenzionale per paura di ferire l’altro, o di sembrare strani. Invece bisogna osare con la parola, il silenzio aiuta a osare in modo non aggressivo. Poi c’è il corpo: una persona può ascoltare in un silenzio imbarazzato, tamburellando le dita, mangiandosi le unghie. Se invece è tutta rivolta a te, senti che aspetta la tua parola. Nei gruppi di meditazione, quando le persone parlano, faccio tabula rasa. Sento dove le loro parole colpiscono, e allora vado lì, entro in una risonanza con quanto è stato detto. Non devo dire la “risposta giusta”».

Abitare il silenzio e abitare il dolore

Che differenza c’è tra abitare il silenzio e abitare il dolore?

«Ho gravi problemi alla schiena e la mia vita è diventata molto piccola, posso fare poche cose. A volte, quando ho dolore, divento irritabile con chi non c’entra niente. Allora mi isolo un momento e sto col dolore fisico. Sento la mia rabbia, o sento il “dolore del dolore”, la sofferenza di non poter fare certe cose. Il confronto con chi sta bene a volte mi fa arrabbiare. Abitare il dolore e abitare il silenzio sono un po’ la stessa cosa, perché entrambi sono nel corpo. Chi soffre può migliorare la situazione solo se non finge che il dolore non ci sia. Lo sento con gli occhi chiusi, e chiedo: «Come sei fatto? Cosa c’è lì?». Cerco di entrare col respiro, come si può fare con i particolari di un’opera d’arte. Il dolore ha bisogno di non essere giudicato. A volte lo sento come eccesso di terra compatta, a volte è freddo e ha bisogno di caldo. Tutte queste cose qui non le insegnano, invece in Oriente sono pratiche normalissime. Mi hanno aiutato molto, perché io vengo non dal silenzio ma dal tacere. Avevo bisogno del silenzio per trovare parole nuove, per non restare prigioniera dell’etichetta “persona malata”, o “psicologicamente ferita”. A un certo punto si scopre di essere fiume. Io scorro».

Chandra Livia Candiani (Milano, 1952) poetessa, traduttrice di testi buddhisti e maestra di meditazione. Tra i suoi libri ricordiamo Io con vestito leggero (2005), Bevendo il tè con i morti (2007), Il silenzio è cosa viva. L’arte della meditazione (2018), Visti dalla luna (2019), Questo immenso non sapere (2021). Le sue poesie sono contenute in Nuovi poeti italiani 6 (2012). Illustrata da Chiara Bosna.

La lezione dell’India e la fede nella pratica

Che cos’ha imparato in India che non avrebbe mai potuto imparare in Italia?

«Prima di tutto l’India mi ha fatto vedere la morte. Proprio lì, per la strada, vedevo un uomo appoggiato a un muro con la bocca aperta e chiedevo: «Ma che cosa fa lì?». «Sta morendo». Malattia e morte non sono nascoste negli ospedali, sono lì in mezzo a tutto il resto, non come noi che creiamo barriere per nascondere quello che fa male. Poi ho incontrato la meditazione: meditare voleva dire stare anche tutta una giornata, dalle cinque e mezza del mattino fino alla sera, seduta a osservare il corpo e la mente, e poi 45 minuti di camminata molto lenta. Tornata in Italia ho cercato la continuità di queste pratiche, e ho trovato dei monasteri qui. È diventata la mia via di scampo, e la mia via di fioritura. Per tanto tempo l’importante era solo sopravvivere, con un’urgenza quasi distruttiva per il mio corpo. Meditando, pian piano, non c’era più soltanto la sensazione di “averla scampata”, ma quella di stare bene, di andare bene così com’ero. Oltre un certo punto non bastano più la volontà, il senso del dovere, l’etica. Ci vogliono delle pratiche, non delle parole convincenti. Noi abbiamo come pratica quella di prendere i rifugi: rifugio nel risveglio, in azioni quotidiane, nella comunità. Non è detto che siano esseri umani, possono essere anche animali. Ognuno si affiderà a quello che sente essere salvifico, ma senza delle pratiche non si può procedere. Non ho avuto chissà che illuminazione, ho praticato, come una goccia che cade sulla pietra e a poco a poco la scava. Ci sono tante vie, la mia è questa, ma è importante sapere che da soli non ce la facciamo».

Ma lei ha fede nella pratica, tipo nei rifugi, nella meditazione, o ha un altro tipo di fede?

«Io ho fede nella pratica e nella meditazione. La fede è come un uccello: anche se la metti in una gabbia dorata, non ci vuole stare, vuole la libertà. Non si può avere un metodo troppo stretto. Man mano che pratico, sento una presenza divina in tutto. “Divina” vuol dire invisibile, e la sento negli alberi, negli animali, nelle persone, nel cielo, nella terra. Quando soffro, mi affido alla Grande Vita, e rifletto che forse domani potrei star meglio. E penso: «Cosa posso imparare da questa condizione?».

La magia della poesia nei bambini

Che cosa trova nelle poesie dei bambini?

«Ho tenuto per tanti anni seminari nelle scuole elementari di periferia a Milano, con bambini migranti che parlavano poco italiano. In loro è chiaro che la poesia è una magia. Spesso i primi della classe facevano fatica, invece chi era a digiuno viveva la meraviglia di giocare con le parole. Insegnavo loro come andare a capo, anche quella è una forma di silenzio. La sensazione è che nei bambini, se gratti poco poco sotto la pelle, la poesia sia già lì. Gli adulti pensano che la poesia sia “dire le proprie emozioni”, invece è lasciarsele dire. Una volta c’era un bambino filippino appena arrivato in classe, non parlava l’italiano; quando spiegavo la poesia lui continuava a far di sì con la testa, era piccolissimo. Sono andata in un’altra classe e ho chiesto se ci fosse qualcuno che potesse fargli da traduttore, è venuta una bambina. Lavoravamo sullo scrivere il nostro autoritratto, avevo letto poesie di Dickinson e Rilke. Questo bambino dettava la sua poesia alla bambina, che faceva da interprete. Lei mi ha detto: «Scrivo quello che mi dice, ma guarda che sono assurdità eh!». Le ho chiesto semplicemente di leggerla, senza giudizio. E lei me l’ha tradotta: «Io sono piccolo, ma sono una briciola cresciuta da un gigante». Le ho detto: «Ma quale assurdità? Questa è meravigliosa, è poesia!»».

– Chandra Candiani

«Se non si ha paura del silenzio, poi non si ha più paura di parlare. Oggi abbiamo bisogno di una parola disarmata, e questa può nascere solo dal silenzio».

Ti è piaciuto ciò che hai letto?

Ricevi adesso l’ultimo numero del nostro mensile Il Bullone, uno spazio in cui i temi cardine della nostra società vengono trattati da un punto di vista “umano” e proposti come modello di ispirazione per un mondo migliore.

Ricevi ultimo Bullone
 
 
 
 

Diffondi questa storia

Iscriviti alla nostra newsletter

Newsletter (sidebar)
 
 
 
 

Potrebbe interessarti anche:

Torna in alto