Natan Mondin: il dialogo tra Italia e Corea come specchio dell’identità
C’è un momento in cui ciò che è lontano smette di farci paura e inizia a parlarci. Natan Mondin, economista e scrittore, lo conosce bene: per anni ha lavorato in KOTRA (Korea Trade-Investment Promotion Agency) come ponte commerciale e culturale tra l’Italia e la Repubblica di Corea. Nel suo libro La via coreana (Utet) non si limita a raccontare il successo globale della «Hallyu», la new wave coreana che spazia dal K-pop al cinema, ma ci guida dentro un popolo culturalmente distante e spesso imperscrutabile, mostrandoci come l’incontro con l’alterità non sia un ostacolo ma uno specchio.
Svestirsi dei propri pregiudizi, accettare codici di comportamento opposti ai nostri, riconoscersi parte di un disegno comune sono passi necessari non solo per capire la Corea, ma per capire noi stessi.

Natan, il suo libro si apre con la danza del Gangnam Style davanti a Mr. Oh, il presidente dell’Agenzia. Che cosa ha imparato, lavorando in KOTRA, sul rapporto tra gerarchia e comunità nella cultura coreana?
«Quella danza è stata una di quelle esperienze in cui smetti di essere “tu” per diventare parte di qualcosa di più grande. L’imbarazzo è arrivato solo quando mi sono distratto dal gruppo, quando ho smesso di muovermi con gli altri. È lì che ho capito una cosa fondamentale della cultura coreana: l’individuo trova senso nel collettivo, non nonostante esso. In KOTRA la gerarchia non è un ostacolo alla collettività, ne è la struttura portante. Mr. Oh sapeva il nome e la storia di ognuno di noi prima ancora di sedersi a tavola. Abituato come sono alla tendenza tutta italiana a celebrare il genio solitario, ho dovuto reimparare a dare valore al lavoro corale, al milione di persone a cui non verrà mai eretto un monumento, ma che contribuisce con il proprio lavoro a preparare il campo al Leonardo da Vinci del futuro».
Il concetto di han, la malinconia collettiva fatta di dolore storico, nostalgia e resistenza silenziosa, attraversa tutto il libro. Come si è avvicinato a un concetto così lontano dalla sensibilità italiana?
«L’han è un concetto che non si afferra del tutto razionalmente. È la differenza tra sapere che esiste una parola e sentirne il peso. Quando ho iniziato a lavorare in KOTRA, sono caduto spesso nell’errore comune di leggere i comportamenti dei colleghi utilizzando i miei canoni. Ciò che non comprendevo, lo interpretavo come distanza o freddezza. Lo spaesamento, quando non si trasforma in frustrazione o in pregiudizio, può diventare la porta di accesso all’altro. Reazioni, atteggiamenti, parole che secondo i nostri canoni non hanno senso, sono la normalità per chi è nato in un contesto diverso dal nostro. L’han mi ha insegnato che l’alterità non è l’opposto dell’identità: è ciò che ti permette di riconoscerla».
Descrive scene di negoziazione in cui lei si trova a muovere la testa in sincrono con Mr. Kim durante riunioni in coreano di cui non capisce una parola. Che cosa le ha insegnato l’esperienza in KOTRA sul modo in cui le culture si incontrano nei contesti professionali?
«Quei momenti di sincronia silenziosa erano in realtà una delle forme più oneste di comunicazione che abbia mai sperimentato. Non potendo appoggiarmi alle parole, ero costretto a leggere tutto il resto: il tono, il ritmo, la postura, l’espressione. Mi sono accorto che molto di quello che pensiamo di capire è spesso illusione; crediamo di ascoltare e invece aspettiamo il nostro turno per sputare la nostra sentenza. In KOTRA ho imparato che il contesto professionale è uno dei luoghi in cui le culture si scontrano più duramente. L’inclusione nei contesti di lavoro non è questione di buone intenzioni, ma di umiltà, ovvero la disponibilità a mettere in dubbio i propri strumenti di lettura prima ancora di quelli dell’altro».
Queste convergenze tra Italia e Corea le sembrano casuali o rivelano qualcosa di più profondo sulla natura del dialogo tra culture distanti?
«Non sono casualità: sono risonanze. Due culture apparentemente lontanissime si riconoscono perché hanno attraversato storie simili: la ricostruzione dopo la devastazione, il passaggio dalla periferia al centro del mondo, la tensione tra tradizione e modernità. Il vero dialogo tra culture non nasce dalla somiglianza, ma credo che nasca anche dalla capacità di riconoscere nel diverso qualcosa che risuona. Quando smetti di difendere i tuoi confini culturali e inizi a chiederti perché l’altro fa quello che fa, scopri che la distanza era soprattutto una mancanza di curiosità»
Che cosa rimane, alla fine di questa esperienza, del confine tra «noi» e «loro»?
«Rimane poco, e quel poco è prezioso. Tutti i Mr. Kim che ho incontrato mi hanno dato qualcosa che nessun libro di antropologia avrebbe potuto darmi. Il confine tra noi e loro, quando lo frequenti abbastanza a lungo, smette di essere una linea e diventa una zona di contatto, un luogo in cui entrambi siamo stranieri e entrambi siamo a casa. La domanda finale di Lee Mi-ye: “chissà a che scopo facciamo tutto ciò?” me la sono portata via. Non è una domanda coreana, è una domanda umana».
– Natan Mondin
«Il confine tra noi e loro, quando lo frequenti abbastanza a lungo, smette di essere una linea e diventa una zona di contatto, un luogo in cui entrambi siamo stranieri e entrambi siamo a casa».