Pensieri sconnessi – Oltre ai ragazzi malati, volontari e imprese

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Tra un gelato e un sogno sul futuro, Felice Angeloni lancia una sfida contro l'ipocrisia e i luoghi comuni, spingendo i giovani a giocare la partita della vita da titolari.
"Felice Angeloni era felice solo quando vedeva sorrisi, positività ed energia, senza lamenti e autocommiserazione. Quando capiva che i suoi ragazzi non sbarravano la strada alla complessità del Destino, ma trascendevano luoghi comuni, «verità» stantie e pregiudizi con energia e determinazione, perché sapeva che la vita andava affrontata con slancio, senza pretendere che altri la giocassero al posto loro. " Immagine realizzata con sistema di intelligenza artificiale Bing Image Creator.

Il manifesto del Bullone e il sogno di Felice Angeloni

Felice Angeloni stava mangiando il suo gelato di Cascina Biraga e intanto rifletteva: ma cosa vorrei che diventasse, quando io non sarò più alla guida, la Fondazione Bullone?

Un luogo dove pensare, fare e far pensare. Un luogo aperto, libero, inclusivo, dove tutti si sentano a proprio agio nel portare pensieri diversi e azioni ispirate, ma dopo aver ascoltato, dialogato e condiviso… Non un luogo dove ci sono solo ragazzi malati, ma dove questi, attraverso le loro esperienze e sensibilità, ma soprattutto il loro fare, possano «contaminare» altri ragazzi, adulti, imprese, istituzioni.

Un luogo dove c’è un’inversione di paradigmi e gli assistiti diventino una dimostrazione potente che l’assistenzialismo e la ghettizzazione sono la negazione della vita normale, che è quella vissuta mettendocela tutta, alimentando buone relazioni e autonomia mentale. Dove non si debbano sentire dei poverini, bensì dei fighi…

Il mandato di Fondazione doveva rimanere sempre lo stesso: condurre oltre la malattia, trasformando la fragilità in bellezza, ma lo doveva agire in tutti i modi possibili, con tutte le persone possibili, con tutte le imprese e le istituzioni possibili. Mai chiudendosi, bensì aprendosi sempre a nuovi incontri, nuove iniziative, nuovi sfide, nuovi sogni, perché solo agendo e innovandosi si può solcare il mare dell’esperienza, portando un messaggio di speranza e cambiamento, con il sole in faccia e il vento in poppa.

Quello che la Fondazione temeva erano i luoghi comuni, l’omologazione, i diritti, l’ipocrisia del voler sembrare senza essere. Temeva i «job title» che chiudevano pensiero e azione riducendo la disponibilità reciproca. Aborriva l’eccessiva programmazione, che escludeva il Destino, lo stupore e l’eventualità. Voleva evitare schemi e scatole, ma spalancare porte. Lo spaventava la paura e la mancanza di fiducia perché bloccano e intossicano.

Giocare nel campo dei titolari

Felice Angeloni era felice solo quando vedeva sorrisi, positività ed energia, senza lamenti e autocommiserazione. Quando capiva che i suoi ragazzi non sbarravano la strada alla complessità del Destino, ma trascendevano luoghi comuni, «verità» stantie e pregiudizi con energia e determinazione, perché sapeva che la vita andava affrontata con slancio, senza pretendere che altri la giocassero al posto loro. Le partite, le sfide, le fatiche ci sarebbero state comunque e bisognava arrivarci in forma. Capaci di affrontarle.

E poi voleva che i suoi ragazzi fossero un esempio, facendo rendere le loro capacità, dopo averle acquisite, in relazioni e iniziative dove insegnassero agli adulti, alle imprese, alle istituzioni che loro potevano diventare risorsa.

Quindi entrare nei giochi e nella vera partita, perché solo così si sarebbero dati un senso e avrebbero avuto un senso. Non giocando nel campo delle riserve, ma in quello con gli spalti. Quindi non solo laboratori, ma anche esperienze sul campo, sotto i riflettori, con tanto pubblico e molti applausi.

Insegnare loro a vivere in mezzo alla gente, sbagliando e faticando, ma facendo rendere la vita. Solo così potevano diventare un valore, ma dovevano dimostrarlo. Felice Angeloni era arrivato all’ultimo cucchiaio del barattolo di crema al limone e intanto fantasticava sul suo futuro e su quello di Fondazione Bullone…

– Bill Niada

«Quindi entrare nei giochi e nella vera partita, perché solo così si sarebbero dati un senso e avrebbero avuto un senso. Non giocando nel campo delle riserve, ma in quello con gli spalti. Quindi non solo laboratori, ma anche esperienze sul campo, sotto i riflettori, con tanto pubblico e molti applausi».

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