Meravigliamoci – Intervista all’atleta e attore Federico Villa: cambiamo prospettiva per trovare il nostro posto

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Tra ironia, dramma e autenticità, il film di Saverio Smeriglio invita a superare i propri limiti. Un'opera potente che trasforma la fragilità in un messaggio universale
Nella foto una scena del film "Lo Chiamava Rock & Roll".

Lo Chiamava Rock and Roll: Federico Villa e il coraggio di cambiare prospettiva

Mauro è un famoso surfista. In seguito a un incidente accaduto durante una competizione, perde il suo migliore amico e compagno di squadra, ritrovandosi, in aggiunta, con un problema invalidante a una gamba. È costretto a una lungodegenza in clinica: deve sottoporsi a un periodo di riabilitazione, faccia a faccia con sé stesso e con l’esperienza vissuta. Durante il ricovero Mauro conosce Federico, affetto da Atassia di Friedreich e costretto per questo motivo su una sedia a rotelle. Dopo un iniziale scontro, l’avversione tra i due si trasforma in un profondo legame di amicizia, che li porterà a compiere insieme un percorso fuori dagli schemi.

Lo schermo si è spento, le luci si sono riaccese. Questa è la trama di Lo Chiamava Rock and Roll, il film diretto da Saverio Smeriglio uscito nelle sale il 16 aprile 2026, che ho avuto il piacere di vedere di recente al cinema. Classificato come commedia, il lungometraggio mescola in realtà toni drammatici a momenti di leggerezza e a una spiccata ironia: il ritmo è contemplativo, con inquadrature che privilegiano i volti e i dettagli delle mani, ed è accompagnato da una colonna sonora sobria che valorizza i silenzi.

Questo film racconta con delicatezza la forza dei legami umani, la fragilità e il coraggio di cambiare prospettiva. Tra ironia e intensità, invita a guardare la disabilità non come un limite, ma come un’occasione di incontro, ascolto e crescita condivisa. Lo stile visivo costruisce sapientemente il contrasto tra la vita precedente di Mauro — fatta di onde, velocità e spazi aperti — e la nuova, più intima realtà della clinica, dove ogni progresso è sudato, ogni dialogo conta e ogni singola parola ha un peso. Il film, non a caso, è il primo in Italia con sottotitoli incorporati, per garantire a chiunque l’accessibilità alla visione.

Non vi preoccupate: oltre a ciò, nessun rischio di spoiler, non è questo il mio intento. Vorrei piuttosto cogliere l’occasione per approfondire i temi principali dell’opera attraverso la voce di chi l’ha vissuta. Vi presento quindi Federico Richard Villa: atleta paralimpico, viaggiatore e «Sitting Influencer» — definizione che troviamo sul suo blog — con qualità evidenti a supporto di questo soprannome: la passione per il dialogo, la condivisione di punti di vista ed esperienze sulla disabilità attraverso i suoi canali social. In questo caso, però, lo troviamo nel ruolo di attore protagonista.

Federico Richard Villa (New York, 1986), atleta paralimpico, viaggiatore e campione di handbike, affetto da Atassia di Friedreich. È protagonista del film Lo Chiamava Rock & Roll di Saverio Smeriglio (2026).

Gli ho rivolto qualche domanda sulla sua esperienza:

Federico, com’è arrivato a recitare come co-protagonista in questo film? Com’è stato entrare nel mondo della recitazione?

«Guardi, non è che “sono arrivato” al cinema… ci sono finito dentro perché la vita ogni tanto decide lei. Saverio mi ha visto per quello che sono, non per quello che mancava, e da lì è nato tutto. Non c’è stato un casting classico: c’è stata una fiducia reciproca, una stima vera e, soprattutto, un’amicizia che ha fatto partire il progetto. Entrare nel mondo della recitazione è stato come aprire una porta e trovarci dentro me stesso, ma visto da fuori. All’inizio spiazza, poi capisci che è un linguaggio che ti appartiene più di quanto pensassi».

Quanto contano i rapporti con cast e regista? Ha avuto difficoltà?

«I rapporti con cast e regia contano tutto. Se non c’è relazione, non c’è verità. E questo film vive di verità. Con Saverio il rapporto è stato naturale: ci conosciamo, ci capiamo e il film nasce proprio da lì, dalla nostra amicizia. Questo cambia tutto, perché ti senti libero di essere te stesso senza filtri. Con il cast è stato lo stesso: Andrea Montovoli, Ivana Lotito, Caterina Silva, Nicola Nocella, Isabel Russinova… persone vere, presenti, generose. Nessuna distanza, nessuna gerarchia, tutti sulla stessa barca. Fuori dal set eravamo una piccola famiglia, e questo sullo schermo si vede».

Il suo personaggio si chiama Federico come lei: questo l’ha aiutata a calarsi nel ruolo? In quante cose si è ritrovato?

«Il nome aiuta, certo, ma non basta. Il Federico del film non sono io, è un personaggio. Però è un personaggio che mi somiglia, che vive alcune cose che conosco bene, e questo ti permette di entrarci dentro con naturalezza. Mi ci sono ritrovato nel modo di reagire, nel modo di guardare il mondo, nel modo di non mollare anche quando sarebbe più facile farlo. Ma la cosa più bella è stata scoprire parti di me che non sapevo di avere, proprio grazie al personaggio».

Differenze tra recitare sul set ed essere spettatore del film?

«Le differenze si sentono: sul set vivi tutto in prima persona — il sudore, le emozioni, gli errori, le risate, la fatica. Quando poi ti siedi in sala e guardi il film, è come vedere un’altra vita. Ti rendi conto che quello che hai fatto non ti appartiene più: diventa del pubblico».

Che cosa ha imparato da questa esperienza?

«Mi ha confermato una cosa che, a dir la verità, già sapevo: quando lavori con persone che credono in te, puoi spingerti molto più lontano».

Da «insider», quali temi emergono dal film? Che messaggio vuole che arrivi al pubblico?

«Il film tocca tante corde emotive con la gentilezza e il rispetto dei suoi protagonisti, per portare — o meglio, invitare — lo spettatore a trovare il suo posto insieme a loro. Il messaggio che vorrei arrivasse è semplice: bisogna avere il coraggio di cambiare prospettiva per trovare il proprio cammino. Se qualcuno esce dalla sala con questa scintilla, allora il nostro lavoro ha avuto senso».

Come membro del pubblico in sala, posso confermare l’efficacia con cui il senso della narrazione arriva allo spettatore. A fine proiezione, insieme a Federico Villa, era presente Andrea Montovoli, anch’egli attore protagonista della pellicola. Mi ha colpita soprattutto il modo in cui entrambi sono riusciti a presentarsi sia come interpreti, sia come individui distinti. Ho percepito un’autentica capacità di raccontare il percorso vissuto sul set, tra aneddoti e riflessioni, dimostrando una profonda consapevolezza artistica e umana.

In particolare, l’intervento di Andrea Montovoli ha fatto emergere il tema di una disabilità «universale». Questa non viene intesa come un semplice dato fisico o una diagnosi, ma come una forma di fragilità che ognuno può incontrare nel corso della propria esistenza e che, in qualche modo, può diventare un ostacolo sul cammino. A volte, come mostra il film e come accade nella realtà quotidiana, è proprio il modo in cui affrontiamo queste fragilità a definirci come persone.

Lo Chiamava Rock and Roll è un’opera che riesce a parlare sia a chi cerca una storia di formazione, sia a chi vuole riflettere sul «coraggio di cambiare prospettiva per trovare il nostro posto», come sottolineato da Federico. In sintesi, si tratta di un racconto di caduta e rinascita che si sviluppa con semplicità e senza forzature, trasformando una storia intima in un messaggio universale di resilienza, fiducia e scoperta di sé. Fossi in voi, non me lo perderei.

– Federico R. Villa

«Il messaggio che vorrei arrivasse è semplice: bisogna avere il coraggio di cambiare prospettiva per trovare il proprio cammino. Se qualcuno esce dalla sala con questa scintilla, allora il nostro lavoro ha avuto senso».

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