– Leone XIV
«Tra queste ideologie ritengo particolarmente insidiosa quella che lascia intendere che ogni persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore, al punto da attribuire maggior pregio a coloro che sono più efficienti e performanti (Magnifica Humanitas, Capitolo 2, 51).»
Quando penso ai giovani in questo momento storico, ci sono due elementi forti che risuonano in me: il primo è espresso nella citazione dalla recente Enciclica ‘Magnifica Humanitas’ che apre questo testo; il secondo è una tensione intorno al verbo ‘sognare’ che vorrei condividere con chi legge.
Lavoro in studio come psicoterapeuta, e a scuola da vent’anni come psicologa. È una decisione ferma che espone ad un osservatorio dei linguaggi e delle idee con cui si vorrebbe ‘guidare’ lo sviluppo di chi cresce.
Un’insegnante, un giorno, mi dice questa frase (una citazione): “I ragazzi vanno sognati”.
La trappola delle etichette diagnostiche
Qualche giorno dopo, ad un convegno, un’autrice provocatoria e tagliente cita Gilles Deleuze: “Si vous êtes pris dans le rêve de quelq’un d’autre, vous êtes foutus” (Se finisci nel sogno di qualcun altro, sei spacciato). Era un convegno sulla diagnostica nelle adolescenze.
Oggi assistiamo ad un processo per cui i movimenti evolutivi della persona si leggono troppo spesso in termini diagnostici, e ciò che sorprende è come siano i ragazzi e le ragazze stesse a volerlo e chiederlo, a pensarlo ‘giusto’. Lavoro ormai da anni su questo tema, appoggiandomi al contributo prezioso di colleghi e colleghe, insegnanti, filosofi e ricercatori che indagano questo fenomeno in modo che gli stessi giovani possano ‘accorgersi’, possano risvegliarsi da questo strano sogno.
Abbiamo sognato un mondo in cui tutto dev’essere ‘capito’, ‘spiegato’ per poter essere accolto. Non si può attraversare una crisi evolutiva, non si può essere adolescente, per definizione mutante, senza un’etichetta con cui identificarsi.
Siamo anche presi nel sogno della competizione e del performare. Ci abbiamo creduto tutti, e ora ci credono anche i ragazzi. Cerchiamo di ripartire, allora, dai sogni.
Il ruolo della psicoterapia e le domande degli adulti
Cosa vuol dire sognare i ragazzi?
E in quale punto il sogno adulto diventa trappola?
Come psicoterapeuti, abbiamo il privilegio di relazionarci con i giovani senza richieste. Questo non ci rende tuttavia immuni: la nostra idea di crescita ed educazione, di salute e di futuro, ed i nostri vissuti di adulti immersi nel mondo influenzano il modo in cui facciamo psicoterapia. Allora, anche per chi svolge la mia professione è necessario, come per genitori, insegnanti, prèsidi, educatori, chiedersi (spesso):
Qual è il sogno che sto sognando per l’altro?
Quale futuro mi sembra un futuro ‘giusto’ per loro?
Sono in grado di lasciare spazio a un sogno che non sia il mio?
Il pensatore Miguel Benasayag ci ricorda che l’ideologia a cui fa riferimento il Papa nel passo dell’Enciclica è quella che spinge al dominio del ‘funzionare’ sull’esistere (Miguel Benasayag: Funzionare o esistere?; 2019).
Abitare l’intranquillità contro il mito della performance
Nella nostra società, l’imperativo della performance e dell’efficienza rischia di ridurre l’individuo a un ingranaggio, dove il fare sostituisce l’essere. È proprio in questo incastro che si inserisce l’attuale utilizzo della diagnosi precoce: quando un movimento evolutivo o una crisi adolescenziale rallentano il ritmo, l’etichetta diagnostica diventa il modo più rapido per ‘spiegare’, lasciandoci di fatto all’interno della stessa ideologia.
Per salvaguardare la singolarità di ogni essere umano, diventa fondamentale rifiutare la falsa sicurezza della performance e scegliere la via dell’intranquillità (Miguel Benasayag, Teodoro Cohen: L’epoca dell’intranquillità; 2023), intesa come la capacità di abitare consapevolmente le sfide del presente senza farsi sopraffare dalla paura.
L’amore caldo e sincero di cui parla Don Gino Rigoldi nell’intervista sul numero 104 de Il Bullone è un amore capace di stare nell’intranquillità, di sceglierla come resistenza alle proposte seduttive e false della ‘società senza dolore’ (Byung-Chul Han: La società senza dolore. Perché abbiamo bandito la sofferenza dalle nostre vite; 2021), in cui il nostro ‘sognare i ragazzi’ include la possibilità che sbaglino, rallentino, scelgano diversamente, ci scuotano come previsto evolutivamente (Matt Richtel: Ragazzi che pensano troppo; 2026), rivoluzionino invece di aderire al modelo che gli vendiamo, a volte per compiacerci e placare le nostre paure di adulti. Anche in questo contesto, occorre avere chiarezza su ‘cosa fa’ una psicoterapia.
Molti ragazzi che soffrono hanno in comune un profondo senso di inadeguatezza, unito alla paura di causare dolore ai propri adulti di riferimento. Il dolore della ‘delusione’ anticipata li schiaccia. E quando il sognare degli adulti ha la funzione prevalente di mettere tutti tranquilli in quello che ci appare come l’ordine naturale delle cose, cadiamo quasi inevitabilmente nella narrazione del funzionare. Un giovane mi ha detto, con una rabbia dolente: “Ci tagliano le gambe ancora prima di cominciare”.
Sognare i ragazzi con lucidità e ascolto
Allora, il nostro ‘sognare i ragazzi’ deve avere la natura del sogno lucido: scegliamo ad ogni passo di restare consapevoli, di farci le domande necessarie, di restare curiosi e aperti. Di riconoscere da quale prospettiva li stiamo sognando.
Don Gino Rigoldi dice qualcosa di semplice e potente: i ragazzi oggi sono più fragili perché vivono in un mondo più confuso. E aggiunge che è la confusione degli adulti a riflettersi, a cascata, su di loro.
Credo che questa osservazione tocchi esattamente il punto. Il sogno che sogniamo per i ragazzi nasce spesso dalla nostra confusione, legittima e particolarmente sfidante, questo va detto, dal nostro bisogno di spiegare, di rassicurarci, di trovare un ordine. Di sentirci, a nostra volta, adeguati.
La diagnosi che diventa elemento identitario, la performance come chiave di lettura del mondo, l’etichetta che semplifica troppo e troppo presto: sono risposte alla nostra difficoltà di adulti di stare nell’incertezza, molto prima che ad un loro bisogno.
Sognare i ragazzi in modo lucido significa restituire loro uno sguardo di fiducia e di genuino interesse verso il loro modo di stare al mondo, di pensarsi nel mondo, di essere al mondo. Per farlo, occorre avere il coraggio di abitare la propria confusione di adulti, senza scaricarla su di loro.
Per non perderci, abbiamo una risorsa straordinaria: metterci in ascolto. Un ascolto aperto, che non cerca conferme o risposte immediate, che offre uno spazio solido in cui accompagnarli nell’esistere. Significa scegliere, ogni volta, di restare curiosi. Di amare con calore e con sincerità — anche quando non capire, non avere controllo, ci spaventa.